La Nuova Sardegna

Mannuzzu, la verità dietro le apparenze

di Alessandro Marongiu
Mannuzzu, la verità dietro le apparenze

Il libro curato da Sante Maurizi che raccoglie tre radiodrammi firmati dallo scrittore sassarese morto un anno fa

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Ha raccontato Sante Maurizi giovedì scorso a Palazzo di Città: «Nel 2010 celebrammo un doppio compleanno, proprio qui, nell’allora Teatro Civico. Mannuzzu compiva ottant’anni, mentre per quella che ancora si chiamava Facoltà di Magistero ricorrevano i quaranta dall’istituzione. Con Aldo Maria Morace ci venne in mente di chiedere a Toti di “tirar fuori” dal cassetto tre radiodrammi e pubblicarli per conto dell’Università. Ne mettemmo anche in scena uno, “La cometa”, in una forma di mise en scène sonora, con Daniela Cossiga e Ilaria Tucci. Ricordo con affetto che lui, che com’è noto era molto ritroso, una festa di compleanno così particolare sicuramente non se l’aspettava. Per una strana combinazione astrale, diciamo così, succede che proprio oggi, a un anno esatto dalla scomparsa di Toti, quei tre radiodrammi escano in una nuova veste».

La veste voluta e apparecchiata da Ronzani per “Polvere d’oro” (292 pagine, 20 euro, a cura dello stesso Maurizi) non solo è nuova: è infatti un doppio piacere che questa tessera misconosciuta della produzione di Mannuzzu sia tornata a disposizione di tutti, e l’abbia fatto in un volume dal grande pregio. «Il genere non è molto in voga tra gli editori, ma a noi piacciono queste sfide», ha detto al pubblico sassarese il fondatore di Ronzani Beppe Cantele, fedele al motto della casa editrice “Fare bei libri è un atto di resistenza”. «Il pensiero, le parole di un letterato devono poter durare, e noi crediamo che un libro fatto bene serva anche per onorare nel migliore dei modi un autore. Soprattutto, poi, quando ci si trova di fronte testi del valore di quelli di Mannuzzu, come attesta anche Goffredo Fofi». Così, infatti, il critico nell’introduzione: «Non so dire quando e come Salvatore Mannuzzu, di cui ho avuto modo di scrivere che, con Fabrizia Ramondino, ha espresso al meglio una continuità con la grande generazione dei nostri scrittori del dopoguerra, ha pensato di potersi cimentare con la forma del radiodramma. Pur frequentando per molti anni Mannuzzu – da quando, lettore attento e ammirato di “Procedura”, il romanzo che me lo fece scoprire, e non ignorando il suo impegno di studioso e di politico, gli chiesi collaborazione e suggerimenti per la rivista “Linea d’ombra” a metà degli Ottanta – i testi raccolti in “Polvere d’oro” mi hanno decisamente sorpreso, e considero il terzo, “La mèche bianca”, all’altezza delle sue migliori fatiche, di pari intensità, profondità e maestria».

Finora s’è dato conto della storia del volume e di quanto vi sta attorno: vediamone ora i contenuti. Nel bel “La cometa” agiscono in tre, le quarantenni Giovanna e Baby, amiche dall’infanzia, e il cinquantacinquenne Eugenio, sposato con la prima e amante della seconda, di cui è anche collega d’insegnamento all’università. Detto che a complicare il gioco dei rapporti c’è il fatto che Giovanna ha intrecciato da qualche mese una relazione con Aldo, vecchio amore poi ripudiato di Baby, ritroviamo qui molti dei temi cari a Mannuzzu, a partire dal ritratto di una borghesia in pieno disorientamento, se non proprio disfacimento, morale – Eugenio rievoca gli stessi episodi del suo passato tanto con Giovanna quanto con Baby, come se le due donne fossero intercambiabili; Baby usa con lui, spacciandole per sue, considerazioni ricevute in privato da Giovanna – e dalla ricerca di verità («di quella verità che non è possibile esprimere solo a parole: di “Verità”», per dirla con Fofi).

Diversi elementi accomunano “La cometa” e il successivo “Sabbie nere”: ad esempio, ambienti («antichi sconnessi scaffali, un vecchio tavolo polveroso, vetrerie che aspettano d’essere lavate da chissà quando, apparecchi obsoleti o guasti»;) che sono il correlativo oggettivo dell’interiorità dei personaggi («Ti ho portato a farlo dovunque, in Istituto. No? Anche in mezzo all’aula: nell’anfiteatro vuoto; ti ricordi? Sul tavolo da dissezione, là. Adesso potremmo provare a stenderci sopra un marmo vicino a quello della vecchia. Non le hanno nemmeno chiuso gli occhi. Ne avresti il coraggio?») e il mondo accademico sullo sfondo.

Infine, il suggestivo, sottile “La mèche bianca”. «A volte diamo corpo a cose che non esistono», dice Ettore alla moglie Anna, che da qualche tempo gli racconta di incontrare un ragazzo tormentato, dall’impermeabile bianco e dalla curiosa ciocca, anch’essa bianca, in mezzo a lunghi capelli neri. Sembra un’anima in pena: ma lo sembra solo o non, piuttosto, lo è? Il testo si svolge sul filo dei dubbi – sull’esistenza o meno del ragazzo, sulle circostanze della morte del padre di Anna – e della follia, per sollevare le domande che sottendono l’opera tutta di Mannuzzu, e che Fofi sintetizza in conclusione del suo contributo: «Che senso ha, che senso può avere, che senso deve avere il nostro così inquieto e precario passaggio sulla terra, il nostro precario stare al mondo?».

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