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Odifreddi: «Se il sapere si tinge di rosa»

segue da pagina 25 Matematico, saggista, docente universitario, divulgatore, opinionista: tante le vesti attraverso cui, ormai da una quindicina d’anni, Piergiorgio Odifreddi è una voce e un volto...


11 ottobre 2020


segue da pagina 25



Matematico, saggista, docente universitario, divulgatore, opinionista: tante le vesti attraverso cui, ormai da una quindicina d’anni, Piergiorgio Odifreddi è una voce e un volto notissimi del dibattito pubblico nazionale. Ai suoi tanti libri, alcuni di grande successo come “Il matematico impertinente” e “Perché non possiamo essere cristiani (e meno che mai cattolici)”, si è qualche mese fa aggiunto “Il genio delle donne”, uscito per Rizzoli. Da Ipazia, astronoma e studiosa eclettica che visse ad Alessandria tra il IV e V secolo, a Ildegarda di Bingen, mistica e santa ma anche autrice di trattati medico-scientifici, da Marie Curie passando per Rita Levi Montalcini e Ilaria Capua: sono soltanto alcune delle figure di spicco che Odifreddi ha raccolto, raccontandone tanto le vicende personali quanto i contributi al sapere e al progresso dell’umanità.

Da cosa nasce la volontà di scrivere “Il genio delle donne”? Forse dalla constatazione che gli apporti delle donne al mondo della scienza non sono ancora abbastanza riconosciuti e studiati, o c’è dell’altro?

«C’è dell’altro, in realtà. Non è stato un libro programmato: a volte succede. “Il genio delle donne” è una collezione di biografie, li chiamerei piccoli quadri, di donne scienziate. Sono ventiquattro, un numero che da matematico non ho scelto a caso: ventiquattro sono ad esempio i preludi e fughe de “Il clavicembalo ben temperato” di Bach. Per un impegno a Matera avevo scritto un testo teatrale su Pitagora, ma risultava troppo corto per riempire tutta una serata, e ho pensato allora di scriverne uno su una donna: il capitolo dedicato a Ipazia, il primo del libro, è nato così, quasi per caso. C’è poi quello sulla marchesa du Châtelet: io ho sempre letto Voltaire – Massimo Cacciari dice addirittura che sono un parente di Voltaire, un suo nipotino: detta da lui suona come una cattiveria (ride, ndr), ma andiamo avanti – e a un certo punto ho voluto approfondire la conoscenza di quella che è stata la sua compagna intellettuale e non solo. Insomma, molti testi si sono accumulati nel corso del tempo, finché un paio di anni fa la Audible mi ha chiesto di fare una serie di podcast e li ho messi assieme per questa occasione, aggiungendo poi quelli che ancora mancavano per completare il volume».

Una figura particolarmente interessante, e a cui lei stesso ha accordato una sorta di preferenza tra le ventiquattro, è Sonja Kovalevskaja.

«Anche in lei mi sono imbattuto per caso, non essendo una matematica famosissima ed essendosi dedicata a un ambito lontano dal mio. Ci sono arrivato leggendo la vita di Dostoevskij, il quale, prima di sposare la donna che divenne poi anche la sua biografa, si era innamorato della sorella proprio di Sonja Kovalevskaja. Quest’ultima venne in Europa per studiare all’università, dove le sue doti furono scoperte dal grande matematico Karl Weierstrass, e dove ottenne un dottorato. Conobbe oltre a Dostoevskij anche Darwin, perché il marito Vladimir fu il primo traduttore in russo delle sue opere. Oltre ai suoi studi è quindi di estremo interesse la sua storia personale, che non per niente è stata oggetto di un lungo racconto del Nobel per la letteratura Alice Munro. In generale, si può dire che le matematiche stiano prendendo piede adesso, come l’ultima di cui parlo nel libro, Maryam Mirzakhani, morta purtroppo molto giovane, unica donna a vincere la Medaglia Fields, l’equivalente per la matematica del Nobel».

Facciamo un piccolo passo indietro, a un suo libro del 2016 intitolato “Che cos’è la verità”. Il tema è certamente sempre attuale, ma ci sono momenti storici, come il nostro, in cui si rivela più centrale e importante che in altri.

«Quello della verità è un problema che viene da lontano. C’è il paradosso del mentitore della filosofia greca antica, e ci si interroga sulla verità anche nei Vangeli. Quando Gesù viene portato di fronte a Pilato e gli dice “per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce”, Pilato gli chiede “Che cos’è la verità?”. I Vangeli ci dicono che se ne va senza aspettare risposta, come a lasciar intendere che una risposta non c’è. Perlomeno in certi campi però la verità esiste, ed è anche molto evidente. Ciascuno di noi può scoprire quella, faccio per dire, del teorema di Pitagora: legge una dimostrazione e, quando la capisce, ecco la verità. Tra la matematica, o meglio, tra il matematico e la verità matematica c’è dunque un rapporto stretto. Man mano però che ci si allontana dalla matematica e si entra in campi come la fisica o la chimica le cose cambiano, perché non basta più pensare dentro la propria testa, la verità qui è empirica, non puramente razionale, bisogna aprire i sensi e non chiuderli, fare esperimenti e così via. A differenza che con il teorema di Pitagora, gli esperimenti possono non essere alla portata di tutti: se uno vuole ripetere quello del Bosone di Higgs dovrà avere miliardi di finanziamenti per costruire un acceleratore di particelle, mettere migliaia di persone al lavoro eccetera. Subentra allora un aspetto diverso, che è la fiducia in chi ha eseguito gli esperimenti e nei risultati che presenta. Non è mancato, naturalmente, sia chi ha barato sull’aver fatto gli esperimenti, sia sui risultati ottenuti. Poi ci sono le verità storiche e le cose si complicano ulteriormente, perché ci si deve basare su quanto ci è arrivato, documenti, testimonianze, che non sempre sono attendibili».

A proposito di verità e fiducia, al giorno d’oggi sembra che per ogni dato, notizia o risultato scientifico ci siano decine di contro-dati, contro-notizie e contro-risultati. Ritiene, lei che un paio di anni fa ha dedicato un libro anche alla democrazia (“La democrazia non esiste”), che l’attuale situazione possa essere legata alla pretesa per cui internet permetterebbe di realizzare la forma più ideale, più alta, di democrazia, e che dietro questa pretesa un gran numero di individui viva una sorta di rivincita contro quelle che percepisce come autorità “nemiche”, ovvero istituzioni, scienza, stampa?

«La verità di una volta era un po’ paludata, perché si leggevano dei libri che venivano pubblicati dagli editori dopo un processo di selezione, uno non poteva cioè scrivere la prima cosa che gli passava per la testa. Con internet questi vincoli sono caduti, uno può dire una cosa e la gente pensa che democraticamente può sostenere il contrario, mentre l’essenza della verità è che non è affatto democratica: che tutti pensino una cosa non la rende automaticamente vera. Questo non lo si capisce, ed è così che arrivano i dissenzienti, i negazionisti. Che ci sono sempre stati – ad esempio in fisica c’era chi rifiutava la relatività di Einstein –, ma non avevano voce perché non avevano accesso ai media, a differenza degli esperti. Questo non significa che si deve accettare tutto, certo, ma se uno ha intelligenza e cultura un po’ rudimentali può essere che per lui sia più facile credere falsa ogni cosa e rigettarla».

Di recente, tra le tante va di gran moda la teoria per cui la Terra sarebbe piatta.

«Ecco. Mi vengono in mente quei due che in estate sono partiti in barca per, secondo loro, dimostrarlo. La cosa divertente è che si sono affidati alla bussola: alla bussola, su una Terra che ritenevano piatta!»

Una battuta per chiudere. Alla voce “Biografia” del suo sito Internet c’è un anagramma di Stefano Bartezzaghi del suo nome e del suo cognome: “rigido, rigido e perfido”. Se fosse una descrizione, ci si riconoscerebbe?

« Sa, è difficile che mi ci riconosca, perché non è proprio esattamente un complimento (ride, ndr), però mia moglie dice che l’anagramma si adatta in maniera perfetta a come io sono realmente. E mia moglie mi conosce meglio di quanto mi conosca io».

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