Voci di un piccolo mondo che raccontano la Storia

“La chiave dello zucchero” di Giacomo Mameli in edicola a partire da domani come terza uscita della collana che la Nuova Sardegna propone ai suoi lettori 

Da domani sarà in edicola il terzo titolo della collana “Scrittori di Sardegna 2020”: “La chiave dello zucchero” di Giacomo Mameli. Del volume abbiamo discusso con l’autore.

Com’è nata l’idea del libro?

«Dalle sollecitazioni arrivate durante le presentazioni di “La ghianda è una ciliegia” sulla seconda guerra mondiale. Ne ho fatto 198 tra Sardegna, resto d’Italia ed estero, da Malaga ad Aix En Provence. Le storie raccontate dai miei paesani, fra tutti Vittorio Palmas “vivo per due chili” e Mario Casu (l’analfabeta che a Bangalore studia l’inglese per poter parlare con Gandhi), si sono intrecciate con altre pagine di vita: partigiani massacrati dai fascisti in Piemonte e sulle Alpi al confine con la Francia, prigionieri in Kenya, la carneficina di El Alamein, la guerra delle mine in Tunisia, la bimba polacca Leokadia che vede il padre minacciato dall’Armata Rossa. Gli eventi individuali intrecciati con quelli mondiali. Il destino dei singoli diventa storia del mondo ed emerge la follia delle guerre. Maria Lai dedica una poesia al soldato Cossu e finisce dicendo: la terra-la terra-la terra- duemila anni di guerra».

Con la Sardegna sempre al centro.

«Racconto testimonianze drammatiche tra Africa ed Europa con molti protagonisti sardi: Rommel è citato insieme con il soldato Egidio Lai, Iolando Fosci rievoca la strage di Gonnosfanadiga come nessuno è finora riuscito a fare. Ho anche voluto mettere l’accento sul ricordo: dei partigiani sardi si sa poco, in quasi tutti i paesi non ci sono i nomi dei partigiani massacrati. Vorrei che la storia dettasse legge: Ruinas ricorda il tenente Alfredo Gallistru compagno di liceo di Peppino Fiori. E gli altri? La Sardegna deve riappropriarsi dei drammi vissuti da giovani passati per le armi quando erano ventenni. Purtroppo si tende a dimenticare. È un errore da non perpetrare».

Le sue storie sono diventate anche lavori teatrali.

«Il merito è del giovane attore Paolo Floris che con Ascanio Celestini ha portato in scena la vita di Vittorio Palmas. Ci sono state oltre quaranta rappresentazioni di “Storia di un uomo magro” sostenute dalla Fondazione di Sardegna. Ho constatato che il teatro di narrazione – con un interprete mattatore – è un’ottima palestra per capire la storia. La stessa cosa è avvenuta con “Là dove sono nata vorrei tornare” o con le domestiche interpretate da Daniele Cossiga e Antonella Demurtas. È la cronaca sul palcoscenico».

La Storia come una grande cronaca. Questo sono i suoi libri. Perciò Remo Bodei nel volume la “Sardegna di dentro” l’ha definita “un novello Erodoto”.

«Bodei mi aveva detto che si riferiva soprattutto al metodo di scrittura: che è racconto crudo, senza fantasia, da me ereditato studiando bene Cesare e Tito Livio, Senofonte e Tucidide ma anche i classici italiani. Ho cercato di raccontare seguendo gli eventi cronologicamente, mettendo in parallelo passato e presente. Ho registrato idealmente fonti orali che poi – certo – ho elaborato. Ma erano già nate senza retorica. Ho seguito i consigli di Manlio Brigaglia: ascolta e scrivi. Ecco perché una mia testimone dice: “mi voglio mangiata e dormita in casa del padrone”».

Testimonianza storica, nella “Chiave dello zucchero” e in tutti i suoi libri, ma anche scrittura, padroneggiata con gli strumenti del giornalista e insieme con quelli del narratore. Oggi la narrativa torna ad avere bisogno di realtà?

«Narrare è comunicare, essere in sintonia col lettore, farsi capire da chi ascolta e da chi legge. Cerco sempre di usare frasi che ciascuno possa capire senza lambiccarsi il cervello: è stato questo l’insegnamento che ho avuto dalle elementari con maestro Mario Carta, al ginnasio con don Maxia, al liceo con don Massa, all’università con Carlo Bo. Non so se questa sia cronaca o narrazione. I miei libri più che romanzi mi sembrano articoli lunghi. I libri che fanno cronaca sono narrativa: credo che per questo la narrativa stia vivendo una fase positiva, racconta realtà, cioè la vita dell’uomo».

Piccoli mondi dai quali si guarda al mondo grande e terribile. Non sarà un caso se a Perdasdefogu, il suo paese, c’è una piazza che si chiama “Cent’anni di solitudine”.

«Questa denominazione nasce dalla realtà. Perdasdefogu detiene il record mondiale della longevità familiare. Come chiamare una bella piazza davanti al cimitero? Ho detto al sindaco Mariano Carta di pagare le royalties alla Fondazione Gabriel Garcìa Màrquez: ed ecco Piazza Cent’anni di solitudine. La gente legge la targa e sa che Màrquez è nato ad Aracataca. Ogni paese è mondo. Il mio è ricco di testimoni eccellenti».

Perdasdefogu è diventato anche la sede di un festival letterario che l’università La Sapienza di Roma ha riconosciuto come uno dei 50 più importanti in Italia. Si può fare e fare bene anche in Sardegna, se si hanno buone idee.

«Quella ricerca analizzava 680 festival in Italia. Mario Morcellini e Valentina Falconi ne hanno scelto 50 a pari merito. SetteSere SettePiazze SetteLibri è rientrato in questa top fifty. Un festival nato per far leggere chi non leggeva. Traguardo tagliato. Nella prima edizione venduti 87 libri, nell’ultima 340 in un villaggio che ha anche la piazza “Il giorno del giudizio”. Quest’anno Sandro Veronesi, Bernard Guetta. Abbiamo avuto Marc Lazar, Stella, Rizzo, Benedetta Tobagi, Giovanni Floris, Michela Murgia, Flavio Soriga: locale e globale. Autori che hanno interagito col pubblico».

In molte delle sue narrazioni emerge una forte presenza femminile, dalle domestiche che vanno a servizio a Roma e a Milano sino alla levadora di Hotel Nord Sardegna. La voce delle donne nella storia, una voce troppo spesso oscurata o inascoltata.

«Questo libro chiude una tetralogia al femminile: “Donne sarde”, “Le ragazze sono partite”, “Come figlie anzi”. Le donne – non lo dico oggi – hanno una marcia in più, studiano più e meglio dei maschi. Il record dei 110 e lode è femminile non maschile. Ecco perché emergono. Facendo cronaca ho raccontato Daniela Falconi imprenditrice e Tonni e Gigliola Sulis docente a Leeds. Ho parlato delle donne del rosmarino, di zeraccas e badanti, di donne che dicevaano ai carabinieri e ai fascisti: sto assistendo una donna non una zingara. Donne coraggio, femministe da esaltare».

Lei viene da una lunga esperienza nei giornali. Esperienza vissuta in un’epoca molto diversa dall’attuale. Che cosa è cambiato?

«Il cambiamento è in ogni settore. Ho avuto ottimi insegnanti alla Scuola di giornalismo di Urbino ma anche nella redazione dell’Unione a Cagliari con maestri come Vittorino Fiori, Fabio Maria Crivelli e Giorgio Melis. Cronisti puri. E cronache pretendevano. Ti facevano riscrivere un pezzo anche tre, quattro volte. Ti facevano annunciare una riunione sindacale ma poi te la facevano seguire. Ora non avviene. Racconti solo una partita di calcio, non il dibattito su un libro, un’assemblea sindacale o studentesca. Oggi ci pensano i social, che non sono la voce di Dio, anzi. Ma credo che si tornerà presto a sua maestà la cronaca: scavando a 360 gradi».

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