«Con i biomarcatori diagnosi precoce dell’infezione Covid»

SASSARI. Perché alcune persone infettate dal Covid-19 sviluppano una malattia grave mentre altre se la cavano con sintomi leggeri? A questa domanda sta cercando di rispondere, attraverso l’identificaz...

SASSARI. Perché alcune persone infettate dal Covid-19 sviluppano una malattia grave mentre altre se la cavano con sintomi leggeri? A questa domanda sta cercando di rispondere, attraverso l’identificazione di biomarcatori che possano prevedere l’andamento dell’infezione, un team internazionale di cui fa parte David Kelvin, scienziato canadese tra i massimi esperti di Sars. Uno studio che coinvolge anche Sassari, con Salvatore Rubino, docente universitario del Dipartimento di Scienze biomediche e direttore del laboratorio Covid-19 della struttura complessa di Microbiologia e Virologia dell’Azienda ospedaliera di Sassari (quest’ultimo centro di riferimento regionale), oltre a medici del reparto di anestesia e rianimazione sempre dell’Aou. Kelvin si trova proprio in questi giorni in Sardegna per incontrare i colleghi sardi e si divide tra reparti e Stintino che frequenta da anni dopo essere rimasto stregato dalla sua bellezza.

Quindi la Sardegna potrà dare il suo contributo alla ricerca per la lotta al virus che sta mettendo in ginocchio tutto il mondo. Su quali aspetti state lavorando?

«La rete globale di scienziati e medici è stata creata per cercare di identificare una serie di biomarcatori in grado di individuare i pazienti Covid-19 che potranno sviluppare una malattia grave. Sono qui per incontrare i miei colleghi italiani, Salvatore Rubino, Daniela Pasero, Gabriele Ibba e altri ancora per discutere sui dati preliminari sui biomarcatori e su come estendere questi risultati allo studio dei pazienti gravi che sono ricoverati a Sassari».

Cos'è un biomarcatore?

«Un biomarcatore è una qualsiasi molecola associata a una particolare malattia o stato di salute. Ad esempio, il glucosio è un biomarcatore per individuare la presenza del diabete».

Dove vengono ricercati i biomarcatori?

«Per i nostri studi iniziali abbiamo indagato nel siero di sangue. Con l’aiuto dellla professoressa Pasero esamineremo anche i biomarcatori nei polmoni».

Quanti biomarcatori ricercherete?

«Abbiamo esaminato da 30 a 40 biomarcatori per ogni paziente, tuttavia possiamo estenderlo a centinaia se sarà necessario».

E a quanti pazienti sarà estesa l’analisi?

«A livello globale esamineremo migliaia di pazienti».

Quali risposte avete ottenuto finora?

«Due, e importanti. La prima è che abbiamo identificato un piccolo numero di biomarcatori, chiamati citochine, che sono associati a una malattia grave. La seconda è la scoperta che la presenza del genoma Covid-19 nel sangue è associata a una malattia grave».

Qual è il vantaggio di trovare biomarcatori che mostrano chi svilupperà una malattia grave?

«Ci auguriamo che utilizzandoli potremo avere un test per la diagnosi precoce di pazienti che potranno avere una patologia grave».

Quanto tempo ci vorrà per sviluppare un test?

«Ci stiamo lavorando adesso, speriamo al più presto».

Quanti paesi sono coinvolti nella sua rete globale?

«I paesi coinvolti sono Italia, Spagna, Cina, Costa d’Avorio, Mozambico, Etiopia, Sudan, Libia, Egitto, Vietnam, Usa e Canada».

Chi sostiene questo progetto di ricerca?

«Canadian Foundation for Health Research, Canadian Foundation for Innovation, Research di Nova Scotia, Li-Ka Shing Foundation, Dalhousie Medical Research Foundation e sostenitori locali qui in Sardegna e in Spagna».

Cosa ne pensa dell'approccio italiano alla pandemia?

«Sono rimasto molto colpito dal modo in cui l'Italia è riuscita a contrastare la prima ondata di diffusione del virus. Il vostro Paese è stato colpito presto e ha avuto un gran numero di casi, ma li ha tenuti sotto controllo. Spero che il governo e la popolazione possano lavorare insieme per gestire anche la seconda ondata che è in corso.

E in Sardegna?

«Arrivando nell’isola sono rimasto impressionato dal fatto che fosse necessario un test Covid-19 per entrare. E ciò aiuta moltissimo nel prendere misure precauzionali. L’app Immuni, poi, aiuta anche nella gestione dei contatti. Queste misure innovativepossono contenere i contagi. Ma è importante sottolineare che la migliore risorsa per gestire una pandemia sono gli stessi sardi: devono fare la loro parte per tenere a bada l’infezione indossando la mascherina e rispettando il distanziamento sociale».

Quando ha incontrato per la prima volta il professor Rubino?

«Ci siamo conosciuti quasi 17 anni fa in un incontro a Bishkek in Kirgizhistan. E in quell’occasione mi ha convinto a unirmi al suo progetto per avviare il “Journal of Infection in Developing Countries”.

Quando pensa che sarà disponibile un vaccino contro il Covid-19?

«L'Italia ha una solida storia nello sviluppo di vaccini, mi aspetto che l’Unione europea riescano a sviluppare un vaccino dalla tarda primavera all'estate del prossimo anno».

Un vaccino riporterà la situazione a prima della pandemia?

«Vorrei dire di sì, ma ci vorrà molto tempo prima che vengano preparate dosi sufficienti per la comunità globale. E se non saranno sufficienti ci troveremo a dover affrontar diverse questioni etiche. Chi dovrà ricevere per primo il vaccino? Chi lo pagherà per le nazioni più povere? E inoltre: un solo tipo di vaccino sarà sufficiente? E cosa faremo quando un gran numero di persone si rifiuterà di sottoporsi alla vaccinazione? Sono domande a cui la comunità internazionale deve dare risposte perché nessuno venga escluso ».

In che cosa si differenziano Sars 1 e Sars 2 Covid-19?

«Con la Sars 1 il contagio si sviluppa soltanto quando si manifestano segni clinici. E con misure di contenimento il paziente non si infetta. E ora il ceppo della malattia sembrerebbe sparito. Con il Covid -19, invece, abbiamo molti asintomatici e così il virus è riuscito a diffondersi».



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