Vanessa Roggeri: «Racconto la Sardegna e i suoi misteri»

A partire da domani in edicola con la Nuova “La cercatrice di corallo” il romanzo della scrittrice cagliaritana ambientato nel mondo dei corallari

Vanessa Roggeri è nata e cresciuta a Cagliari. Nelle sue note biografiche si legge che ama definirsi «una sarda nuragica, innamorata della sua terra». La nonna le raccontava favole e leggende sarde e storie d’infanzia sullo sfondo di in un’isola magica e misteriosa. E di quell’universo c’è molto nei suoi testi.

Ora uno dei suoi romanzi più fortunati, “La cacciatrice di corallo”, da domani e per una settimana sarà in edicola con la Nuova (al prezzo di 7.50 euro oltre quello del quotidiano) per la collana Scrittori di Sardegna 2020. Con l’autrice abbiamo parlato del libro e della sua passione per la scrittura in questa intervista.

Com’è arrivata alla scelta di fare narrativa?

«Mi piace parlare di scelta perché la mia è stata proprio una decisione presa consapevolmente intorno ai sedici anni, quando ancora dovevo capire me stessa e il mondo che mi circondava. Sebbene a quell’età il presente appaia come l’unica dimensione temporale che abbia senso e valore, del mio futuro nebuloso sapevo per certo che avrei scritto storie e che un giorno sarei diventata una scrittrice. Non ho mai programmato nulla nella mia vita, ma arrivare a pubblicare i miei libri con grandi case editrici e vederli sugli scaffali delle librerie è stato un progetto che ho portato avanti con costanza e determinazione. Scrivo perché farlo mi rende felice, in qualche maniera giusta, soddisfatta, orgogliosa del percorso che sono riuscita a compiere seguendo la mia passione».

Nei suoi romanzi una Sardegna tradizionale fa da sfondo al difficile percorso che i personaggi femminili devono compiere per liberarsi da condizionamenti sociali penalizzanti. Come ci provano?

«Ci provano contando solo sulle proprie forze e soprattutto pensando sempre con la propria testa. Le mie protagoniste partono da condizioni di forte svantaggio, per contesto economico e famigliare, si può dire che toccano il fondo fin dalla più tenera età, per affrontare poi un percorso di crescita e risalita alla scoperta di se stesse. Attraverso le difficoltà della vita arrivano a capire che i propri punti deboli, le proprie diversità, non sono altro che centri di forza capaci di celare talenti inaspettati. A modo loro sono delle ribelli che contro tutto e tutti diventano artefici del proprio destino. L’ambientazione di oltre cento anni fa descrive un contesto sociale che può risultare ingabbiante, specie per le donne prive di mezzi, ma è anche funzionale allo scopo di dimostrare che rinascere dalle proprie ceneri e ricominciare è possibile in qualsiasi epoca, a maggior ragione in un tempo più moderno come il nostro prodigo di possibilità. I lettori hanno bisogno di esempi positivi nei quali identificarsi».

Spesso la discriminazione di genere si risolve in uno stigma sociale: le cogas, le bidemortos…

«Approfondire il passato, le tradizioni culturali e le superstizioni che tuttora sopravvivono ci aiuta a comprendere perché nel 2020 le donne siano ancora costrette a lottare per l’affermazione dei propri diritti. Le cogas, ad esempio, le streghe vampiro che si intrufolavano nelle case per uccidere i bambini appena nati, sono figure di donne nerissime che in origine attingevano ad archetipi femminili tutt’altro che negativi e che solo nel corso dei secoli, specialmente con l’avvento dell’evangelizzazione e della caccia alle streghe in Sardegna, ha visto mutare la propria connotazione all’interno del contesto sociale. Di pari passo con la demonizzazione della donna, la coga assume aspetti demoniaci, paurosi, insidiosi, diventando pian piano parafulmine di tutti i mali che possono colpire una comunità: dalle morti bianche dei neonati alle epidemie del bestiame e le annate nefaste per il raccolto. Il meccanismo era sempre il medesimo: ad essere considerata coga era la compaesana più in difficoltà, quella diversa, odiata e temuta, affetta da menomazioni fisiche o psichiche, portatrice di quel difetto che era sinonimo di male. Ho scoperto con stupore che in molti paesi dell’isola ancora sopravvive la memoria delle ultime cogas morte una cinquantina d’anni fa».

“La cercatrice di corallo” è la storia di un amore contrastato. Libertà e convenzioni sociali entrano drammaticamente in tensione.

«Il libro racconta in un crescendo tragico l’odio tra due famiglie imparentate e l’amore nato tra due ragazzi, un sentimento puro che impedirà agli antichi rancori di diventare faida. Se da una parte Fortunato e Dolores rappresentano una Sardegna del passato che non perdona, rimugina l’astio e cede al desiderio di vendetta, dall’altra ci sono i loro figli che tagliano nettamente con un sistema di pensiero violento, incarnando una Sardegna possibile, densa di luce e di speranza. L’amore esige un prezzo da pagare, così come la ricerca della libertà. Ma la libertà assoluta non esiste: è un’utopia puerile, una pretesa dell’adolescente, una disillusione per l’adulto. E tuttavia è doveroso da parte dell’uomo tendervi tutta la vita».

In una società diversa da quella tradizionale come quella in cui viviamo e per molti aspetti più complessa, come andrebbe declinato l’impegno per la parità e l’emancipazione femminili?

«L’emancipazione femminile deve partire dalla base, ossia dal binomio imprescindibile istruzione e lavoro. Non ci sono scorciatoie per il raggiungimento della vera indipendenza, quella che parte prima di tutto dalla testa e piano piano conquista la dimensione emotiva fino ad arrivare all’autosufficienza economica. È riconosciuto che le donne negli studi ottengano risultati superiori agli uomini, eppure per la nostra società non è sufficiente. Non lo è se poi il lavoro femminile non viene equiparato a quello maschile, se le retribuzioni in molti settori continuano ad essere sottopagate perché sottostimate, e se certi sbocchi lavorativi sono ad esclusivo appannaggio maschile. È una lotta quotidiana. In generale la credibilità concessa alle donne viene compromessa negativamente da certi retaggi del passato, beceri e offensivi, che nel nostro Paese sono duri a morire. Sono consapevole che sia un intero sistema di pensiero a dover cambiare, come un impianto di radici da recidere capillare e profondamente infiltrato nella cultura millenaria di un Paese per natura restio ai cambiamenti. Possiamo spendere fiumi di parole per spiegare che cosa non funziona, ma senza uno Stato che vigila e garantisce istruzione e lavoro per tutte le donne, ovvero pari opportunità, non otterremo mai un reale cambiamento».

Viviamo un tempo incerto, in cui all’orizzonte si profilano dilemmi la cui soluzione potrebbe essere decisiva per il futuro dell’umanità intera. Il ruolo della cultura?

«Hegel scriveva che “l’uomo è veramente uomo soltanto grazie alla cultura”. La cultura allarga gli orizzonti della mente e aumenta la consapevolezza di sé e degli altri: la consapevolezza che siamo più dei nostri istinti violenti, più della trivialità animale che contraddistingue il pensiero e l’azione della società in cui viviamo. La cultura ci eleva al di sopra delle nostre miserie quotidiane, predispone alla bellezza e alla comprensione del bene in quanto valore assoluto. Dovrebbe rappresentare un’ancora di salvezza, specialmente in un periodo così critico. Una nazione che non ne capisce il valore e l’importanza è destinata a non progredire. L’Italia non investe abbastanza in cultura perché non la considera una risorsa (pensiamo all’altissimo tasso di dispersione scolastica e al fatto che solo quattro italiani su dieci leggono almeno un libro all’anno), nonostante l’immenso patrimonio artistico e umanistico. È un Paese che purtroppo ha perso la memoria del proprio passato».



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