Javier Marìas perduto nei labirinti del mondo
Tutti i racconti del romanziere spagnolo in un volume pubblicato da Einaudi Prosa funambolica e personaggi come fantasmi, ma più tangibili dei vivi
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Nella postfazione del 1991 al suo romanzo d’esordio intitolato «I territori del lupo», pubblicato per la prima volta a Barcellona nel 1971 e tradotto per Einaudi nel 2013, Javier Marìas in una specie di dichiarazione di poetica ne individuava il punto di forza nella totale assenza dei «presunti principi di fondo del romanzo, quelli della pertinenza e dell’intreccio, della coerenza e della stretta verosimiglianza, dell’accordo di una delle parti e dello spessore del tessuto, della capacità di rispecchiamento, dell’eleganza sintattica».
Non molti anni dopo, e per la precisione nel 1996, «El Paìs» pubblicò a puntate «Malanimo», uno dei più lunghi tra i suoi racconti che non sarebbe tuttavia errato definire come il più breve tra i suoi romanzi; un testo che si distingue proprio per la pertinenza dell’intreccio e per la coerenza, e che malgrado ciò Marìas considera uno dei più compiuti. Protagonista e voce narrante è un aspirante attore spagnolo che viene ingaggiato tra i numerosi collaboratori di Elvis Presley durante le riprese in Messico del film «L’idolo di Acapulco». Roy Berry, questo il suo nome, a trentatré anni da quella vicenda racconta di come, a causa del suo lavoro come assistente linguistico di Presley, fu coinvolto in una lite con una gang di mafiosi che ebbe conseguenze tanto inattese quanto durevoli e che il lettore apprende già dal lungo preambolo che così apre il racconto: «Nessuno sa cosa significhi essere perseguitato se non l’ha vissuto personalmente e se la persecuzione non è stata costante e attiva, realizzata deliberatamente e con determinazione e con vigore e senza sosta, con perseveranza o fanatismo». Un preambolo che già da queste poche righe si intuisce digressivo e ipnotico ma che tuttavia non sottrae concretezza al racconto. Dopo la pubblicazione nel maggiore quotidiano spagnolo, «Malanimo» uscì in edizione limitata per i tipi di Plaza y Janés, per diventare in breve tempo introvabile. Nel 2012, al solo scopo di renderlo di nuovo disponibile in spagnolo, Marìas decise di raccoglierlo insieme a tutti i suoi racconti in un unico volume che Einaudi ha appena mandato in libreria nelle traduzioni di Glauco Felici, Valerio Nardoni, Maria Nicola e Paolo Tomasinelli («Tutti i racconti», Einaudi, 404 pagg., 21 euro).
Per il lettore che ancora non conoscesse Marìas, questo corposo volume potrebbe è una sorta di canale preferenziale attraverso il quale accedere alla vasta opera di un narratore versatilissimo, dalla prosa funambolica e digressiva ma al contempo misurata, ricca di incisi e di rimandi intertestuali, oltre che di continui riferimenti al cinema; un’opera che si distingue inoltre per i personaggi riconoscibilissimi e ricorrenti (quelli di “Malanimo”, per esempio, ritorneranno anche in «Gli innamoramenti”, Einaudi 2013), sovente ritratti mentre si dibattono tra un mondo reale e uno irreale, tra la vita e la morte, come fantasmi più tangibili dei vivi.
Nella nota preliminare a questa edizione, Marìas illustra le motivazioni che lo hanno condotto a ripartire il libro in «Racconti accettati», vale a dire quelli di cui «ancora» non si vergogna, nonostante siano spesso il risultato di «incarichi e di stimoli (…) prosaici e servili»; e «Racconti accettabili», quelli che ancora gli provocano un certo imbarazzo. Ma non trascura di informare il lettore della presenza di molti racconti, scritti in età adolescenziale, intorno al 1968, che restano esclusi dal libro e per i quali sembra rivendicare il diritto all’oblio.
Non molti anni dopo, e per la precisione nel 1996, «El Paìs» pubblicò a puntate «Malanimo», uno dei più lunghi tra i suoi racconti che non sarebbe tuttavia errato definire come il più breve tra i suoi romanzi; un testo che si distingue proprio per la pertinenza dell’intreccio e per la coerenza, e che malgrado ciò Marìas considera uno dei più compiuti. Protagonista e voce narrante è un aspirante attore spagnolo che viene ingaggiato tra i numerosi collaboratori di Elvis Presley durante le riprese in Messico del film «L’idolo di Acapulco». Roy Berry, questo il suo nome, a trentatré anni da quella vicenda racconta di come, a causa del suo lavoro come assistente linguistico di Presley, fu coinvolto in una lite con una gang di mafiosi che ebbe conseguenze tanto inattese quanto durevoli e che il lettore apprende già dal lungo preambolo che così apre il racconto: «Nessuno sa cosa significhi essere perseguitato se non l’ha vissuto personalmente e se la persecuzione non è stata costante e attiva, realizzata deliberatamente e con determinazione e con vigore e senza sosta, con perseveranza o fanatismo». Un preambolo che già da queste poche righe si intuisce digressivo e ipnotico ma che tuttavia non sottrae concretezza al racconto. Dopo la pubblicazione nel maggiore quotidiano spagnolo, «Malanimo» uscì in edizione limitata per i tipi di Plaza y Janés, per diventare in breve tempo introvabile. Nel 2012, al solo scopo di renderlo di nuovo disponibile in spagnolo, Marìas decise di raccoglierlo insieme a tutti i suoi racconti in un unico volume che Einaudi ha appena mandato in libreria nelle traduzioni di Glauco Felici, Valerio Nardoni, Maria Nicola e Paolo Tomasinelli («Tutti i racconti», Einaudi, 404 pagg., 21 euro).
Per il lettore che ancora non conoscesse Marìas, questo corposo volume potrebbe è una sorta di canale preferenziale attraverso il quale accedere alla vasta opera di un narratore versatilissimo, dalla prosa funambolica e digressiva ma al contempo misurata, ricca di incisi e di rimandi intertestuali, oltre che di continui riferimenti al cinema; un’opera che si distingue inoltre per i personaggi riconoscibilissimi e ricorrenti (quelli di “Malanimo”, per esempio, ritorneranno anche in «Gli innamoramenti”, Einaudi 2013), sovente ritratti mentre si dibattono tra un mondo reale e uno irreale, tra la vita e la morte, come fantasmi più tangibili dei vivi.
Nella nota preliminare a questa edizione, Marìas illustra le motivazioni che lo hanno condotto a ripartire il libro in «Racconti accettati», vale a dire quelli di cui «ancora» non si vergogna, nonostante siano spesso il risultato di «incarichi e di stimoli (…) prosaici e servili»; e «Racconti accettabili», quelli che ancora gli provocano un certo imbarazzo. Ma non trascura di informare il lettore della presenza di molti racconti, scritti in età adolescenziale, intorno al 1968, che restano esclusi dal libro e per i quali sembra rivendicare il diritto all’oblio.
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