L’ultimo applauso per il mattatore
di Daniela Giammusso
A causa del virus niente camera ardente, il corteo ha attraversato la città tra due ali di folla commossa
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ROMA. È una Roma quasi irreale, silenziosa e senza traffico, quella che ieri mattina accoglie l’ultimo viaggio di Gigi Proietti, il grande mattatore, scomparso lunedì a 80 anni, proprio nel giorno del suo compleanno (quasi una «mandrakata», si potrebbe dire citando uno dei suoi più celebri personaggi) e nel pieno, però, della pandemia. Non si può fare tutto quello che si vorrebbe. Non si può radunare tutta la folla che in questi giorni avrebbe voluto stringersi intorno alle figlie Carlotta e Susanna e alla compagna di una vita Sagitta Alter.
E allora è lui, come un re di Roma, ad attraversare la sua città. Dalla clinica dove il suo cuore si è fermato nelle prime ore di lunedì, il corteo funebre, seguito in diretta anche su Rai1, arriva in cima al Campidoglio. Come solo ai grandi cittadini, al feretro, ricoperto di rose rosse, è concesso eccezionalmente il giro intorno al Marco Aurelio, accolto dal saluto militare di tutte le forze di polizia della città. Poi si attraversa il centro, via del Corso, Piazza Barberini, via Veneto, con la gente che lo aspetta sui marciapiedi, i tassisti che aprono gli sportelli e gli applausi di chi si affaccia alla finestra.
Al Globe Theatre di Villa Borghese, il teatro elisabettiano che Proietti ha creato e guidato per 17 anni nel cuore di Villa Borghese, compiendo il miracolo di riempirlo di giovani innamorati di Shakespeare, e che da domani porterà il suo nome, lo attendono amici, colleghi, ex allievi e maestranze. L’applauso dai palchetti di legno per la sua ultima entrata in scena sembra non finire mai. «Grazie, grazie perché sei stato un costante punto di riferimento per generazioni di attori, perché hai elevato questo mestiere a una dignità raramente toccata prima», dice Edoardo Leo nel suo «saluto composto e scomposto». «Grazie – prosegue – perché mentre tutti parlavano di cultura, tu la facevi. Per averci fatto ridere fino alle lacrime. Perché tu eri il “10” in squadra. E quando dicevi “A me gli occhi” noi ti consegnavamo il cuore e tutta la nostra ammirazione». «Roma non lo dimentica. Gigi ci mancherai tanto», dice la sindaca Virginia Raggi, in collegamento perché risultata positiva al Covid, promettendo che quando la pandemia finirà la città gli renderà «l’omaggio che merita».
Qualcuno, come Flavio Insinna o Paola Tiziana Cruciani, non se la sente di parlare. Lo fanno una disperata Marisa Laurito che racconta l’amico, «protagonista generoso come pochi, mai maschilista»; e poi Paola Cortellesi («ascoltandoti, da piccola pensavo che Amleto fosse una storia tanto allegra», racconta); Walter Veltroni, che di Proietti ricorda l’ironia sfrenata ma anche l’impegno culturale politico. Alla chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo le esequie, in forma privata accolte dal picchetto dell’Arma dei Carabinieri, che lo aveva ormai «arruolato» dai tempi del Maresciallo Rocca.
E allora è lui, come un re di Roma, ad attraversare la sua città. Dalla clinica dove il suo cuore si è fermato nelle prime ore di lunedì, il corteo funebre, seguito in diretta anche su Rai1, arriva in cima al Campidoglio. Come solo ai grandi cittadini, al feretro, ricoperto di rose rosse, è concesso eccezionalmente il giro intorno al Marco Aurelio, accolto dal saluto militare di tutte le forze di polizia della città. Poi si attraversa il centro, via del Corso, Piazza Barberini, via Veneto, con la gente che lo aspetta sui marciapiedi, i tassisti che aprono gli sportelli e gli applausi di chi si affaccia alla finestra.
Al Globe Theatre di Villa Borghese, il teatro elisabettiano che Proietti ha creato e guidato per 17 anni nel cuore di Villa Borghese, compiendo il miracolo di riempirlo di giovani innamorati di Shakespeare, e che da domani porterà il suo nome, lo attendono amici, colleghi, ex allievi e maestranze. L’applauso dai palchetti di legno per la sua ultima entrata in scena sembra non finire mai. «Grazie, grazie perché sei stato un costante punto di riferimento per generazioni di attori, perché hai elevato questo mestiere a una dignità raramente toccata prima», dice Edoardo Leo nel suo «saluto composto e scomposto». «Grazie – prosegue – perché mentre tutti parlavano di cultura, tu la facevi. Per averci fatto ridere fino alle lacrime. Perché tu eri il “10” in squadra. E quando dicevi “A me gli occhi” noi ti consegnavamo il cuore e tutta la nostra ammirazione». «Roma non lo dimentica. Gigi ci mancherai tanto», dice la sindaca Virginia Raggi, in collegamento perché risultata positiva al Covid, promettendo che quando la pandemia finirà la città gli renderà «l’omaggio che merita».
Qualcuno, come Flavio Insinna o Paola Tiziana Cruciani, non se la sente di parlare. Lo fanno una disperata Marisa Laurito che racconta l’amico, «protagonista generoso come pochi, mai maschilista»; e poi Paola Cortellesi («ascoltandoti, da piccola pensavo che Amleto fosse una storia tanto allegra», racconta); Walter Veltroni, che di Proietti ricorda l’ironia sfrenata ma anche l’impegno culturale politico. Alla chiesa degli Artisti di Piazza del Popolo le esequie, in forma privata accolte dal picchetto dell’Arma dei Carabinieri, che lo aveva ormai «arruolato» dai tempi del Maresciallo Rocca.
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