Persi dentro la folle corsa di un treno
“Gli ultimi giorni di quiete”, nel nuovo romanzo di Manzini si intrecciano dolore privato e perdita di senso collettiva
6 MINUTI DI LETTURA
Nora e Pasquale hanno subìto la tragedia più grande per dei genitori. Corrado, il figlio ventitreenne, è stato strappato loro senza nemmeno il tempo di dirgli addio.
Una banale rapina nella tabaccheria di famiglia. Corrado stava sostituendo il padre. Il ragazzo reagisce, e viene ucciso... Sei anni dopo Nora, distrutta dalla perdita dell’unico figlio, in un treno interregionale incontra Paolo Dainese, l’assassino del figlio.
Era stato condannato a quattordici anni per omicidio preterintenzionale. Come può già essere fuori? Lui neppure la riconosce. Quasi in trance, Nora scende a Roseto degli Abruzzi, la fermata dell'assassino, e inizia a seguirlo. Comincia così il nuovo romanzo di Antonio Manzini, che per questa volta mette da parte il celeberrimo vicequestore Rocco Schiavone, per raccontare una storia che ruota intorno all’impossibilità di avere una giustizia terrena. “Gli ultimi giorni di quiete” (Sellerio, 14 euro) esplora nodi tematici quali il dolore e l’amore di una madre, chiedendosi fin dove questi due sentimenti possano spingersi, prima di portare una persona al punto di rottura.
Quasi tutte le storie in un modo o nell’altro affrontano la tematica della lotta tra il bene e il male. E questa lotta affonda le radici sempre nell’intimo dei personaggi. Il romanzo comincia da una situazione di partenza in cui non ci sono né vinti né vincitori. Sono tutti vittime. Chi di un sistema ingiusto, chi delle proprie colpe. Nora incontra per caso l’assassino di suo figlio Corrado, che solo dopo cinque anni di carcere è già in libertà.
Un incipit folgorante. Come è arrivata questa idea?
«Tanti anni fa, in un viaggio in treno, c’erano ancora gli scompartimenti, un uomo mi raccontò di aver incontrato l’assassino di suo figlio sulla tratta Genova-Ventimiglia. E questo fatto mi è rimasto in testa, come un tarlo, per anni, convinto che prima o poi avrei dovuto provare a scrivere un libro su un argomento così difficile e straziante. Ecco perché la prima scena si svolge su un treno. L’uomo è diventato Nora, ma l’immagine che mi suggerì quel racconto di tanti anni fa è rimasta nella memoria. Nora e Pasquale hanno vissuto la tragedia più grande che possa capitare a un genitore. Il loro dolore però sembra allontanarli, quasi che l’uno riflettesse la disperazione dell’altro».
Ci si può salvare insieme da un baratro del genere, o ognuno deve fare il proprio percorso di accettazione?
«Non ho risposte, solo domande. Nora e Pasquale si sono allontanati, hanno continuato le loro vite per inerzia, senza scelte e decisioni importanti. Un giorno veniva dopo l’altro, il futuro non aveva senso, era un cielo grigio novembrino. Forse qualcuno ha trovato la forza sorreggendosi all’altro, condividendo il dolore, guardandolo in faccia ogni mattina, cercando di rifiutarlo. Nora e Pasquale no. Non ce l’hanno mai fatta».
C’è una scena topica nel romanzo. Un avvocato amico di Pasquale, anche lui quasi incredulo rispetto alla liberazione di Dainese, prende un pezzo di carta e fa dei calcoli aritmetici. Delle sottrazioni, a essere precisi. Pena, meno attenuanti generiche, buona condotta, benefici carcerari, quarantacinque giorni di permesso maturati ogni anno… Il risultato è glaciale. La vita stroncata di un figlio vale cinque anni di galera per il suo assassino. E qui non si tratta di fiction, ma di realtà. Senza voler essere o apparire giustizialisti, c’è qualcosa che non va nel nostro sistema giudiziario?
«Il discorso purtroppo è molto complicato. Partiamo dal fatto che in questo paese, al di là del fatto narrato nel libro, non c’è certezza della pena. E non mi riferisco solo all’istituto penale, anche al civile. Cause di lavoro, contratti, niente ha più valore se il cittadino defraudato di un diritto sa che ricorrere alla giustizia gli frutterà al massimo 15 anni di rimbalzi fra studi di avvocati e processi rimandati. Sul penale è ancora più grave. La certezza della pena io penso sia un cardine fondante di una società civile. Detto questo, e cioè che l’Italia ha un bisogno spaventoso di una totale e epocale ristrutturazione del sistema giudiziario, a partire dai cavilli burocratici, alle responsabilità dei patrocinatori e della magistratura, c’è un elemento che dobbiamo sempre tener presente: la legge non può essere emotiva. Deve distanziarsi da reo e vittima, cercare la quadratura del cerchio con regole fredde e asettiche che amministrino il vivere civile. L’istinto femminile di Nora la porta a elaborare una strategia vendicativa improntata sulla pressione psicologica. Pasquale, invece, pensa subito a una ritorsione brutale, poco strutturata».
Uomini e donne sono diversi anche nella “giustizia riparatrice”?
«Posso rispondere solo per Nora e Pasquale. E sì, in loro c’è questa profonda differenza, diciamo così, di approccio al problema. Io credo che le donne, in questo caso Nora, creatrici per eccellenza abbiano un sistema di riferimenti molto diverso dagli uomini, in questo caso Pasquale. Lui e i suoi simili durante la stagione degli amori si pigliano a cornate, Nora e le altre sanno come far scontrare quelle corna per il risultato che a loro preme di più, che non è quel cervo in particolare, ma la salvaguardia della specie».
Rispetto alle ambientazioni di Aosta o Roma, questa storia si dipana tra Pescara e Roseto degli Abruzzi. Si percepisce un’atmosfera di ineluttabilità e di tristezza, tipica dei luoghi di mare descritti d’autunno o d’inverno. C’è una motivazione dietro questa scelta di cambiare scenario?
«Il paesaggio, io credo, parla tanto quanto un personaggio. Il mare marrone dell’adriatico d’inverno, gli stabilimenti chiusi, le gelaterie con i vetri sporchi di sabbia e acqua, sono specchio e non contrappunto ai sentimenti dei personaggi. È un paesaggio che mi ha aiutato a rendere la depressione e l’abbattimento di Nora e Pasquale già dal punto di vista visivo».
Qualche giorno fa purtroppo abbiamo perso un grande attore, Gigi Proietti.Lei ha una formazione e un passato teatrale. Tanti suoi ex colleghi stanno passando un brutto momento, ed è strano che si calino i sipari di uno strumento che è salvifico per l’anima, soprattutto in questa situazione, non crede?
«Sì, lo credo, forte anche dei dati che lasciano uno o due positivi al Covid su trecentomila spettatori. Ma la domanda che mi pongo è un’altra. Da quasi trent’anni manca una politica culturale, del teatro, di cui nessun governo si è occupato. Non parliamo di Berlusconi, che anzi ha fatto di tutto per massacrarlo, (a lui che le persone uscissero di casa si ponessero delle domande dopo aver visto, che so? Brecht, non solo non gli interessava ma credo lo spaventasse) ma anche ai due o tre che hanno poggiato le terga su quella poltrona dopo di lui. Il teatro non interessa questa società italiana. Sanno solo piangere la dipartita dell’attore. Ma quando l’attore era in vita, perché non gli è stato assegnato il compito, per esempio, di amministrare il teatro di Roma? Chi meglio di Gigi Proietti? Invece niente. Ora tutti lì a piangere il grande maestro. Buffoni e ipocriti. Il teatro andrebbe sovvenzionato, andrebbero riaperti i circuiti che erano dell’ETI e assicuravano a compagnie e attori di girare per la penisola a portare gli spettacoli, cultura, divertimento, riflessione e a guadagnarsi da vivere, perché va ricordato che i lavoratori dello spettacolo sono lavoratori, appunto, e campano del loro lavoro. I professionisti sono professionisti, i dilettanti dilettanti, non si può fare di tutta l’erba un fascio. I professionisti, e questo sarebbe un primo passo per un nuovo rinascimento, dovrebbero riappropriarsi delle stanze decisionali che riguardano lo spettacolo».
Una banale rapina nella tabaccheria di famiglia. Corrado stava sostituendo il padre. Il ragazzo reagisce, e viene ucciso... Sei anni dopo Nora, distrutta dalla perdita dell’unico figlio, in un treno interregionale incontra Paolo Dainese, l’assassino del figlio.
Era stato condannato a quattordici anni per omicidio preterintenzionale. Come può già essere fuori? Lui neppure la riconosce. Quasi in trance, Nora scende a Roseto degli Abruzzi, la fermata dell'assassino, e inizia a seguirlo. Comincia così il nuovo romanzo di Antonio Manzini, che per questa volta mette da parte il celeberrimo vicequestore Rocco Schiavone, per raccontare una storia che ruota intorno all’impossibilità di avere una giustizia terrena. “Gli ultimi giorni di quiete” (Sellerio, 14 euro) esplora nodi tematici quali il dolore e l’amore di una madre, chiedendosi fin dove questi due sentimenti possano spingersi, prima di portare una persona al punto di rottura.
Quasi tutte le storie in un modo o nell’altro affrontano la tematica della lotta tra il bene e il male. E questa lotta affonda le radici sempre nell’intimo dei personaggi. Il romanzo comincia da una situazione di partenza in cui non ci sono né vinti né vincitori. Sono tutti vittime. Chi di un sistema ingiusto, chi delle proprie colpe. Nora incontra per caso l’assassino di suo figlio Corrado, che solo dopo cinque anni di carcere è già in libertà.
Un incipit folgorante. Come è arrivata questa idea?
«Tanti anni fa, in un viaggio in treno, c’erano ancora gli scompartimenti, un uomo mi raccontò di aver incontrato l’assassino di suo figlio sulla tratta Genova-Ventimiglia. E questo fatto mi è rimasto in testa, come un tarlo, per anni, convinto che prima o poi avrei dovuto provare a scrivere un libro su un argomento così difficile e straziante. Ecco perché la prima scena si svolge su un treno. L’uomo è diventato Nora, ma l’immagine che mi suggerì quel racconto di tanti anni fa è rimasta nella memoria. Nora e Pasquale hanno vissuto la tragedia più grande che possa capitare a un genitore. Il loro dolore però sembra allontanarli, quasi che l’uno riflettesse la disperazione dell’altro».
Ci si può salvare insieme da un baratro del genere, o ognuno deve fare il proprio percorso di accettazione?
«Non ho risposte, solo domande. Nora e Pasquale si sono allontanati, hanno continuato le loro vite per inerzia, senza scelte e decisioni importanti. Un giorno veniva dopo l’altro, il futuro non aveva senso, era un cielo grigio novembrino. Forse qualcuno ha trovato la forza sorreggendosi all’altro, condividendo il dolore, guardandolo in faccia ogni mattina, cercando di rifiutarlo. Nora e Pasquale no. Non ce l’hanno mai fatta».
C’è una scena topica nel romanzo. Un avvocato amico di Pasquale, anche lui quasi incredulo rispetto alla liberazione di Dainese, prende un pezzo di carta e fa dei calcoli aritmetici. Delle sottrazioni, a essere precisi. Pena, meno attenuanti generiche, buona condotta, benefici carcerari, quarantacinque giorni di permesso maturati ogni anno… Il risultato è glaciale. La vita stroncata di un figlio vale cinque anni di galera per il suo assassino. E qui non si tratta di fiction, ma di realtà. Senza voler essere o apparire giustizialisti, c’è qualcosa che non va nel nostro sistema giudiziario?
«Il discorso purtroppo è molto complicato. Partiamo dal fatto che in questo paese, al di là del fatto narrato nel libro, non c’è certezza della pena. E non mi riferisco solo all’istituto penale, anche al civile. Cause di lavoro, contratti, niente ha più valore se il cittadino defraudato di un diritto sa che ricorrere alla giustizia gli frutterà al massimo 15 anni di rimbalzi fra studi di avvocati e processi rimandati. Sul penale è ancora più grave. La certezza della pena io penso sia un cardine fondante di una società civile. Detto questo, e cioè che l’Italia ha un bisogno spaventoso di una totale e epocale ristrutturazione del sistema giudiziario, a partire dai cavilli burocratici, alle responsabilità dei patrocinatori e della magistratura, c’è un elemento che dobbiamo sempre tener presente: la legge non può essere emotiva. Deve distanziarsi da reo e vittima, cercare la quadratura del cerchio con regole fredde e asettiche che amministrino il vivere civile. L’istinto femminile di Nora la porta a elaborare una strategia vendicativa improntata sulla pressione psicologica. Pasquale, invece, pensa subito a una ritorsione brutale, poco strutturata».
Uomini e donne sono diversi anche nella “giustizia riparatrice”?
«Posso rispondere solo per Nora e Pasquale. E sì, in loro c’è questa profonda differenza, diciamo così, di approccio al problema. Io credo che le donne, in questo caso Nora, creatrici per eccellenza abbiano un sistema di riferimenti molto diverso dagli uomini, in questo caso Pasquale. Lui e i suoi simili durante la stagione degli amori si pigliano a cornate, Nora e le altre sanno come far scontrare quelle corna per il risultato che a loro preme di più, che non è quel cervo in particolare, ma la salvaguardia della specie».
Rispetto alle ambientazioni di Aosta o Roma, questa storia si dipana tra Pescara e Roseto degli Abruzzi. Si percepisce un’atmosfera di ineluttabilità e di tristezza, tipica dei luoghi di mare descritti d’autunno o d’inverno. C’è una motivazione dietro questa scelta di cambiare scenario?
«Il paesaggio, io credo, parla tanto quanto un personaggio. Il mare marrone dell’adriatico d’inverno, gli stabilimenti chiusi, le gelaterie con i vetri sporchi di sabbia e acqua, sono specchio e non contrappunto ai sentimenti dei personaggi. È un paesaggio che mi ha aiutato a rendere la depressione e l’abbattimento di Nora e Pasquale già dal punto di vista visivo».
Qualche giorno fa purtroppo abbiamo perso un grande attore, Gigi Proietti.Lei ha una formazione e un passato teatrale. Tanti suoi ex colleghi stanno passando un brutto momento, ed è strano che si calino i sipari di uno strumento che è salvifico per l’anima, soprattutto in questa situazione, non crede?
«Sì, lo credo, forte anche dei dati che lasciano uno o due positivi al Covid su trecentomila spettatori. Ma la domanda che mi pongo è un’altra. Da quasi trent’anni manca una politica culturale, del teatro, di cui nessun governo si è occupato. Non parliamo di Berlusconi, che anzi ha fatto di tutto per massacrarlo, (a lui che le persone uscissero di casa si ponessero delle domande dopo aver visto, che so? Brecht, non solo non gli interessava ma credo lo spaventasse) ma anche ai due o tre che hanno poggiato le terga su quella poltrona dopo di lui. Il teatro non interessa questa società italiana. Sanno solo piangere la dipartita dell’attore. Ma quando l’attore era in vita, perché non gli è stato assegnato il compito, per esempio, di amministrare il teatro di Roma? Chi meglio di Gigi Proietti? Invece niente. Ora tutti lì a piangere il grande maestro. Buffoni e ipocriti. Il teatro andrebbe sovvenzionato, andrebbero riaperti i circuiti che erano dell’ETI e assicuravano a compagnie e attori di girare per la penisola a portare gli spettacoli, cultura, divertimento, riflessione e a guadagnarsi da vivere, perché va ricordato che i lavoratori dello spettacolo sono lavoratori, appunto, e campano del loro lavoro. I professionisti sono professionisti, i dilettanti dilettanti, non si può fare di tutta l’erba un fascio. I professionisti, e questo sarebbe un primo passo per un nuovo rinascimento, dovrebbero riappropriarsi delle stanze decisionali che riguardano lo spettacolo».
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
