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“Tempi duri”, golpe vero raccontato da una fiction

“Tempi duri”, golpe vero raccontato da una fiction

Le vicende del Guatemala nell’ultimo romanzo di Mario Vargas Llosa  Dittatori, banane e democrazia, la letteratura riempie i vuoti della storia

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Secondo dopoguerra. A seguito di una rivoluzione che ha rovesciato un regime dittatoriale durato decenni, in una piccola nazione del Centroamerica due governi consecutivi cercano di modernizzare gli apparati statali e di garantire un’equa ripartizione della ricchezza – ricchezza che dalla prima parte del secolo, grazie alle decisioni scellerate di un ex-presidente, è tutta nelle mani delle aziende di una superpotenza straniera–.

È ora di dire basta: tali aziende, che possiedono le reti ferroviaria, elettrica e telegrafica, i porti ed enormi porzioni di suolo, dovranno iniziare a pagare le tasse, al momento interamente a carico della popolazione locale; si potranno fondare sindacati per difendere i diritti dei lavoratori; si ridistribuiranno le terre, un tempo espropriate, alle masse più povere. Pian piano le riforme prendono piede, suscitando preoccupazione nella superpotenza: e per il rischio che la nazione entri nell’orbita del nemico che controlla grossomodo la seconda metà del pianeta, e per il futuro delle proprie compagnie. Si organizza così un golpe: la democrazia, con il concorso dell’intelligence e delle corrotte “repubbliche” vicine, è spazzata via con le armi. Il condottiero incaricato di guidare le operazioni diventa il nuovo presidente, consacrato da una parata nella capitale e da viaggi istituzionali in veste di salvatore nella superpotenza, una prestigiosa università della quale addirittura gli conferirà una laurea honoris causa. Egli si rivela però presto un problema, e viene così eliminato (fisicamente, si intende): per i trent’anni successivi il destino della nazione sarà segnato ancora dalla dittatura, e da una tremenda guerra civile. In questo quadro, si muovono le usuali pedine di uno spionistico dei bei giorni andati: doppiogiochisti, agenti sotto copertura, contrabbandieri, militari assetati di comando e vendetta, una donna dalla straordinaria bellezza e dalla giovinezza tormentata capace di sedurre tutti gli uomini di potere. Non fosse che questa non è la storia di uno spionistico dei bei giorni andati: è la storia, o meglio: la Storia, del Guatemala nel corso del Novecento. E degli Stati Uniti e della Cia che fecero e disfecero a piacimento, appoggiando ogni sorta di spargimento di sangue per scongiurare lo spettro comunista (che non esisteva, ma fu creato con la propaganda interna ed estera) e per favorire la United Fruit, una multinazionale che commerciava e ancora oggi commercia, con un celebre marchio, banane. “Tempi duri” di Mario Vargas Llosa (Einaudi, 324 pagine, 20 euro, traduzione di Federica Niola) ripercorre tra cronaca e narrativa queste vicende con impagabile maestria, in un’opera in cui, come nei migliori romanzi storici, lì dove non sono arrivati o voluti arrivare documenti testimonianze ricostruzioni, subentra la letteratura.

Sarà impossibile per il lettore dimenticare due figure, entrambe provenienti dalla realtà storica: Johnny Abbes García, crudele capo dei servizi segreti militari dominicano, già tra i protagonisti de “La festa del caprone”, e Marta Borrero Parra, che diviene sua amante dopo esserlo stata di Carlos Castillo Armas, l’uomo d’azione che aveva ristabilito il totalitarismo nel paese per conto degli Usa. Soprattutto, però, sarà impossibile per il lettore allontanare il pensiero che questi tempi duri non siano solo un lontano ricordo, e che sotto tanti aspetti abbiano molto, troppo a che fare con il nostro presente.

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