La Nuova Sardegna

Il “nuovo”mondo dopo il Coronavirus

di Eugenia Tognotti
Il “nuovo”mondo dopo il Coronavirus

Un progetto editoriale a più voci che prova a descrivere come sarà la vita sulla Terra dopo la fine della pandemia

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C’è un mondo a.C. e un mondo d.C. Prima del Coronavirus e dopo il Coronavirus. Lo ha scritto un editorialista della statura di Thomas Friedman sul New York Times . Ci sono eventi nella storia che le società percepiscono come dei veri spartiacque, come un “dopo” che è del tutto diverso dal “prima”. È stato il caso dell’irruzione del colera, il “mostro asiatico” negli anni Trenta dell’Ottocento. E, ancora, della prima e della seconda guerra mondiale: «Non ritroveremo più il mondo che avevamo lasciato» temevano, allora, i contemporanei. E al tempo del Covid-19 anche noi pensiamo che non lo ritroveremo quello che abbiamo lasciato, non torneremo alle norme, al sistema economico e all’organizzazione sociale del “prima”.

La pandemia ha già modificato il nostro mondo in una misura che non siamo ancora in grado di valutare. Oltre alla minaccia del virus stesso, la vita pubblica e personale è cambiata in modo irriconoscibile. Per frenare la diffusione del virus abbiamo dovuto adottare misure che hanno comportato la perdita di reddito, la separazione dalla famiglia e dagli amici, gravi paure per la salute, la cancellazione delle cerimonie e dei rituali funebri, un uso radicato in tutte le società umane. Per molti ha significato anche lavorare in prima linea, affrontare esperienze potenzialmente traumatiche e prendere decisioni morali difficili. Covid-19 ha dato corpo al fantasma di una malattia breve e una morte repentina, riportandoci a un passato in cui questa realtà faceva parte dell’esperienza comune, con le malattie infettive che guidavano la graduatoria delle cause di morte. Lo shock economico e sociale, ma anche politico, morale, antropologico, è stato immenso. La parentesi della pandemia è ancora aperta. Il contagio continua a viaggiare intorno al mondo nella rete di rapide intercomunicazioni, di uomini o merci, indifferente a confini geografici e frontiere. I cordoni sanitari, le “zone rosse”, individuate nell’ultimissimo Dpcm, possono rispondere all’obiettivo di ostacolare il contagio, ma non ad averne ragione. La guerra contro il Covid 19 continua e non si combatte in un solo Paese, ma a livello planetario, con l’impegno della scienza che ha rivoluzionato i processi di progettazione e sviluppo dei vaccini.

Quali lezioni abbiamo imparato in questi drammatici mesi? Ne dà conto il libro, scritto a più mani, appena pubblicato dall’editore Laterza «Il mondo dopo la fine del mondo», che fa parte di un laborioso progetto editoriale con lo stesso titolo, in cui confluisce una varietà di strumenti e momenti di comunicazione: podcast e video-dialoghi in corso in questi giorni. Tra i quaranta autori, Romano Prodi, Sabino Cassese, Gustavo Zagrebelsky, Chiara Saraceno, Lucio Caracciolo, Innocenzo Cipolletta, Sergio Romano, Walter Ricciardi, Giuseppe Pignatone, Vittorio Emanuele Parsi, Enrico Letta, Ilvo Diamanti, Tito Boeri, Marta Dassù, per citare solo alcuni degli economisti, giuristi, costituzionalisti, eticisti, sociologi, scienziati della politica, filosofi morali, editorialisti ed esperti di sanità pubblica. Mancano storici e studiosi di scienze umane che all’estero sono nelle prime file nella riflessione per fare il punto del passato e su cosa si può fare per trovare un significato a ciò che ci sta accadendo. Difficile fare previsioni su come sarà il mondo dopo “la fine del mondo”, col virus ancora saldamente insediato nel cuore della civiltà occidentale.

Restano i dilemmi su cui si soffermano i diversi autori che hanno scritto in momenti diversi, analizzando la pandemia nel suo interfacciarsi con il contesto sociale ed economico dal quale ha avuto origine e nel quale si muove. Quali politiche pubbliche, economiche, sociali e ambientali occorrerà mettere in campo nel dopo-pandemia? Quale sarà la tenuta dei sistemi democratici di fronte ai crescenti autoritarismi che anche attraverso l’emergenza sanitaria sono riusciti ad ottenere pieni poteri? Possiamo credere nell’Unione Europea, nella libera circolazione di individui, idee o merci, nel declino delle sovranità nazionali? Possiamo aspettarci che l’Europa assuma un ruolo di guida politica per l’intero continente? Il Coronavirus trae la sua linfa vitale dalle disuguaglianze (comprese quelle di genere) e le mette in rilievo.

Il lockdown, imposto dalla drammatica emergenza, ha colpito duramente produzione e profitti dove le protezioni sociali sono più deboli o infiacchite dalle politiche di questi ultimi decenni. E dove i sistemi sanitari - a iniziare dai territori - hanno mostrato tutta la loro debolezza nell’assicurare l’accesso alle cure agli strati più deboli, penalizzati, in alcune aree, dalle scelte di ridurre la sanità pubblica a favore di quella privata. Che cosa produrrà la gestione differenziata della crisi, tra gli Stati che si sono organizzati sopprimendo le libertà pubbliche, (come l’Ungheria) e quelli che hanno cercato di mantenerle almeno in parte?

In modi e misure diverse, Covid-19 ci sta mettendo di fronte al fatto che per “il dopo” occorrerà mettere in campo nuovi sistemi sanitari, equità nell’accesso alle cure, una risposta globale più coordinata (Oms), una forte e riconosciuta leadership internazionale, l’abbandono di posizioni isolazioniste, l’unità tra i Paesi europei, che invece sono scesi in campo ciascuno per proprio conto. Con la crisi del Coronavirus la globalizzazione ha mostrato tutta la sua vulnerabilità. Avevamo fatto tutto il possibile per bandire la morte dal nostro orizzonte, affidandoci sempre più al potere della tecnologia digitale e alla promessa dell’intelligenza artificiale. Ma una microscopica forma di vita, più piccola di 160 nanometri, un milionesimo di millimetro, passando dall’animale all’uomo è stata in grado di mettere in pericolo l’umanità intera, facendo emergere il “fondamento biologico della nostra umanità”, per riprendere le parole dell’antropologa francese Françoise Héritier. Restiamo homo sapiens appartenenti al mondo animale, attaccabili da malattie contro le quali i mezzi di lotta - quarantena, isolamento, distanziamento - restano rudimentali rispetto al nostro presunto potere tecnologico: stare a casa, senza o con pochi farmaci e senza vaccino, non è molto diverso da quanto accadeva nelle società colpite dalle grandi epidemie del passato, peste, colera, febbre gialla. Abbiamo bisogno di riflettere, di disporre di molti “cantieri” di discussione pubblica. C’è da augurarsi che altri se ne aggiungano. «Questo libro – scrive l’editore nella prefazione – è soprattutto un libro di domande, le domande che molti si pongono oggi quando porgiamo lo sguardo all’orizzonte del nostro futuro più prossimo o su quanto resta dietro di noi».

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