Bandinu: «Le parole aiutano a costruire la nostra identità»
di Luca Urgu
Parla lo scrittore e antropologo di Bitti autore del “Cammino lento dell’ombra” la prossima uscita della collana di narrativa che la Nuova propone ai suoi lettori
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La “prigionia” a Terranova, la città-porto dove vive con la sua famiglia, è mitigata dal tempo clemente di questo autunno tiepido. Ha spazi verdi da calpestare per sgranchirsi un po’ le gambe e il mare a due passi per respirare iodio a pieni polmoni. La stagione patologica segnata dal Covid e dai suoi tanti lutti anche in uno abituato a viaggiare come lui. In moto perpetuo per convegni di studi, dibattiti, presentazioni di libri suoi e di altri, stare a casa è una strana condizione. Ma accettabile, viste le circostanze. Bachisio Bandinu, 81 anni, bittese, uno degli intellettuali sardi più lucidi, nella sua enclavefra la terra e il mare, investe il tempo nello studio e nel lavoro.
«Scrivo, leggo e non faccio di conto», dice con ironia. Segue le dolorose vicende del periodo e non si sottrae alle riflessioni su un’Isola sofferente ma in movimento. Tra problemi irrisolti, tra gli insegnamenti dei grandi uomini e donne del passato e i “nuovi” sardi digitali, depositari di storia e di modernità. Di un dna preciso ma anche di aperture e confronto. In stampa un nuovo libro a dicembre per la casa editrice nuorese de Il Maestrale dove esamina il linguaggio, quello dai significati reconditi, del limbo del pensiero. L’introspezione che in sardo si può tradurre con una termine bellissimo, antico e misterioso “sas intragnas”.
«Sì, “sas intragnas” sono quelle zone d’ombra che sembrano interessanti da esplorare, le parole collegate al pensiero e ai suoi meandri più nascosti. Questo ci sarà nel libro tra parole e sintassi, pensieri cerca di scandagliare cosa siamo effettivamente dentro. Una materia interessante e problematica. Dal modo di parlare si possono dedurre alcune cose, come la negazione. Sto lavorando anche ad un’altra pubblicazione che chiude se così si può dire il cerchio con un percorso in fieri sul tema dei giovani iniziato nel 1996 con “Lettera ad un giovane sardo” e proseguito con “Lettera ad un giovane sardo sempre connesso” e che ora concludo con “Lettera agli universitari” Chiudo in pratica il viaggio all’interno del capitale umano di grande valore dei giovani e dell’importanza della loro formazione», anticipa Bandinu.
La sua è un’età importante. Ottantuno anni sono una cima dalla quale si può osservare chi sta sotto e purtroppo con nostalgia anche i tanti amici che non ci sono più che con il loro sapere, la loro personalità avrebbero potuto dare ancora a questa terra e alle sue nuove generazioni. Bandinu quando te ne parla ha il dono di farteli anche vedere. Lui stesso sembra ancora passeggiarci insieme, accalorarsi, discutere sulle “questioni sarde”, un plurale che sta ad indicare i tanti fronti aperti, le tante tancas da chiudere prima che scappino gli armenti. Così la sua voce si fa ancora più amichevole e nostalgica quando cita il compaesano e amico Michelangelo Pira («è stato da me oltre un mese a Varese dove vivevo e il nostro confronto era davvero aperto e interessante»), fine linguista ed intellettuale a tutto tondo della “Rivolta dell’oggetto”, de “Sos Sinnos”; o Cicittu Masala, (“andavamo in giro per la Sardegna negli anni Novanta. Era una personalità creativa»); o ancora Giovanni Lilliu e Paolo Pillonca («il suo mondo era poetico così come il modo di utilizzare il sardo»). Pur avendolo visto una sola volta Antonio Simon Mossa ha avuto un’importanza enorme per il suo percorso. «Era il mio ideale di intellettuale sardo, parlava sette lingue, era internazionale nel modo più assoluto, nutriva attenzioni per le minoranza etniche. Simon Mossa aveva forza e speranza. La sua cultura – anche da architetto – rispondeva ai miei requisiti di modernità e progresso. La sua morte fu una perdita enorme». Insomma dei veri giganti che ancora con l’immaginazione discutono, si confrontano e banchettano e ci bacchettano con autorevolezza. «Il personaggio che mi ha più provocato intellettualmente è stata Nereide Rudas. Aveva una visione moderna della Sardegna. Mi trovavo molto bene nel parlare con lei e leggere le sue cose, c’era una consonanza che lascia il segno», ricorda Bandinu.
Depositario di un sapere enciclopedico, Bachisio Bandinu non ha difficoltà a muoversi nei vari rivoli della conoscenza, ma tra lo scrivere cosa che fa e che ha fatto con una produzione importante (tra i principali “Il re è un feticcio” (Rizzoli 1976, scritto con Gaspare Barbiellini Amidei), “Costa Smeralda” (Rizzoli 1980), aggiornato in “Narciso in vacanza” (Am&D 1994), “Lettera a un giovane sardo” (Della Torre 1996), “La maschera, la donna, lo specchio” (Spirali 2004), “Il quinto moro. Soru e il sorismo” (Domus de Janas 2007, scritto con Salvatore Cubeddu), “Pro s’indipendèntzia” (Il Maestrale 2010), “Noi non sapevamo, Il Maestrale 2016). Nella narrativa ha esordito con “L’amore del figlio meraviglioso” (Il Maestrale 2011).
«Scrivere – dice Bandinu – è sempre una grande fatica, una terribile sofferenza. Ho un rapporto conflittuale con il linguaggio, mentre quando con la parola mi libero, mi sfogo, mi piace comunicare». E se il termine autonomismo è ancora molto attuale, la parola indipendenza sortisce altri effetti. «Pare sia pericolosa, crea ansie, paure, entusiasmo. Forse a questo punto dobbiamo chiederci se siamo contro la dipendenza. Contro lo sfruttamento del vento e del sole da parte di multinazionali, contro le industrie inquinanti che fanno ammalare. Meglio confrontarci sui temi della territorialità, rimarcando il valore del territorio come risorsa. Qui occorre dare all’assessorato alla pubblica istruzione le stesse risorse che ha la Sanità. Siamo nella società della conoscenza, ma la nostra isola è ultima per numero di laureati e diplomati e all’apice per dispersione scolastico. Il vero investimento, quello più forte va fatto qui. Se voglia o avere un futuro e soprattutto scegliercelo noi con gli strumenti culturali più opportuni».
È un discorso di consapevolezza e di coraggio, ma anche di volersi bene. «Il patrimonio ambientale e culturale è davvero un bene autentico e prezioso per la Sardegna. Più diventiamo soggetti attivi meglio riusciamo a promuovere queste ricchezze senza dipendenze e subalternità. Questo è per me il vero discorso politico che ci deve far sentire vicini», rimarca lo studioso che non perde la speranza. «Vedo belle energie tra i giovani, tra i quarantenni. Il percorso di riscatto di quest’isola deve partire da loro. Da chi fa, produce. Solo dal fare nascono le cose. E quando ci mettiamo le sappiamo fare bene. Non dobbiamo aspettare qualcuno che arrivi da fuori per indicarci la strada. Il confronto, lo studio e la conoscenza sono importanti, fondamentali, ma poi dobbiamo fare da soli».
Lui che da giovane era un bravo mezzofondista («nei 1500 metri ho fatto anche qualche record studentesco»), ora ha il primato nell'eloquenza si diletta dopo tanto studio anche a guardare un po’ di sport in tv (Cagliari, Inter e Dinamo) con i colori amaranto della Bittese. «Torramos 'a sa Libra» dunque, direbbe il suo amico Mialino Pira. Un ritorno “a su connottu” a un'eredità, perché è dal sapere dei padri che può venire la salvezza del mondo. «Basta de non dare orta pro b'assennere», senza tornare indietro per raggiungerla.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
«Scrivo, leggo e non faccio di conto», dice con ironia. Segue le dolorose vicende del periodo e non si sottrae alle riflessioni su un’Isola sofferente ma in movimento. Tra problemi irrisolti, tra gli insegnamenti dei grandi uomini e donne del passato e i “nuovi” sardi digitali, depositari di storia e di modernità. Di un dna preciso ma anche di aperture e confronto. In stampa un nuovo libro a dicembre per la casa editrice nuorese de Il Maestrale dove esamina il linguaggio, quello dai significati reconditi, del limbo del pensiero. L’introspezione che in sardo si può tradurre con una termine bellissimo, antico e misterioso “sas intragnas”.
«Sì, “sas intragnas” sono quelle zone d’ombra che sembrano interessanti da esplorare, le parole collegate al pensiero e ai suoi meandri più nascosti. Questo ci sarà nel libro tra parole e sintassi, pensieri cerca di scandagliare cosa siamo effettivamente dentro. Una materia interessante e problematica. Dal modo di parlare si possono dedurre alcune cose, come la negazione. Sto lavorando anche ad un’altra pubblicazione che chiude se così si può dire il cerchio con un percorso in fieri sul tema dei giovani iniziato nel 1996 con “Lettera ad un giovane sardo” e proseguito con “Lettera ad un giovane sardo sempre connesso” e che ora concludo con “Lettera agli universitari” Chiudo in pratica il viaggio all’interno del capitale umano di grande valore dei giovani e dell’importanza della loro formazione», anticipa Bandinu.
La sua è un’età importante. Ottantuno anni sono una cima dalla quale si può osservare chi sta sotto e purtroppo con nostalgia anche i tanti amici che non ci sono più che con il loro sapere, la loro personalità avrebbero potuto dare ancora a questa terra e alle sue nuove generazioni. Bandinu quando te ne parla ha il dono di farteli anche vedere. Lui stesso sembra ancora passeggiarci insieme, accalorarsi, discutere sulle “questioni sarde”, un plurale che sta ad indicare i tanti fronti aperti, le tante tancas da chiudere prima che scappino gli armenti. Così la sua voce si fa ancora più amichevole e nostalgica quando cita il compaesano e amico Michelangelo Pira («è stato da me oltre un mese a Varese dove vivevo e il nostro confronto era davvero aperto e interessante»), fine linguista ed intellettuale a tutto tondo della “Rivolta dell’oggetto”, de “Sos Sinnos”; o Cicittu Masala, (“andavamo in giro per la Sardegna negli anni Novanta. Era una personalità creativa»); o ancora Giovanni Lilliu e Paolo Pillonca («il suo mondo era poetico così come il modo di utilizzare il sardo»). Pur avendolo visto una sola volta Antonio Simon Mossa ha avuto un’importanza enorme per il suo percorso. «Era il mio ideale di intellettuale sardo, parlava sette lingue, era internazionale nel modo più assoluto, nutriva attenzioni per le minoranza etniche. Simon Mossa aveva forza e speranza. La sua cultura – anche da architetto – rispondeva ai miei requisiti di modernità e progresso. La sua morte fu una perdita enorme». Insomma dei veri giganti che ancora con l’immaginazione discutono, si confrontano e banchettano e ci bacchettano con autorevolezza. «Il personaggio che mi ha più provocato intellettualmente è stata Nereide Rudas. Aveva una visione moderna della Sardegna. Mi trovavo molto bene nel parlare con lei e leggere le sue cose, c’era una consonanza che lascia il segno», ricorda Bandinu.
Depositario di un sapere enciclopedico, Bachisio Bandinu non ha difficoltà a muoversi nei vari rivoli della conoscenza, ma tra lo scrivere cosa che fa e che ha fatto con una produzione importante (tra i principali “Il re è un feticcio” (Rizzoli 1976, scritto con Gaspare Barbiellini Amidei), “Costa Smeralda” (Rizzoli 1980), aggiornato in “Narciso in vacanza” (Am&D 1994), “Lettera a un giovane sardo” (Della Torre 1996), “La maschera, la donna, lo specchio” (Spirali 2004), “Il quinto moro. Soru e il sorismo” (Domus de Janas 2007, scritto con Salvatore Cubeddu), “Pro s’indipendèntzia” (Il Maestrale 2010), “Noi non sapevamo, Il Maestrale 2016). Nella narrativa ha esordito con “L’amore del figlio meraviglioso” (Il Maestrale 2011).
«Scrivere – dice Bandinu – è sempre una grande fatica, una terribile sofferenza. Ho un rapporto conflittuale con il linguaggio, mentre quando con la parola mi libero, mi sfogo, mi piace comunicare». E se il termine autonomismo è ancora molto attuale, la parola indipendenza sortisce altri effetti. «Pare sia pericolosa, crea ansie, paure, entusiasmo. Forse a questo punto dobbiamo chiederci se siamo contro la dipendenza. Contro lo sfruttamento del vento e del sole da parte di multinazionali, contro le industrie inquinanti che fanno ammalare. Meglio confrontarci sui temi della territorialità, rimarcando il valore del territorio come risorsa. Qui occorre dare all’assessorato alla pubblica istruzione le stesse risorse che ha la Sanità. Siamo nella società della conoscenza, ma la nostra isola è ultima per numero di laureati e diplomati e all’apice per dispersione scolastico. Il vero investimento, quello più forte va fatto qui. Se voglia o avere un futuro e soprattutto scegliercelo noi con gli strumenti culturali più opportuni».
È un discorso di consapevolezza e di coraggio, ma anche di volersi bene. «Il patrimonio ambientale e culturale è davvero un bene autentico e prezioso per la Sardegna. Più diventiamo soggetti attivi meglio riusciamo a promuovere queste ricchezze senza dipendenze e subalternità. Questo è per me il vero discorso politico che ci deve far sentire vicini», rimarca lo studioso che non perde la speranza. «Vedo belle energie tra i giovani, tra i quarantenni. Il percorso di riscatto di quest’isola deve partire da loro. Da chi fa, produce. Solo dal fare nascono le cose. E quando ci mettiamo le sappiamo fare bene. Non dobbiamo aspettare qualcuno che arrivi da fuori per indicarci la strada. Il confronto, lo studio e la conoscenza sono importanti, fondamentali, ma poi dobbiamo fare da soli».
Lui che da giovane era un bravo mezzofondista («nei 1500 metri ho fatto anche qualche record studentesco»), ora ha il primato nell'eloquenza si diletta dopo tanto studio anche a guardare un po’ di sport in tv (Cagliari, Inter e Dinamo) con i colori amaranto della Bittese. «Torramos 'a sa Libra» dunque, direbbe il suo amico Mialino Pira. Un ritorno “a su connottu” a un'eredità, perché è dal sapere dei padri che può venire la salvezza del mondo. «Basta de non dare orta pro b'assennere», senza tornare indietro per raggiungerla.
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