URBANISTICA
Archeologia industriale, un jolly mai giocato
Strutture d’epoca abbandonate e nuovi capannoni vuoti nella zona di Predda Niedda
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A Sassari il centro storico
si è svuotato
mentre la periferia
è ora il cuore pulsante
del vivere quotidiano
Così la città “scivola”
nell’area commerciale
lasciandosi alle spalle
tante occasioni perse
per una rinascita di qualità
Ed è proprio in corrispondenza di una delle più importanti “uscite” dalla città verso il mare, quello di Alghero e di Porto Torres, che si nota la contraddizione tra quella che sarebbe potuta essere l’identità urbana di Sassari e ciò che è oggi, in seguito a scelte politiche reiterate negli ultimi cinquant’anni. Ecco che cosa si incontra sul percorso, perlopiù sconfortante, dal centro verso l’ex periferia ora diventata vero centro per Sassari e hinterland: Predda Niedda.
All’angolo fra via Padre Zirano e il sottopasso della sontuosa Santa Maria in Bethlem ci sono le ex concerie Costa. Più di un secolo fa, nel 1899, questa struttura fu la prima ad essere illuminata dalla corrente elettrica, insieme alla sala consiliare provinciale di Palazzo Sciuti, in piazza d’Italia. Costruite nel 1850 per opera della famiglia Vielà che procedette nell’attività delle concerie fino a fine secolo per poi venderla ai Costa, che a loro volta la detennero fino a dopo la seconda Guerra mondiale, le concerie hanno operato fino al primo trentennio del Novecento. Quindi vi si impiantò, riadattando i locali, il grossista di alimentari Enrico Enrichetto. Alla fine degli anni Settanta, l’ultimo ad aver sede tra le antiche mura fu il mobilificio di Pino Mura, fino all’incendio della metà degli anni Ottanta che ha contribuito allo stato attuale. Poi il degrado e l’abbandono. Oggi gli immobili sono in mano a diversi privati e non è dato sapere se c’è o ci sarà mai un progetto di valorizzazione di un complesso che darebbe lustro alla città. Si notano ancora le finestre decorate dagli stucchi e la grazia delle forme nonostante l’assenza del tetto. Ancora adesso la costruzione è affascinante ma a quanto pare non vale la pena investirci in risorse e lungimiranza.
Giganti del passato
Poco più “in basso”, verso l’uscita della città, sempre a sinistra, si stagliano le rovine di una gloriosa fabbrica: gli ex Mulini Azzena. La “Semoleria” fu presa in gestione nel 1898 da Salvatore Azzena Mossa che la fece “girare” a pieno ritmo per diversi decenni. Dopo la seconda guerra mondiale il mondo cambiò e cominciò, per quest’area di poco più di un ettaro con 5 corpi di fabbrica compresi tre imponenti silos ancora ben visibili da lontano, un lento declino. Alcuni anni fa questa superba testimonianza di archeologia industriale è balzata agli onori delle cronache perché fu candidata, assieme ad altre aree tristemente dismesse della cinta urbana, a diventare sede del campus universitario. Dopo diversi tira e molla, accese discussioni in consiglio comunale e un dibattito che appassionò l’intera città non se ne fece nulla e oggi gli ex Mulini Azzena sono diventati definitivamente rifugio per clochard e discarica per chi decida di disfarsi di rifiuti di tutti i tipi. Dalle cancellate arrugginite si intravede una grande area di sterpaglie e i vari edifici in evidente pericolo di crollo.
Il percorso continua costeggiando il cimitero che confina, sulla destra, con un altro “giovane gigante addormentato” (giovane nel senso storico) che, dopo diversi anni dalla sua nascita, stiamo parlando del 2004, giace in tutta la sua estensione: 55mila metri quadri e 297mila metri cubi che si sviluppano in due piani fuori terra e un seminterrato. Per rendersi conto dell’imponenza della struttura è sufficiente dare uno sguardo al numero dei posti auto per la clientela, oltre duemila. Sono i poveri resti (e la vicinanza al cimitero potrebbe dare vita a inquietanti similitudini) del megaprogetto dell’imprenditore sassarese Ugo Multineddu (scomparso a 91 anni nel 2018) per la realizzazione di un centro commerciale con 54 negozi in gallerie chiuse e l’ipermercato da 3.200 metri quadri. Dopo l’ultima variante risalente al 2016, quando sembrava che il colosso potesse spiccare il volo da un momento all’altro, tutto si è fermato. I cartelli con le insegne si sono pian piano scoloriti e l’impatto visivo, dalla strada che porta verso il cuore della zona industriale/commerciale, è davvero forte. Si era parlato di un passaggio di mano alla Conad, come era già successo per tutti gli altri punti vendita di Multineddu, ma poi le cose sono andate diversamente e oggi l’enorme colata di cemento si staglia a collegare la città con la sua principale appendice.
Il viaggio attraverso le scommesse perse prosegue fino alla rotatoria che immette nel cuore della Zir, Zona Industriale Regionale “Predda Niedda”. Sulla sinistra un altro simbolo dell’incompiuta perenne: quella che doveva essere la tipografia Poddighe. Quattro piani finiti con un rivestimento rosso mattone all’esterno, niente infissi nel blocco verticale. Vedendo quest’altro colosso da lontano non sembrerebbe nelle condizioni di un rudere ma gli occhi ciechi delle sue finestre e le tracce dei graffitari parlano da soli. Si tratta del risultato di un ennesimo fallimento, quello della tipografia Poddighe avvenuto nel 2000.
Fallimenti
La struttura è composta da una parte bassa dove si trovavano i macchinari della tipografia ma che nel tempo è stata depredata, attraverso innumerevoli incursioni, anche degli impianti elettrici per ricavarne il rame. Recuperare un immobile in queste condizioni non è semplice ma due anni fa sia la struttura bassa che i quattro piani affiancati, sovrastati da due tetti a cupola, sono stati acquistati all’asta da imprenditori locali. Al momento però le ex tipografie Chiarella-Poddighe incombono sull’ingresso della zona commerciale, quello che porta verso Città Mercato, senza segni di vita. Ed è proprio attraversando Predda Niedda con le sue tante attività commerciali che si arriva dritti a un’altra costruzione simbolo del degrado: un fantasma scurito dal tempo che collega la strada 131 alla zona industriale. Si tratta di quello che nacque, circa 30 anni fa, come progetto di un centro commerciale con il nome di Industriale Santa Maria ad opera di un gruppo di costruttori sassaresi. Il fallimento della società arrivò prima che la struttura venisse terminata: nei diversi piani disposti a T solo i pilastri e le coperture, il resto uno scheletro addossato alle altre attività che operano intorno. Dentro il colosso ancora la gru del cantiere ormai in preda alla ruggine e alla corrosione, un vero pericolo che gli operatori del vicinato hanno chiesto più volte di mettere in sicurezza con scarsi risultati. Ormai diversi anni fa il vecchio edificio è stato acquistato dalla cagliaritana Acentrica che per il momento, e sono passati già tanti anni, non ha realizzato alcun progetto. Viene voglia di allontanarsi velocemente da questa scacchiera sinistra di cemento armato ma tornando indietro verso via Predda Niedda, l’arteria che taglia in due la zona industriale, a colpire, fra i tanti edifici vuoti, c’è un enorme capannone che sulla facciata ha ancora le insegne del Kartodromo Indoor, con tanto di pizzeria e paninoteca al suo interno. È inattivo dallo scorso anno e non è chiaro quale sarà la sua destinazione.
Il falso modello
Sono solo alcuni esempi della situazione che si è creata nel tempo in una zona che doveva rappresentare, a discapito delle perplessità e del rifiorire del centro storico, un modello economico vincente dove l’armonia architettonica e le regole urbanistiche potevano essere messe da parte. Il caso più eclatante è un vero e proprio enigma edilizio: la struttura che ospita l’impresa denominata Ombra. È un edificio che sale per sei piani dei quali due sono occupati da attività commerciali. Lo si vede da tutte le parti di Predda Niedda, è un gigantesco spaventapasseri in ferro e cemento, non finito, giudicato in passato pericolante e pericoloso ma, nonostante la sua sfrontata sfida alle regole della fisica e a quelle del buon gusto, è sempre lì, quasi a contrapporsi, in tutta la sua imponenza al grattacielo di piazza Castello, simbolo discusso della modernità cittadina. Una modernità che si è pensato di avvalorare con la realizzazione della Zir e trascurando edifici storici, come l’ex oleificio Ardisson in viale Porto Torres, gioiello dell’architettura industriale oggi visitabile soltanto in occasioni particolari, l’ex mercato ortofrutticolo alle spalle di via XXV Aprile e tanti altri. Molto meglio, evidentemente, i capannoni vuoti, simbolo di una città con il proprio futuro alle spalle.
si è svuotato
mentre la periferia
è ora il cuore pulsante
del vivere quotidiano
Così la città “scivola”
nell’area commerciale
lasciandosi alle spalle
tante occasioni perse
per una rinascita di qualità
Ed è proprio in corrispondenza di una delle più importanti “uscite” dalla città verso il mare, quello di Alghero e di Porto Torres, che si nota la contraddizione tra quella che sarebbe potuta essere l’identità urbana di Sassari e ciò che è oggi, in seguito a scelte politiche reiterate negli ultimi cinquant’anni. Ecco che cosa si incontra sul percorso, perlopiù sconfortante, dal centro verso l’ex periferia ora diventata vero centro per Sassari e hinterland: Predda Niedda.
All’angolo fra via Padre Zirano e il sottopasso della sontuosa Santa Maria in Bethlem ci sono le ex concerie Costa. Più di un secolo fa, nel 1899, questa struttura fu la prima ad essere illuminata dalla corrente elettrica, insieme alla sala consiliare provinciale di Palazzo Sciuti, in piazza d’Italia. Costruite nel 1850 per opera della famiglia Vielà che procedette nell’attività delle concerie fino a fine secolo per poi venderla ai Costa, che a loro volta la detennero fino a dopo la seconda Guerra mondiale, le concerie hanno operato fino al primo trentennio del Novecento. Quindi vi si impiantò, riadattando i locali, il grossista di alimentari Enrico Enrichetto. Alla fine degli anni Settanta, l’ultimo ad aver sede tra le antiche mura fu il mobilificio di Pino Mura, fino all’incendio della metà degli anni Ottanta che ha contribuito allo stato attuale. Poi il degrado e l’abbandono. Oggi gli immobili sono in mano a diversi privati e non è dato sapere se c’è o ci sarà mai un progetto di valorizzazione di un complesso che darebbe lustro alla città. Si notano ancora le finestre decorate dagli stucchi e la grazia delle forme nonostante l’assenza del tetto. Ancora adesso la costruzione è affascinante ma a quanto pare non vale la pena investirci in risorse e lungimiranza.
Giganti del passato
Poco più “in basso”, verso l’uscita della città, sempre a sinistra, si stagliano le rovine di una gloriosa fabbrica: gli ex Mulini Azzena. La “Semoleria” fu presa in gestione nel 1898 da Salvatore Azzena Mossa che la fece “girare” a pieno ritmo per diversi decenni. Dopo la seconda guerra mondiale il mondo cambiò e cominciò, per quest’area di poco più di un ettaro con 5 corpi di fabbrica compresi tre imponenti silos ancora ben visibili da lontano, un lento declino. Alcuni anni fa questa superba testimonianza di archeologia industriale è balzata agli onori delle cronache perché fu candidata, assieme ad altre aree tristemente dismesse della cinta urbana, a diventare sede del campus universitario. Dopo diversi tira e molla, accese discussioni in consiglio comunale e un dibattito che appassionò l’intera città non se ne fece nulla e oggi gli ex Mulini Azzena sono diventati definitivamente rifugio per clochard e discarica per chi decida di disfarsi di rifiuti di tutti i tipi. Dalle cancellate arrugginite si intravede una grande area di sterpaglie e i vari edifici in evidente pericolo di crollo.
Il percorso continua costeggiando il cimitero che confina, sulla destra, con un altro “giovane gigante addormentato” (giovane nel senso storico) che, dopo diversi anni dalla sua nascita, stiamo parlando del 2004, giace in tutta la sua estensione: 55mila metri quadri e 297mila metri cubi che si sviluppano in due piani fuori terra e un seminterrato. Per rendersi conto dell’imponenza della struttura è sufficiente dare uno sguardo al numero dei posti auto per la clientela, oltre duemila. Sono i poveri resti (e la vicinanza al cimitero potrebbe dare vita a inquietanti similitudini) del megaprogetto dell’imprenditore sassarese Ugo Multineddu (scomparso a 91 anni nel 2018) per la realizzazione di un centro commerciale con 54 negozi in gallerie chiuse e l’ipermercato da 3.200 metri quadri. Dopo l’ultima variante risalente al 2016, quando sembrava che il colosso potesse spiccare il volo da un momento all’altro, tutto si è fermato. I cartelli con le insegne si sono pian piano scoloriti e l’impatto visivo, dalla strada che porta verso il cuore della zona industriale/commerciale, è davvero forte. Si era parlato di un passaggio di mano alla Conad, come era già successo per tutti gli altri punti vendita di Multineddu, ma poi le cose sono andate diversamente e oggi l’enorme colata di cemento si staglia a collegare la città con la sua principale appendice.
Il viaggio attraverso le scommesse perse prosegue fino alla rotatoria che immette nel cuore della Zir, Zona Industriale Regionale “Predda Niedda”. Sulla sinistra un altro simbolo dell’incompiuta perenne: quella che doveva essere la tipografia Poddighe. Quattro piani finiti con un rivestimento rosso mattone all’esterno, niente infissi nel blocco verticale. Vedendo quest’altro colosso da lontano non sembrerebbe nelle condizioni di un rudere ma gli occhi ciechi delle sue finestre e le tracce dei graffitari parlano da soli. Si tratta del risultato di un ennesimo fallimento, quello della tipografia Poddighe avvenuto nel 2000.
Fallimenti
La struttura è composta da una parte bassa dove si trovavano i macchinari della tipografia ma che nel tempo è stata depredata, attraverso innumerevoli incursioni, anche degli impianti elettrici per ricavarne il rame. Recuperare un immobile in queste condizioni non è semplice ma due anni fa sia la struttura bassa che i quattro piani affiancati, sovrastati da due tetti a cupola, sono stati acquistati all’asta da imprenditori locali. Al momento però le ex tipografie Chiarella-Poddighe incombono sull’ingresso della zona commerciale, quello che porta verso Città Mercato, senza segni di vita. Ed è proprio attraversando Predda Niedda con le sue tante attività commerciali che si arriva dritti a un’altra costruzione simbolo del degrado: un fantasma scurito dal tempo che collega la strada 131 alla zona industriale. Si tratta di quello che nacque, circa 30 anni fa, come progetto di un centro commerciale con il nome di Industriale Santa Maria ad opera di un gruppo di costruttori sassaresi. Il fallimento della società arrivò prima che la struttura venisse terminata: nei diversi piani disposti a T solo i pilastri e le coperture, il resto uno scheletro addossato alle altre attività che operano intorno. Dentro il colosso ancora la gru del cantiere ormai in preda alla ruggine e alla corrosione, un vero pericolo che gli operatori del vicinato hanno chiesto più volte di mettere in sicurezza con scarsi risultati. Ormai diversi anni fa il vecchio edificio è stato acquistato dalla cagliaritana Acentrica che per il momento, e sono passati già tanti anni, non ha realizzato alcun progetto. Viene voglia di allontanarsi velocemente da questa scacchiera sinistra di cemento armato ma tornando indietro verso via Predda Niedda, l’arteria che taglia in due la zona industriale, a colpire, fra i tanti edifici vuoti, c’è un enorme capannone che sulla facciata ha ancora le insegne del Kartodromo Indoor, con tanto di pizzeria e paninoteca al suo interno. È inattivo dallo scorso anno e non è chiaro quale sarà la sua destinazione.
Il falso modello
Sono solo alcuni esempi della situazione che si è creata nel tempo in una zona che doveva rappresentare, a discapito delle perplessità e del rifiorire del centro storico, un modello economico vincente dove l’armonia architettonica e le regole urbanistiche potevano essere messe da parte. Il caso più eclatante è un vero e proprio enigma edilizio: la struttura che ospita l’impresa denominata Ombra. È un edificio che sale per sei piani dei quali due sono occupati da attività commerciali. Lo si vede da tutte le parti di Predda Niedda, è un gigantesco spaventapasseri in ferro e cemento, non finito, giudicato in passato pericolante e pericoloso ma, nonostante la sua sfrontata sfida alle regole della fisica e a quelle del buon gusto, è sempre lì, quasi a contrapporsi, in tutta la sua imponenza al grattacielo di piazza Castello, simbolo discusso della modernità cittadina. Una modernità che si è pensato di avvalorare con la realizzazione della Zir e trascurando edifici storici, come l’ex oleificio Ardisson in viale Porto Torres, gioiello dell’architettura industriale oggi visitabile soltanto in occasioni particolari, l’ex mercato ortofrutticolo alle spalle di via XXV Aprile e tanti altri. Molto meglio, evidentemente, i capannoni vuoti, simbolo di una città con il proprio futuro alle spalle.
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