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I nostri demoni nascosti nella china da Zerocalcare

I nostri demoni nascosti nella china da Zerocalcare

Ansie e violenza di oggi in “Scheletri”, l’ultimo lavoro del fumettista  Un thriller che non lascia scampo, un mondo senza redenzione

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Un tempo si sarebbero chiamati pupazzi o, in una declinazione peggiorativa o adattata per i bambini, pupazzetti. Oggi, che il tappeto all’entrata per gli anglicismi è stato definitivamente srotolato senza possibilità di ritorno e si sentono ogni giorno obbrobri – li diciamo obbrobri perché privi anche della giustificazione minima di non poter avere un equivalente nella nostra lingua – come “step” per “passo” (e conseguente, ancor più obbrobrioso, “step by step”), “shopper” per “busta della spesa”, “call” per “telefonata”, si chiamano non più pupazzi o pupazzetti, ma nientemeno che “action figure”.

Con derivanti problemi di fonazione e di pronuncia, dei quali in Italia nessuno pensa però di doversi preoccupare o vergognare (perché tocca farsene una ragione: il secondo termine non si pronuncia, semplicemente togliendo la vocale finale, “figur”). Sia come sia, quegli oggetti che danno corpo materiale all’immaginario di una serie tv o a fumetti, di cartoni animati o film, nel 2020 come cinquant’anni fa sono la dimostrazione ultima, cioè definitiva, del raggiunto e consolidato successo dei personaggi che ne sono protagonisti. Zerocalcare e le sue creazioni non fanno eccezione. Da tre settimane il suo alter ego narrativo, l’armadillo che ne rappresenta il lato razionale, la madre con le fattezze di Lady Cocca, gli amici Secco, Cinghiale e gli altri caratteri che conosciamo da un decennio a questa parte, hanno iniziato ad apparire nelle edicole in versione tridimensionale, cioè di pupazzi: e a sancire il raggiunto e consolidato successo dell’autore vale più questa apparizione che non i premi e le candidature ricevuti, e il primo posto nella classifica dei libri più venduti che il recentissimo “Scheletri” (Bao Publishing, 290 pagine, 21 euro) ha mantenuto per due settimane dopo l’uscita. “Scheletri”, dunque. Vi ritroviamo tutti gli elementi che hanno fatto la fortuna di Zerocalcare: oltre al tribolato protagonista omonimo, sempre alle prese con l’inettitudine e il senso di inadeguatezza verso tutto e tutti, riecco gli irresistibili comprimari, il quartiere-mondo di Rebibbia, le proiezioni mentali traboccanti di citazioni che fanno da contrappunto ironico alle più svariate situazioni.

A tirar le somme, è proprio la riproposizione di questi elementi a costituire al contempo la forza e soprattutto il limite dell’opera: perché sapere cosa aspettarsi dal contenuto di un romanzo prim’ancora di averlo aperto, non è mai un buon segno. Se in “Scheletri”, però, la stanchezza e la ripetitività sono ancora scongiurate (o ben camuffate) lo si deve a una storia dall’intensità ragguardevole, pari forse solo a quella di “Kobane Calling”. Tanto lo scavo interiore del personaggio principale quanto la violenza che emerge dal quadro ambientale – una violenza che cova sotto la brace e poi esplode improvvisa, sia per le strade che in famiglie all’apparenza qualunque – sono portati all’estremo, e non lasciano scampo al lettore.

L’opportunità di un riscatto o di una redenzione non è assente dall’orizzonte della trama, ma non pare possibile sottrarsi a questa conclusione: «Tutti preoccupati di avere uno scheletro nell’armadio. Lo teniamo chiuso lì, ci ossessiona come fosse una macchia sulla camicia bianca della nostra vita. E intanto non sappiamo. O facciamo finta di non sapere… che è tutta la nostra esistenza… a essere costruita su una cazzo di fossa comune». Da leggere.

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