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“Il fratello” di Jo Nesbø Zoologia delle relazioni

“Il fratello” di Jo Nesbø Zoologia delle relazioni

L’ultimo lavoro dello scrittore norvegese, un thriller sulla violenza primaria L’uomo non è affatto migliore delle altre specie e deve fare ciò che va fatto 

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Immaginate di essere protagonisti di uno di quei programmi a elevatissimo tasso ansiogeno che si sono ahinoi decuplicati con l’avvento della tv digitale, incentrati sulle bestie più esotiche (per lo spettatore “civilizzato” o urbanizzato, almeno) e più letali: ragni da due o tre chili che traboccano veleno, coccodrilli da 12 metri che non aspettano altro che le nostre interiora per soddisfare la fame arretrata, squali con tripla e quadrupla dentatura che bramano i nostri polpacci, e così via. Immancabili, in simili trasmissioni, i serpenti: che sono sempre infinitamente lunghi e pronti a stritolarci per poi aprire le fauci e fare di noi un sol boccone, che digeriranno con studiata calma nei sei o sette giorni successivi.

Ebbene: “Il fratello” di Jo Nesbø (Einaudi, 22 euro, traduzione di Eva Kampmann) è, per i lettori-pasto, proprio come uno di questi serpenti. Comincia ad attorcigliarsi dal basso, dalle caviglie, e poi risale disegnando le sue spire attorno a gambe, busto e infine testa: e non c’è verso di sfuggirlo, neanche a fronte delle dimensioni (630 pagine), tanta è l’abilità del norvegese. Che non è un’abilità meramente da cantastorie, da chi conosce qualche trucco del mestiere per abbindolare il pubblico e legarlo alla propria opera fino all’ultima riga: lo si sa già da tempo, in Nesbø, e “Il fratello” non fa certo eccezione, c’è molto più di questo. Ad esempio, un’indagine sull’uomo, sulla sua natura e sulla sua irrealizzabile emancipazione dal regno animale («“Mi ricordi chi era quale uccello?” “Papà era un’allodola golagialla. Mamma un culbianco. Zio Bernard un migliarino di palude. Carl è…” “Non dirlo! Una pispola. E io un piviere tortolino. E tu un merlo dal collare”»: un passo emblematico), un regno animale inteso come “luogo” in cui a prevalere sono e saranno sempre i bisogni primari, e in cui la violenza, anche quella che appare estrema, non essendo che un tassello come tanti di un mosaico ambientale e comportamentale più grande, si libera da implicazioni morali («Fa’ quel che va fatto. Tutto dipende da te. Fallo subito» è una sorta di leitmotiv del romanzo); e ancora, una riflessione sulle possibilità di comprensione e comunicazione del mondo, con il protagonista Roy che è un ulteriore personaggio di Nesbø ad avere problemi con le parole (essenziale sottolineare che, proprio come accadeva per l’Olav dislessico di “Sangue e neve”, Roy è anche voce narrante), nonché sulla famiglia e sui vincoli che impone ai suoi membri, che vi si devono attenere a qualunque costo. In quest’ottica, centrale è il rapporto tra Roy e il fratello minore Carl, che sembra poter superare qualsiasi evento contrario, dagli abusi di gioventù ai tradimenti reciproci, dai rovesci finanziari alla più che decennale separazione fisica.

Il loro legame e i loro caratteri fanno da motore a una vicenda che si articola tra speculazioni edilizie, strozzini, omicidi, depistamenti, sogni di arricchimento e gloria e bruschi risvegli a suon di incendi dolosi. Nesbø dispiega il più vasto campionario di personalità repellenti, azioni brutali e comportamenti riprovevoli, ma su di essi e sui loro opposti – l’amore, la salvaguardia degli esemplari più indifesi – stende un’uniformità di tono che sta lì a ricordarci, come si accennava sopra, che l’uomo non è né meglio né peggio delle altre specie animali con cui ha condiviso milioni di anni nel cammino dell’evoluzione. Fa quel che va fatto, e basta.

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