«La ricerca della complicità per arrivare all’essenza Ecco i miei sguardi randagi»
di Elsa Pascalis
Oggi per il festival Pazza Idea incontro in streaming con il grande fotografo Il racconto di un’epoca nel suo libro di scatti e parole su Fabrizio De André
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CAGLIARI. Termina oggi la nona edizione del festival Pazza Idea organizzato da Luna Scarlatta. Il festival, interamente svolto all’interno di un “salotto” virtuale e trasmesso in streaming in tutta Italia dal 26 novembre, ha presentato un parterre di importanti ospiti nazionali ed internazionali in cui i temi delle generazioni e delle passioni sono stati lo spunto per riflettere sull’evoluzione dei linguaggi e della cultura digitale.
Tra questi, sarà presente alle 19,30 su pazzaidea.org e sui canali social del festival, il fotografo e critico musicale Guido Harari. Un gigante della fotografia che ha saputo racchiudere all’interno delle sue immagini, formidabili frammenti di realtà e verità intime dei personaggi ritratti. Al Festival presenterà il libro “Fabrizio De Andrè. Sguardi randagi”, suo omaggio ad un artista molto importante della sua vita, con numerose fotografie inedite e ricordi personali dell’autore. L’intervista è una chiacchierata a ruota libera in cui l’autore racconta decenni del suo lavoro.
Ci parla della famosa tournée che vedeva insieme De Andrè e la Pfm? Erano anni “pesanti”: il rapimento Moro, l’assassinio di Peppino Impastato, le Brigate Rosse, i Neo Fascisti, la Legge Basaglia, le Prime elezioni europee, la strage di Piazza Fontana…
«Fu una tournée che attirò molte energie. Dal punto di vista musicale fu un’esperienza totalmente nuova perché rompeva gli schemi dell’industria discografica italiana di quegli anni. Un grande cantautore si univa ad un gruppo rock, aprendo la strada ad una sprovincializzazione della musica italiana che sino a quel momento era rimasta molto chiusa. Oggi siamo abituati ai duetti ma allora i generi musicali viaggiavano a compartimenti stagni. Pensiamo solo al fatto che per poter mettere il nome della Pfm nella copertina del disco, per questioni contrattuali, fu scritto arrangiamenti, in quanto la band e De André erano scritturati da due diverse case discografiche. Di fatto poi De André gli arrangiamenti della Pfm non li ha più modificati portandoli avanti inalterati per il resto della sua carriera. I concerti erano stimolanti e Fabrizio, che pochi mesi prima avrebbe desiderato mollare la canzone per dedicarsi al suo agriturismo in Sardegna, si scoprì un vero animale da palcoscenico ritrovandosi davanti ad un pubblico che univa al suo quello dei concerti rock. Ma è vero anche che erano anni travagliati e il lato negativo dell’esperienza è dato dal fatto che l’occasione fu anche vetrina ideale per chi in quel momento stava cercando visibilità penso ai gruppi dell’estrema sinistra, per esempio. C’era molta tensione e a quasi tutti i concerti si presentavano disordini, provocazioni, incidenti».
A fare l’elenco di tutti i personaggi planetari che lei ha ritratto non basterebbe questa intervista. Cosa riceve un fotografo dai protagonisti delle sue foto e cosa il fotografo regala loro, in questo ideale scambio di complicità previsto nel momento dello scatto, come quello al Premio Nobel Rita Levi-Montalcini?
«Ho cominciato questo percorso per passione partendo dal mio amore per la musica e dal desiderio di non voler rimanere un fan che si accontenta di dischi e concerti. Volevo conoscere gli artisti con la cui musica e con i cui testi sono cresciuto. La molla della curiosità è rimasta ed è rimbalzata anche a tutti i personaggi di cui volevo conoscere le storie aspirando a fissare nelle fotografie qualche traccia della loro essenza, se così si può dire. Da un lato è molto utopico, dall’altro se si riesce a stabilire quella particolare complicità, si possono cogliere dettagli inediti in cui però il soggetto si riconosce. Magari aspetti di cui non si era consapevoli perché nessun fotografo li aveva sollecitati prima. Mi scusi, qual era la domanda?».(Guido Harari è così, è presente, sembra mettere nell’intervista lo stesso sentimento dei suoi scatti. Non cerca d’apparire “bello”, resta autentico, si esprime, dà). «Ah sì, la Levi-Montalcini! Ha accettato di farsi fotografare durante una pausa nel suo ufficio a Roma e, stanca dal lavoro svolto prima di posare, si abbandonò alla mia clemenza dicendomi “guardi, io non vedo, quindi non mi mostri neanche una polaroid di prova, mi tratti bene e basta”. Si presentò come l’abbiamo vista tante volte in tv, con maglioncino e camicia coi pizzi, ma non era la Montalcini che volevo. Vidi in questo ufficietto un giubbino scamosciato molto rovinato di un colore che stava tra il rossiccio e il viola e le chiesi di indossarlo. Fu come fotografare Patty Smith al Chelsey Hotel».
C’è qualcuno o qualcosa che vorrebbe fotografare?
«Ho tanti rimpianti di incontri che non sono riuscito ad avere perché impegnato in altre cose e perché non si può essere enciclopedici. Rimangono quelli dei personaggi sfiorati e non fotografati. Perché di fatto la curiosità di cui dicevo prima è la curiosità di stare nello stesso metro quadrato con quella determinata persona e di afferrarne qualcosa in più rispetto a quello che già si sa. Questo non necessariamente si traduce in una foto, a volte è solo il desiderio di vedere l’effetto che fa come diceva Jannacci. Mi sarebbe piaciuto Francis Bacon o Amy Winehouse, Jimi Hendrix, che per ingovernabilità dei soggetti o per motivi puramente anagrafici non ho potuto avvicinare. Con 10 anni di più avrei fotografato periodi gloriosi come quelli delle foto di Mulas agli artisti della pop art dei primi anni 60. Che invidia!»
In un mondo digitale, globalizzato e zeppo di immagine che posto ha la fotografia che racconta?
«La fotografia è divorata dai social! La possibilità di realizzare ognuno le proprie immagini crea un orizzonte infinito in cui la banalità regna sovrana. La mia riflessione sull’anno in corso è che mai come in questa circostanza la fotografia sia stata totalmente inadeguata nel documentare quello che succede. Le vie, le strade e le piazze vuote le vediamo anche a Ferragosto alle 4 del mattino. La mia percezione è che tutto è slegato e lontano da quello che succede e mi riferisco al fatto che il cambiamento non è fotografabile perché avviene dentro di noi. Siamo passati da un prima a un dopo e tutto quello che psicologicamente avviene nelle case, le situazioni assolutamente esplosive dell’isolamento, la perdita del lavoro, la depressione non sono fotografabili. Siamo inondati da una bulimia di immagini che non raccontano niente».
E oggi in epoca di pandemia, sta fotografando?
«No! È un tempo di riflessione. La pandemia la vivo come un tempo per il silenzio, appuntando pensieri. È un altro modo di fotografare che non richiede la macchina fotografica e si può sviluppare in altri modi. Anche per questo sono molto grato agli incontri che ho fatto perché hanno portato a tanti diversi tipi di progettualità. De André, prima l’ho fotografato, poi ho fatto dei libri, poi sono stato uno dei curatori della mostra. Le declinazioni possibili sono infinite e la ricchezza di questi incontri è stata direttamente proporzionale alla possibilità di raccontarli in maniere diverse».
Tra questi, sarà presente alle 19,30 su pazzaidea.org e sui canali social del festival, il fotografo e critico musicale Guido Harari. Un gigante della fotografia che ha saputo racchiudere all’interno delle sue immagini, formidabili frammenti di realtà e verità intime dei personaggi ritratti. Al Festival presenterà il libro “Fabrizio De Andrè. Sguardi randagi”, suo omaggio ad un artista molto importante della sua vita, con numerose fotografie inedite e ricordi personali dell’autore. L’intervista è una chiacchierata a ruota libera in cui l’autore racconta decenni del suo lavoro.
Ci parla della famosa tournée che vedeva insieme De Andrè e la Pfm? Erano anni “pesanti”: il rapimento Moro, l’assassinio di Peppino Impastato, le Brigate Rosse, i Neo Fascisti, la Legge Basaglia, le Prime elezioni europee, la strage di Piazza Fontana…
«Fu una tournée che attirò molte energie. Dal punto di vista musicale fu un’esperienza totalmente nuova perché rompeva gli schemi dell’industria discografica italiana di quegli anni. Un grande cantautore si univa ad un gruppo rock, aprendo la strada ad una sprovincializzazione della musica italiana che sino a quel momento era rimasta molto chiusa. Oggi siamo abituati ai duetti ma allora i generi musicali viaggiavano a compartimenti stagni. Pensiamo solo al fatto che per poter mettere il nome della Pfm nella copertina del disco, per questioni contrattuali, fu scritto arrangiamenti, in quanto la band e De André erano scritturati da due diverse case discografiche. Di fatto poi De André gli arrangiamenti della Pfm non li ha più modificati portandoli avanti inalterati per il resto della sua carriera. I concerti erano stimolanti e Fabrizio, che pochi mesi prima avrebbe desiderato mollare la canzone per dedicarsi al suo agriturismo in Sardegna, si scoprì un vero animale da palcoscenico ritrovandosi davanti ad un pubblico che univa al suo quello dei concerti rock. Ma è vero anche che erano anni travagliati e il lato negativo dell’esperienza è dato dal fatto che l’occasione fu anche vetrina ideale per chi in quel momento stava cercando visibilità penso ai gruppi dell’estrema sinistra, per esempio. C’era molta tensione e a quasi tutti i concerti si presentavano disordini, provocazioni, incidenti».
A fare l’elenco di tutti i personaggi planetari che lei ha ritratto non basterebbe questa intervista. Cosa riceve un fotografo dai protagonisti delle sue foto e cosa il fotografo regala loro, in questo ideale scambio di complicità previsto nel momento dello scatto, come quello al Premio Nobel Rita Levi-Montalcini?
«Ho cominciato questo percorso per passione partendo dal mio amore per la musica e dal desiderio di non voler rimanere un fan che si accontenta di dischi e concerti. Volevo conoscere gli artisti con la cui musica e con i cui testi sono cresciuto. La molla della curiosità è rimasta ed è rimbalzata anche a tutti i personaggi di cui volevo conoscere le storie aspirando a fissare nelle fotografie qualche traccia della loro essenza, se così si può dire. Da un lato è molto utopico, dall’altro se si riesce a stabilire quella particolare complicità, si possono cogliere dettagli inediti in cui però il soggetto si riconosce. Magari aspetti di cui non si era consapevoli perché nessun fotografo li aveva sollecitati prima. Mi scusi, qual era la domanda?».(Guido Harari è così, è presente, sembra mettere nell’intervista lo stesso sentimento dei suoi scatti. Non cerca d’apparire “bello”, resta autentico, si esprime, dà). «Ah sì, la Levi-Montalcini! Ha accettato di farsi fotografare durante una pausa nel suo ufficio a Roma e, stanca dal lavoro svolto prima di posare, si abbandonò alla mia clemenza dicendomi “guardi, io non vedo, quindi non mi mostri neanche una polaroid di prova, mi tratti bene e basta”. Si presentò come l’abbiamo vista tante volte in tv, con maglioncino e camicia coi pizzi, ma non era la Montalcini che volevo. Vidi in questo ufficietto un giubbino scamosciato molto rovinato di un colore che stava tra il rossiccio e il viola e le chiesi di indossarlo. Fu come fotografare Patty Smith al Chelsey Hotel».
C’è qualcuno o qualcosa che vorrebbe fotografare?
«Ho tanti rimpianti di incontri che non sono riuscito ad avere perché impegnato in altre cose e perché non si può essere enciclopedici. Rimangono quelli dei personaggi sfiorati e non fotografati. Perché di fatto la curiosità di cui dicevo prima è la curiosità di stare nello stesso metro quadrato con quella determinata persona e di afferrarne qualcosa in più rispetto a quello che già si sa. Questo non necessariamente si traduce in una foto, a volte è solo il desiderio di vedere l’effetto che fa come diceva Jannacci. Mi sarebbe piaciuto Francis Bacon o Amy Winehouse, Jimi Hendrix, che per ingovernabilità dei soggetti o per motivi puramente anagrafici non ho potuto avvicinare. Con 10 anni di più avrei fotografato periodi gloriosi come quelli delle foto di Mulas agli artisti della pop art dei primi anni 60. Che invidia!»
In un mondo digitale, globalizzato e zeppo di immagine che posto ha la fotografia che racconta?
«La fotografia è divorata dai social! La possibilità di realizzare ognuno le proprie immagini crea un orizzonte infinito in cui la banalità regna sovrana. La mia riflessione sull’anno in corso è che mai come in questa circostanza la fotografia sia stata totalmente inadeguata nel documentare quello che succede. Le vie, le strade e le piazze vuote le vediamo anche a Ferragosto alle 4 del mattino. La mia percezione è che tutto è slegato e lontano da quello che succede e mi riferisco al fatto che il cambiamento non è fotografabile perché avviene dentro di noi. Siamo passati da un prima a un dopo e tutto quello che psicologicamente avviene nelle case, le situazioni assolutamente esplosive dell’isolamento, la perdita del lavoro, la depressione non sono fotografabili. Siamo inondati da una bulimia di immagini che non raccontano niente».
E oggi in epoca di pandemia, sta fotografando?
«No! È un tempo di riflessione. La pandemia la vivo come un tempo per il silenzio, appuntando pensieri. È un altro modo di fotografare che non richiede la macchina fotografica e si può sviluppare in altri modi. Anche per questo sono molto grato agli incontri che ho fatto perché hanno portato a tanti diversi tipi di progettualità. De André, prima l’ho fotografato, poi ho fatto dei libri, poi sono stato uno dei curatori della mostra. Le declinazioni possibili sono infinite e la ricchezza di questi incontri è stata direttamente proporzionale alla possibilità di raccontarli in maniere diverse».
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