La Nuova Sardegna

«Felicita mi ha insegnato la via della serenità»

di COSTANTINO COSSU
«Felicita mi ha insegnato la via della serenità»

Milena Agus e il romanzo “Terre promesse” L’isola e il mondo, Leopardi e Natalia Ginzburg 

7 MINUTI DI LETTURA





«Terre Promesse al plurale: perché sono tante e verso queste terre fuggiamo dal dolore della realtà, quello straordinario delle guerre, della fame, delle malattie, ma anche quello ordinario di esistenze infelici per mancanza di amore o gratificazioni. O semplicemente perché gli umani vogliono sempre andare, dai tempi remoti in cui si sono messi in cammino dall’Africa per arrivare alla Terra del Fuoco. E il viaggio verso una terra promessa parte sempre dallo stesso sgomento: “Ma come si fa a vivere in un posto come questo?”». Milena Agus parla in questa intervista del suo romanzo “Terre promesse”, da domani in edicola con La Nuova per la collana Scrittori di Sardegna.

Il Continente, l’America e tre generazioni che, nel suo libro, dalla Sardegna guardano al mondo. In tre modi diversi.

«Sì, il Continente, l’America e la Sardegna sono le terre promesse di questo romanzo. Per nessuno dei personaggi si tratta di approdi dopo una fuga dalla guerra o dalla fame. Sono migrazioni che meglio di un economista o di un sociologo sa spiegare un poeta come Leopardi, quando dice che ogni umano guarda a “quel vago avvenir che in mente aveva”. E allora il Continente diventa per Ester, eternamente insoddisfatta, una via di fuga dalla Sardegna dove è nata e non è mai stata felice, l’America, la patria del jazz, unico grande amore del suo nipote pianista».

E anche la Sardegna diventa terra promessa, la terra del ritorno… Un ritorno anche al passato, alla memoria di un luogo e della sua gente?

«Per Ester, l’instancabile fuggitiva del romanzo, la terra promessa si rivela subito per quello che è, non all’altezza delle aspettative. Quando scrivevo di lei pensavo davvero al pastore errante dell’Asia, o al povero Islandese e alle domande che facevano alla luna e alla Natura, destinate nel migliore dei casi a restare senza risposte e nel peggiore a una risposta violenta. Ester, che aveva fatto del Continente un mito, dopo la cocente delusione si batte, con grande dispiacere del marito e della figlia Felicita, per tornare da dove sono partiti, perché nel ricordo la Sardegna è trasfigurata al punto da diventare la nuova terra promessa. Naturalmente neppure l’isola ritrovata sarà all’altezza delle aspettative».

A parte, forse, Felicita, tutti i personaggi del libro sono esseri in pena, mossi dal desiderio di inseguire qualcosa che sfugge. Personaggi agitati come da correnti marine. C’è il mare, spesso, nei suoi romanzi...

«In questa storia, dove tutti i personaggi inseguono perennemente qualcosa, solo Felicita (felicità senza l’accento) è contenta di fermarsi, non perché la Sardegna sia un posto davvero felice, ma perché lei, con la sua immaginazione, nella realtà riesce a starci bene. E allora il tugurio dove abita diventa un luogo poetico, riesce a scusare l’indifferenza e il gelo della vicina di casa, Marianna, dopo che ne conosce il passato, considera profumo la puzza del quartiere, scambia per amore un rapporto fatto soltanto di sesso e per un angelo un relitto d’uomo che incontra alla spiaggia del Poetto e di cui si innamora, forse finalmente riamata, nel momento più difficile della sua vita in cui sembra destinata a morire. Sì, non è un caso che l’incontro con quello che potrebbe essere il vero amore di Felicita avvenga al mare. I personaggi delle mie storie è proprio nel mare che trovano una via di fuga quando la realtà è dolorosa e triste. La trova la ragazzina di Mentre dorme il pescecane: “Arrivata alle dune mi sedetti e mi tolsi le scarpe, fissai la discesa di sabbia bianca che come uno scivolo mi avrebbe portato dolcemente in acqua, un’acqua azzurra e limpida e infinita»; o Alice al Poetto con Mrs. Johnson in Sottosopra: “Il Poetto, quel settembre, fu il nostro nascondiglio. Il mare aveva un ritmo tutto suo, indipendente da quello della vita quotidiana… per noi stare lì qualche ora era tornare al mondo perfetto, divino, da cui ogni essere umano sa di essere venuto e di cui ha nostalgia”».

Ci parli di Felicita, felicità senza l’accento. Lei una certa serenità, se non altro, sembra averla trovata…

«Felicita, che Ester ha chiamato così convinta che sua figlia le avrebbe dato finalmente la felicità, capisce molto presto che la felicità data agli umani non ha l’accento. Quando si presenta, in cerca di una casa, per la prima volta a Marianna e le viene chiesto come si chiama, lei risponde: “Felicita, come uno zio tanto infelice morto suicida. Come la felicità, ma senza l’accento”. “Ci mancava soltanto l’accento!”, esclama Marianna, sconcertata dal modo fiducioso di Felicita di vedere la vita. E anche su Leopardi, il poeta preferito di entrambe, le ragioni di questo amore rivelano due diverse idee della vita: quella di Marianna, “Non c’è un posto al mondo dove quel povero Islandese stia bene”; quella di Felicita, “Penso, con tutto il rispetto per Leopardi, che sia vero il contrario, e cioè che non esista un posto al mondo dove non sia possibile stare bene”».

Cosa è per lei la scrittura?

«A proposito di fuga dalla realtà, mi viene in mente che è proprio questo, per me, la scrittura. Ma fuga da cosa, e dove? Nel mondo dell’immaginazione. Se mi chiedo perché sono qui, o che significato ha la mia esistenza, la risposta realistica è che sono un essere insignificante che finirà con il diventare un mucchietto di terriccio. No, non ci posso credere. E allora penso che la scrittura possa fare il miracolo di rendere immortale ciò che immortale non è, amato chi non lo sarebbe mai nella realtà. E a forza di immaginarla, una realtà diversa, credo sia possibile operare davvero dei cambiamenti».

Quali scrittori o poeti del secolo scorso e del primo ventennio del nuovo sente più vicini e perché?

«A fuggire mi aiuta la scrittura, ma ancora di più la lettura. Penso che in fondo ognuno di noi sia saltato fuori da un romanzo, teoria fantasiosa, ma secondo me più vera di quanto non sembri. Io sono saltata fuori da un romanzo di Natalia Ginzburg. Rileggo la sua opera ogni anno, da tanti anni. Natalia è diventata per me un’amica e condivido con lei l’idea di una scrittura che affronti in modo leggero la pesantezza del vivere. Scrivo e riscrivo una storia finché non sono sicura che il lettore non si annoierà e più l’argomento è pesante più faccio in modo che chi legge possa almeno qualche volta farsi una risatella».

Le protagoniste delle sue storie sono sempre donne...

«Sì, per lo più perdenti, non amate, un po’ matte secondo il buon senso comune, fuori dal mondo. Ciò che mi appassiona è farle vincere, nonostante tutto. Certo, forse secondo il buon senso comune non vincono proprio niente. Ma chi legge i miei libri, li chiude contento, con la convinzione che da tutte quelle vicissitudini, in fondo, ne siano uscite benissimo».

Lei pubblica con Nottetempo, la casa editrice di Ginevra Bompiani. Che rapporto ha con questa figura dell’editoria italiana per tanti aspetti straordinaria?

«A Nottetempo “sono come uno che è in patria, sulle strade che conosce dall’infanzia e fra le mura e gli alberi che sono suoi”, per citare la Natalia Ginzburg di Il mio mestiere. A Nottetempo ho inviato il mio primo romanzo, Mentre dorme il pescecane. L’ho fatto di nascosto a tutti, perché se nessuno dalla casa editrice mi avesse risposto sarebbe rimasta una faccenda fra me e me. Quando, dopo molti mesi, ho ricevuto la telefonata di Ginevra Bompiani che diceva di voler pubblicare il mio libro, ho pensato allo scherzo di qualcuno con cui mi fosse magari sfuggito il segreto. Le ho detto che quelli erano scherzi cattivi e di rivelarmi chi fosse. “Non so cosa risponderle, Milena, se non che sono davvero Ginevra Bompiani.” E’ così che tutto è iniziato. E continua anche ora che il nuovo editore è Andrea Gessner, il figlio di Roberta Einaudi, fondatrice con Ginevra Bompiani della casa editrice. Ma Andrea Gessner è nuovo soltanto per il ruolo diverso che ha, perché fa parte da sempre di Nottetempo, c’è sempre stato, è una figura familiare dai tempi di Mentre dorme il pescecane ed è anche lui parte di quelle strade, mura, alberi che mi fanno sentire a casa».

Quali sono state le sue terre promesse? Ne ha ancora una?

«Capita, agli scrittori, di non essere più padroni dei personaggi che hanno inventato, e che siano proprio loro a insegnare agli autori qualcosa. Come per me Felicita, che mi ha suggerito un modo diverso di vedere le cose: dato che nessuno ci arriva mai alla terra promessa, forse è meglio fermarsi per strada appena si trova un posto dove star bene».



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google

Primo Piano
Maltempo

Meteo Giuliacci, ciclone in arrivo: piogge intense e temperature in picchiata

Le nostre iniziative