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La scienza come romanzo Antidoto al pensiero totale

La scienza come romanzo Antidoto al pensiero totale

“Invito alla meraviglia”: la letteratura scientifica secondo Ian MacEwan Leggere idee di esplorazione e scoperta che conducono nel remoto futuro

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La critica letteraria italiana del Novecento ha avuto tra i tanti meriti quello di aver riconosciuto il valore stilistico del “Discorso sui massimi sistemi” di Galileo, ratificando in verità un giudizio già espresso da due illustri predecessori, vale a dire Francesco De Sanctis, per il quale lo scienziato era riuscito a «spoltrire gli animi oziosamente cullati ne’ romanzi e nelle oscenità morali», e Leopardi, il quale aveva lodato la «precisa efficacia» e la «scolpitezza evidente» della sua prosa. Ian McEwan, romanziere le cui opere spesso lambiscono – quando non attraversano –, i territori della scienza, menziona Galileo in un breve saggio del 2006 intitolato “Una tradizione parallela”, dove si interroga sulla possibilità di parlare di un canone della letteratura scientifica, ma di un canone che tenga conto anche dello stile, oltre che della «accuratezza, (del)l’aver imboccato la strada giusta, o almeno l’esserci andato vicino». Quando parliamo di letteratura diamo per scontata l’idea di una tradizione letteraria che implica una concezione della storia secondo cui il passato plasma il presente, argomenta McEwan; lo stesso non avviene per la scienza che è invece un «sistema di pensiero articolato e autocorrettivo» e perciò votato a una forma di «amnesia selettiva».

Ma mentre lo scrittore spiega che una tradizione letteraria scientifica è altrettanto necessaria, fosse soltanto perché si configura come una storia di «coraggio intellettuale, duro lavoro, occasionali momenti di ispirazione e ogni forma concepibile di fallimento umano (e perciò stesso) un invito a provare meraviglia e piacere», al lettore è subito chiaro che di quella tradizione ciò che lo interessa è piuttosto il valore estetico, un valore che egli individua in una tensione antidogmatica, nella capacità di condurre il lettore «verso la luce di un’idea potente (...), che a propria volta apre vie di esplorazione e scoperta che conducono nel remoto futuro». Lo scrittore ne è convinto: i criteri di selezione di una tradizione letteraria scientifica che possa diventare patrimonio di tutti non sono più soltanto quelli di verità e esattezza: ne consegue che letteratura e la scienza non sono due dimensioni nitidamente distinte e non comunicanti.

Lo dimostrano scienziati come Charles Darwin, il quale a «L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali» (per McEwan il più straordinario e abbordabile dei suoi libri, alla stessa stregua di un romanzo) affida un’idea semplice e bellissima: «Ora l’origine dell’uomo è dimostrata (...) Colui che comprende il babbuino contribuirà alla metafisica più di Locke»; lo dimostra Lucrezio nel suo “De rerum natura”, e persino Newton seppure attraverso la lettura delle “Lettere inglesi” di Voltaire, fino ad arrivare a «La doppia elica» di James Watson e “Il gene egoista” di Richard Dawkins, libri che segnarono l’inizio dell’età dell’oro della scrittura scientifica contemporanea. Quale sia l’importanza di una tradizione letteraria scientifica per i lettori non professionisti è presto detto: essa costituisce il nostro unico antidoto all’ignoranza e al pensiero totalitario.

E McEwan lo ribadisce, talvolta con un’esemplificazione che patisce un’eccessiva semplificazione, anche negli altri quattro saggi che insieme a “Una tradizione parallela” sono inclusi nel volumetto appena stampato con l’evocativo titolo “Invito alla meraviglia. Per un incontro ravvicinato con la scienza” (Einaudi, 123 pagine, 14 euro).

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