La Nuova Sardegna

«Un museo ritratto di un’intera isola: sfida affascinante»

di Paolo Curreli
«Un museo ritratto di un’intera isola: sfida affascinante»

Parla il nuovo direttore della Cittadella di Cagliari prima istituzione sarda a godere dell’autonomia

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CAGLIARI. Dal 9 di novembre Francesco Muscolino è il nuovo direttore del Museo Archeologico Nazionale di Cagliari, unica istituzione della Sardegna a godere dell’autonomia speciale. Un traguardo importante per l’isola che vede l’istituzione del complesso della Cittadella dei Musei equiparata come autonomia a prestigiose istituzioni come il Colosseo, le Gallerie degli Uffizi e l’area archeologica di Pompei. «La nuova organizzazione del Ministero riconosce la rilevanza del Museo di Cagliari che offre attraverso la sua collezione archeologica – disse il ministro Franceschini il 9 dicembre dell’anno scorso varando la riforma del Mibact–, un’approfondita e importante fotografia della storia del territorio sardo e custodisce uno dei più antichi esempi di statuaria nell’ambito del Mediterraneo: i Giganti di Mont’ e Prama». Riforma che, è utile ricordare, sposta invece a Sassari la direzione museale e del restante patrimonio archeologico e artistico della Sardegna. Francesco Muscolino, siciliano classe 1976, è un archeologo con un elevato livello professionale e scientifico, un ampio curriculum che lo ha visto impegnato come funzionario del Ministero in diverse e importanti realtà della Lombardia fino al Grande progetto e del Parco Archeologico di Pompei.

Dottor Muscolino cosa rappresenta per lei il passaggio da una realtà così importante a livello globale come Pompei alla direzione del Museo Archeologico di Cagliari?

«Lavorare per un grande museo è sicuramente un traguardo importante. Ancora di più se il museo deve nascere sotto una nuova veste, come quella dell’autonomia speciale per Cagliari. Questo rappresenta una sfida affascinante, un polo d’eccellenza che può crescere ancora in una prospettiva mediterranea davvero molto interessante, per quanto abbia coinciso con un periodo difficile per tutti sotto l’ombra della pandemia che ha chiuso le porte ai visitatori, ma il nostro lavoro all’interno va avanti. Certo ho disfatto le valigie da poco, però abbiamo già cominciato a fare, studiare, confrontarci e realizzare, ma ripeto personalmente rappresenta una sfida davvero coinvolgente. La pandemia, tra i tanti aspetti tremendi, ha dato però un impulso alle tecnologie digitali legate alla divulgazione e allo studio. Metodologie già conosciute che hanno avuto una grande accelerazione nell’utilizzo e penso che non si tornerà indietro».

Un museo che affronta una nuova vita e nuove sfide, com’è il volto di questa istituzione per lei, le sue peculiarità?

«Molto bello intanto. Lo vedo in dialogo stretto con tutta la Sardegna. Un punto di partenza per scoprire questa “isola continente” e una summa concentrata a Cagliari del meglio dei suoi territori. Penso che sia questa la sua identità originale. Poi ci sono le statue di Mont’e Prama, agli occhi di un archeologo classico rappresentano in maniera straordinaria e unica cosa era la scultura del Mediterraneo in un’epoca così lontana. Non è tanto comune trovare in un museo riunite insieme così tante epoche e culture, dal neolitico al medioevo fino al contemporaneo della collezione etnografica. È questa la ricchezza del museo, un tesoro che offre l’opportunità di costruire itinerari per il turismo culturale che partono da Cagliari ma abbracciano l’intera isola. Lo dico da siciliano, anche da noi creare turismo fuori stagione è un impegno fondamentale e la cultura è un’ottima e imprescindibile strada».

I Giganti sono il fulcro?

«Sono opere meritevoli di una esposizione ancora più incisiva, hanno sicuramente il grande potere di attirare l’attenzione per la loro originalità e le tante domande sulla storia del Mediterraneo che stimolano ancora».

C’è qualcosa di inaspettato che l’ha colpita?

«La collezione dei retabli della Pinacoteca Nazionale della Cittadella dei Musei, davvero straordinaria e interessante. Valorizzata dal nuovo progetto di illuminazione che ha reso merito ad opere sicuramente di gran pregio. La Pinacoteca è una gemma su cui c’è molto da lavorare per farla conoscere ancora meglio».

Per molti sardi la civiltà nuragica in particolare e tutta la storia antica della Sardegna è poco conosciuta e ancora troppo poco studiata, come vede questo mondo dal suo osservatorio di archeologo?

«Lo vedo come espressione di una cultura fondamentale del Mediterraneo. Per un isolano come me tante cose sono familiari, la cultura nuragica è un elemento fondante della scacchiera complessa e ricchissima di storia che è stato il Mediterraneo, le sue civiltà e i suoi scambi. Non si può non essere affascinati e interessati all’importante pezzo di questa storia rappresentato dalla cultura nuragica, come nessuno studioso può prescindere da essa. Personalmente ho avuto modo di studiare questo network mediterraneo, così strettamente interconnesso, negli scavi in cui ho avuto la fortuna di lavorare a Cipro. Tanti spunti interessanti, certo ancora molte cose sono poco conosciute e meritevoli di approfondimento».

Come le sembra Cagliari?

«Be’, poter rivedere il mare dalla mia finestra, dopo tanti anni al Nord, è una cosa meravigliosa per un siciliano di Taormina. È una città bellissima in un’isola altrettanto bella».



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