Igort in Giappone tra gli illustratori rivoluzionari
Esce il terzo volume della serie “Quaderni” firmato per Oblomov dall’artista cagliaritano
Dall’epoca Edo a oggi. Un viaggio di due secoli e mezzo sulle orme degli autori più imprevedibili, irriverenti, maledetti. Illustratori di opere di una bellezza irregolare, decadente, estrema. Uniti tra loro da un filo nascosto che Igort segue come guida per scoprire un Giappone diverso dall’immagine elegante e armoniosa che comunemente si associa al Paese del Sol Levante. Un altro lato della cultura nipponica, non meno affascinante, che il fumettista cagliaritano racconta nel terzo volume della serie “Quaderni giapponesi” (Oblomov Edizioni, 176 pagine). Un’esplorazione che parte con i racconti per adulti scritti e disegnati da Santo Kyoden alla fine del Settecento, prosegue nel secolo successivo con gli ukiyo-e di scene di sangue e violenza di Tsukioka Yoshitoshi e arriva ai giorni nostri con i manga di genere erotico-grottesco realizzati da Suehiro Maruo.
Duello con i maestri
Artisti geniali, iconoclasti, outsider che hanno sfidato le regole. Igort li mette in fila tracciando una mappa di visioni che attraversano il tempo. «All’inizio il libro non doveva essere così – racconta il fumettista – ma quando lavori le cose si mettono in asse, si allineano, e capisci quello che stai raccontando. È questa l’avventura affascinante di ogni nuovo libro. Così ho scoperto una specie di ragnatela che si estende per due secoli e mezzo, in cui c’è un legame tra questi maestri che si sono influenzati l’uno con l’altro. Tutte straordinarie figure che sono come sacerdoti officianti di un rito di bellezza oscura».
L’elemento grottesco il fil rouge evidenziato da Igort anche con i suoi disegni. «Ho rifatto loro immagini con delle variazioni in una specie di duello estetico. Per esempio c’è un’illustrazione di una giovane donna sdraiata, avvolta dai baffi e dai capelli di uno yokai che è ripresa da una di Toshio Saeki. Solo che lui l’ha ambientata negli anni Ottanta con una ragazzina e i suoi pupazzi, mentre io l’ho portata in un Giappone più antico. Lo stesso ho fatto con gli omaggi agli altri autori: dei cambiamenti nella composizione, nei colori. Mi sono divertito ad attraversarli e a rendere palesi i punti di contatto tra tutti loro».
La giusta distanza
Ma il lavoro di Igort non è soltanto un saggio. Il racconto dell’opera e della vita dei grandi artisti protagonisti del libro si interseca con i ricordi giapponesi del fumettista sardo che è stato tante volte nel Paese del Sol Levante, in particolare negli anni Novanta. «Nelle storie che scrivo e disegno tutto è filtrato dalla memoria. È un elemento fondamentale perché per raccontare serve un po’ di distanza e il ricordo è quindi lo strumento naturale. Rivendico questa sorta di linguaggio meticcio che è a cavallo tra il reportage, il diario di viaggio, il saggio sull’estetica. La trovo una formula interessante, una delle potenzialità del fumetto».
Dietro un lavoro importante che parte necessariamente da una lunga documentazione, da appunti di testo e visivi. «Parole e disegni si influenzano a vicenda. Così il racconto si distende, prende forma».
Anni ruggenti
Nel viaggio raccontato da Igort una tappa importante è rappresentata dal Modernismo che copre in particolare gli anni Venti e Trenta del Novecento, periodo di forti cambiamenti per il Giappone che allora si apriva con decisione all’influsso occidentale. Un movimento letterario, con autore di punta il futuro premio Nobel Yasunari Kawabata, specchio di sconvolgimenti sociali. Basta pensare alle Moga, le modern girl giapponesi che abbandonano lo stile di vista tradizionale. «Guidavano, fumavano, facevano cose che erano considerate volgari all’epoca. Mi diverte molto disegnarle con i vestiti da charleston».
Donne ribelli come qualche decennio dopo le protagoniste dei film di genere pinku eiga che Igort non dimentica nel suo libro. «Non bisogna confonderlo con un cinema guardone, ha un significato importante nell’esplorazione della società giapponese. Le attrici erano in qualche modo delle femministe che non accettavano l’immagine della donna come custode del focolare. Si denudavano anche per infrangere i tabù».
Con riflessioni come queste, e collegamenti che volte possono apparire anche strani, il fumettista sardo compone i suoi “Quaderni giapponesi”. Tre volumi, con quest’ultimo arrivato, diversi ma che si parlano tra loro. «Continuare a esplorare e raccontare fa venire fuori cose nuove. Sono come dei movimenti a spirale, che fanno parte dell’immagine mistica e spirituale giapponese, in cui vai e ritorni e scopri sempre qualcosa. È un po’ il gioco, la danza di questi libri».
Una lettera per Momo
E pensare che tutto nasce da un lungometraggio d’animazione di qualche anno fa: “Una lettera per Momo” di Hiroyuki Okiura. «Per me – sottolinea Igort – lui è il vero erede di Miyazaki. Adoro questo suo film dove una ragazzina entra in un mondo fantastico, popolato dagli spiriti del folclore giapponese, che finirà per farla crescere. Una metafora di cosa significhi leggere, farsi attraversare da una storia. La domanda di fondo è infatti cosa ci lascia leggere, cosa vuol dire entrare in altri mondi».
Così, partendo da un dolce racconto di formazione Igort si è lasciato trasportare da un’altra parte. Alla scoperta di un Giappone diverso che si potrebbe definire underground. «Come racconto nelle prime pagine – sottolinea il fumettista – il progetto parte dall’amore per questo film. Guardando e riguardandolo mi sono incuriosito sui kibyoshi che sono dei fascicoli del periodo Edo, antenati del fumetto. Da lì il collegamento con Santo Kyoden che divenne popolare con la pubblicazione di questi albi e l’inizio del viaggio al fianco di una serie di straordinari autori maledetti che mi hanno particolarmente colpito».
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