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Il razzismo burocratico che penalizza l’arte

Il razzismo burocratico che penalizza l’arte

La prefazione di Tomaso Montanari al libro “Burocrazzismo” del direttore dell’Accademia di Sassari Antonio Bisaccia

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Pubblichiamo un estratto dall’introduzione di Tomaso Montanari al libro “Burocrazzismo e arte” di Antonio Bisaccia, Castelvecchi Editore.

* * *«Onde si ridono di noi che gli artefici appellamo ignobili, e diciamo no- bili quelli che null’arte imparano e stanno oziosi e tengono in ozio e lascivia tanti servitori, con ruina della repubblica».

Nella Città del sole di Tommaso Campanella (1602), dunque, gli artisti sono nobili, mentre ignobili sono i ricchi che non sanno far nulla, se non contribuire a far andare in malora il bene pubblico. Utopia? Sì, se guardiano come ancora dopo quattro se- coli, nell’Italia del 2020, è trattata la formazione alle arti e alla musica. È uno dei tanti, estremi paradossi di un Paese avvelenato dalla retorica della Bellezza, e incapace di governare il patrimonio culturale di cui è custode, e di dare dignità e forza al lavoro culturale. Il precariato, la sostanziale schiavitù, la povertà materiale, il disprezzo sociale divorano le vite di chi aspira a partecipare al governo del patrimonio culturale, e di chi aspira a formare se stesso e gli altri nelle arti che hanno fatto unico questo nostro Paese.

Le pagine che seguono sono un lucido, accorato, forte atto di accusa contro l’inadeguatezza di un ceto politico che da decenni umilia quella che, pomposamente, ha deciso di chiamare Alta Formazione Artistica, Musicale e Coreutica. Una impeccabile analisi del passato, una credibile proposta per costruire un futuro diverso: Antonio Bisaccia interpreta così, nel miglior modo possibile, la sua attuale funzione di presidente della conferenza dei direttori delle Accademie di Belle Arti. In qualche modo, in questo libro prendono la parola una intera schiera di istituzioni, e una storia se- colare: chiedendo allo Stato di prendere coscienza di sé, della propria Costituzione, della propria stessa identità.

Personalmente, condivido moltissime delle istanze di questo mondo: per esempio, la parità di retribuzione con i docenti universitari, la partecipazione ai progetti di ricerca nazionali (già, perché la ricerca del primo comma dell’articolo 9 è anche quella degli artisti e dei musicisti) e in generale tutto ciò che porti ad una vera parità con l’università.

Si può, anzi si deve, discutere delle forme in cui questo può avvenire. Personalmente, da professore universitario radicalmente critico con la degenerazione dell’università italiana, penso che una semplice confluenza nell’università sarebbe un errore, forse un suicidio. Penso invece che all’alta formazione artistica e musicale debba essere permesso di crearsi un proprio modello, sperabilmente diverso da quello universitario, ma di pari rango a tutti gli effetti. Abbiamo bisogno di un altro modo di pensare, di un altro modo di vedere: e questo mondo ha tutte le carte in regola per autogovernarsi, a modo suo. Ma qualunque strada si scelga, bisogna finalmente farlo: continuare a rinviare la conclusione di questo sfiancante percorso è semplicemente criminoso.

E, ancora, qualunque strada si scelga, una cosa deve essere chiara: la formazione artistica non è un percorso di serie b. Diventare medici o ingegneri non è più nobile, né più socialmente utile, che diventare musicisti o scultori.

Una verità rivoluzionaria, in una società che ha spinto la mercificazione dei propri valori al punto di ritenere la strage degli anziani provocata dalla pandemia da coronavirus del 2020 un danno collaterale accettabile, perché si tratterebbe di forze “improduttive”.

L’articolo 4 della Costituzione italiana stabilisce che «ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società». Non possiamo fare a meno né dell’uno né dell’altro progresso: e le arti sono il punto di giuntura tra materia e spirito, sono il vero strumento di un progresso che non abbia per traguardo l’annientamento collettivo, ma la vita.

Una delle lezioni di questa terribile pandemia è che dobbiamo vivere pienamente la vita che ci è data, e dobbiamo farlo diventando piena- mente umani. Se vogliamo essere all’altezza del nostro passato, se vogliamo meritarci un futuro dobbiamo prenderci cura della formazione di chi manterrà tra noi l’arte e la musica, rendendo i nostri giorni degni di essere vissuti.

© 2020 Lit Edizioni s.a.s.

Per gentile concessione



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