Bellezza, storia, natura Una guida per uscire dalle logiche mercantili
di Massimo Dell’Utri
I saggi curati da Antonietta Mazzette e Silvia Mugnano sul “Ruolo della cultura nel governo del territorio”
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Che cos’è un libro utile? Un libro utile è quello che ti fa capire, che illumina fatti e dinamiche della realtà in cui vivi, che riesce a darti un orientamento, a dare un senso a certe perplessità che avevi, a indicarti possibili vie di azione. È un libro che rimane con te anche quando hai finito di leggerlo. Di solito accade coi romanzi, ma può accadere anche con un libro che raccoglie saggi di vari autori. Questo mi è infatti capitato con “Il ruolo della cultura nel governo del territorio”, curato da Antonietta Mazzette e Silvia Mugnano, uscito qualche settimana fa per i tipi di Franco Angeli. Diviso in tre parti, raccoglie una serie di puntuali analisi sociologiche e considerazioni politiche sullo stato del territorio italiano, con particolare riferimento alla rilevanza che la cultura può avere per lo sviluppo del territorio stesso.
Nella prima parte, dedicata a porre le linee generali, oltre a due saggi firmati dalle curatrici del volume spicca la Lectio Magistralis di Massimo Bray, direttore generale dell’Enciclopedia Treccani e Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nel Governo Letta. La seconda parte mette in luce le diverse potenzialità del nesso tra cultura e territorio, mentre la terza raccoglie un gruppo di contributi che formano una mappa delle indagini sociologiche concluse recentemente o in via di svolgimento nel territorio nazionale. Quando si parla di “territorio” si intende una rete che combina aspetti umani e aspetti naturali non umani: l’intreccio inscindibile di natura e cultura che caratterizza le nostre esistenze. E quindi campagne, monti, fiumi e via dicendo, insieme a strade, dighe, città, centri commerciali, e altre opere dell’ingegno umano: uno accanto all’altro, dentro l’altro, legato all’altro in modo, appunto, inscindibile. Elaborare una politica di intervento sul territorio non può allora prescindere dall’aspetto culturale, a patto però – c’è sempre un “però” – di intendere il concetto di cultura nel suo senso più pieno. Quale può essere questo senso?
Se la cultura è uno dei tratti essenziali che caratterizzano l’essere umano, e se tutto ciò presuppone sensibilità, empatia, capacità di comunicare con gli altri, allora la cultura in senso pieno è ciò che non solo coinvolge questi aspetti ma li rafforza sempre più. Non è un caso che Bray citi l’Art. 3 della Costituzione, che impone di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, e non è un caso che Mazzette sottolinei l’importanza della conoscenza per governare il territorio, individuando una nota dolente: «c’è sicuramente un problema di sistema di competenze e di previsione delle aspettative, insomma, di conoscenza complessiva dei territori e delle città». Il valore di questo libro sta appunto nell’inviare un messaggio assai esplicito agli amministratori locali e nazionali, cercando di individuare ciò che è stato fatto di buono e ciò che è stato fatto di cattivo da chi ha o ha avuto responsabilità di governo nelle nostre città e nel nostro Paese. E la proposta teorico-operativa di Mazzette è interessante: mostrato che il governo del territorio è stato perlopiù guidato da logiche di mercato, di consumo, e messo in chiaro come le categorie della modernità non siano più utili per la comprensione del significato dell’urbano e dell’extraurbano, quel che occorre è «un nuovo statuto epistemologico» in grado di darci l’esatta misura in cui la realtà sociale, economica, psicologica è cambiata. Ecco perché la cultura, soprattutto nella sua valenza economica, «non solo come deposito valoriale ma forza attiva» (Bray). E qui ci sono segnali molto incoraggianti.
Mugnano ci dice infatti che secondo gli ultimi report della Commissione Europea «la cultura e la creatività sono, ancora, risorse importanti per l’economia», con «effetti di spill-over su settori economici affini come il turismo». Già il turismo, notoriamente una delle prime voci di incremento economico in terra sarda. Eppure, paradossalmente, ancora stenta a crescere da noi la cultura del turismo, e parecchi tesori rimangono negletti. Pensiamo solo allo «straordinario patrimonio di archeologia industriale e mineraria che, opportunamente recuperato, può divenire patrimonio collettivo, far ripartire processi produttivi locali interrotti, spostando il baricentro dal comparto industriale a quello terziario» (Bray). E moltissime sono ancora le cose cui i nostri amministratori potrebbero por mano per promuovere «una rinnovata percezione del valore della bellezza» (Bray): in questo libro gli spunti abbondano, sicché non rimarrebbe che decidere da dove iniziare. Proporrei dai centri storici e dalle periferie: i primi perché sono la carta d’identità di un popolo, le seconde perché lì la bellezza raramente ha informato le pratiche di intervento. Se si comincia da questi due poli, tutto il resto segue: sarebbe un messaggio di enorme impatto da parte di una classe politica di recente in evidente affanno.
Nella prima parte, dedicata a porre le linee generali, oltre a due saggi firmati dalle curatrici del volume spicca la Lectio Magistralis di Massimo Bray, direttore generale dell’Enciclopedia Treccani e Ministro dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo nel Governo Letta. La seconda parte mette in luce le diverse potenzialità del nesso tra cultura e territorio, mentre la terza raccoglie un gruppo di contributi che formano una mappa delle indagini sociologiche concluse recentemente o in via di svolgimento nel territorio nazionale. Quando si parla di “territorio” si intende una rete che combina aspetti umani e aspetti naturali non umani: l’intreccio inscindibile di natura e cultura che caratterizza le nostre esistenze. E quindi campagne, monti, fiumi e via dicendo, insieme a strade, dighe, città, centri commerciali, e altre opere dell’ingegno umano: uno accanto all’altro, dentro l’altro, legato all’altro in modo, appunto, inscindibile. Elaborare una politica di intervento sul territorio non può allora prescindere dall’aspetto culturale, a patto però – c’è sempre un “però” – di intendere il concetto di cultura nel suo senso più pieno. Quale può essere questo senso?
Se la cultura è uno dei tratti essenziali che caratterizzano l’essere umano, e se tutto ciò presuppone sensibilità, empatia, capacità di comunicare con gli altri, allora la cultura in senso pieno è ciò che non solo coinvolge questi aspetti ma li rafforza sempre più. Non è un caso che Bray citi l’Art. 3 della Costituzione, che impone di “rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che impediscono il pieno sviluppo della persona umana”, e non è un caso che Mazzette sottolinei l’importanza della conoscenza per governare il territorio, individuando una nota dolente: «c’è sicuramente un problema di sistema di competenze e di previsione delle aspettative, insomma, di conoscenza complessiva dei territori e delle città». Il valore di questo libro sta appunto nell’inviare un messaggio assai esplicito agli amministratori locali e nazionali, cercando di individuare ciò che è stato fatto di buono e ciò che è stato fatto di cattivo da chi ha o ha avuto responsabilità di governo nelle nostre città e nel nostro Paese. E la proposta teorico-operativa di Mazzette è interessante: mostrato che il governo del territorio è stato perlopiù guidato da logiche di mercato, di consumo, e messo in chiaro come le categorie della modernità non siano più utili per la comprensione del significato dell’urbano e dell’extraurbano, quel che occorre è «un nuovo statuto epistemologico» in grado di darci l’esatta misura in cui la realtà sociale, economica, psicologica è cambiata. Ecco perché la cultura, soprattutto nella sua valenza economica, «non solo come deposito valoriale ma forza attiva» (Bray). E qui ci sono segnali molto incoraggianti.
Mugnano ci dice infatti che secondo gli ultimi report della Commissione Europea «la cultura e la creatività sono, ancora, risorse importanti per l’economia», con «effetti di spill-over su settori economici affini come il turismo». Già il turismo, notoriamente una delle prime voci di incremento economico in terra sarda. Eppure, paradossalmente, ancora stenta a crescere da noi la cultura del turismo, e parecchi tesori rimangono negletti. Pensiamo solo allo «straordinario patrimonio di archeologia industriale e mineraria che, opportunamente recuperato, può divenire patrimonio collettivo, far ripartire processi produttivi locali interrotti, spostando il baricentro dal comparto industriale a quello terziario» (Bray). E moltissime sono ancora le cose cui i nostri amministratori potrebbero por mano per promuovere «una rinnovata percezione del valore della bellezza» (Bray): in questo libro gli spunti abbondano, sicché non rimarrebbe che decidere da dove iniziare. Proporrei dai centri storici e dalle periferie: i primi perché sono la carta d’identità di un popolo, le seconde perché lì la bellezza raramente ha informato le pratiche di intervento. Se si comincia da questi due poli, tutto il resto segue: sarebbe un messaggio di enorme impatto da parte di una classe politica di recente in evidente affanno.
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