SCIENZA
Salvare la natura, uno scudo contro gli “spillover”
Si è detto molto sul virus che sta cambiando la nostra vita. Cambiata, drammaticamente, non solo per le vittime e i contagiati, ma anche per gli impatti sul nostro modo di essere, di affrontare il...
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Si è detto molto sul virus che sta cambiando la nostra vita. Cambiata, drammaticamente, non solo per le vittime e i contagiati, ma anche per gli impatti sul nostro modo di essere, di affrontare il quotidiano, di relazionarci, di guardare al futuro. Ci ha scoperto vulnerabili, fragili, disorganizzati. Ha cioè sfruttato al meglio, il virus, le sue potenzialità e ha approfittato delle nostre debolezze. Ci ha tolto la normalità. Quella che magari avremmo voluto cambiare, prima del COVID-19. Ma che ora rimpiangiamo. Non sappiamo neppure se quella che stiamo vivendo sarà una trasformazione temporanea o avrà i suoi strascichi, non solo temporali. C’è però un aspetto che non possiamo trascurare. O meglio, un errore che non possiamo commettere. Quello di dimenticare la lezione che abbiamo ricevuto da questa pandemia.
Lezione da ricordare
Perché una lezione c’è stata e anche molto chiara. Guai a non darle importanza, a far finta di niente. Così come invece accaduto, lungamente e irresponsabilmente, con altre minacce globali. Come i cambiamenti climatici e la distruzione delle risorse naturali. Perché alla fine, tutto ha un legame, ogni tassello si ricongiunge con quello vicino. E il virus ne è la prova. Siamo noi l’inizio di tutto questo. Sono le nostre attività, i nostri comportamenti. Abbiamo dominato per terre e per mari. Distrutto, impoverito, banalizzato un Pianeta. Pur consci che un tale atteggiamento – non solo di superbia, ma anche di avidità – non sarebbe potuto durare a lungo, se non pagandone le conseguenze, siamo andati avanti. Se però ci sta a cuore il futuro e non vogliamo pagare prezzi ancora più alti, dobbiamo cambiare. Qualcuno potrà obiettare: ma se siamo così potenti, come fa una pseudo creatura a tenerci in scacco per così lungo tempo e con questi tragici effetti? Ebbene proprio il risultato della nostra continua ricerca di spazio, di consumo, di sfruttamento provoca anche il successo di un virus. Distruggendo gli ambienti naturali e sostituendoli senza una pianificazione, con cemento, asfalto, campi e pascoli, perdiamo non solo patrimoni insostituibili, ma favoriamo il contatto dove non dovrebbe avvenire, se non in maniera equilibrata. Se prendiamo una mappa della Terra, scopriremo che l’impatto delle attività antropiche ha modificato in maniera significativa il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino. La superficie diciamo integra del Pianeta è ridotta ad appena il 5%. Dal 1970 ad oggi, il volume della produzione agricola è aumentato di circa il 300%, quello del taglio di legname del 45%. Dal 1980, invece, lo sfruttamento di risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili, è quasi raddoppiato, raggiungendo i 60 miliardi di tonnellate l’anno. Il degrado del suolo ha ridotto la produttività della superficie globale terrestre, del 23%.
Numeri enormi
Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992 ad oggi e cresceranno ancora, così il numero di chi le abita. Che sarà dominante rispetto al numero totale. Sono circa un milione le specie selvatiche che rischiano di estinguersi. Un numero enorme. Se si considera che ancora non sappiamo quante sono le entità che vivono sulla Terra - se ne stimano 8 milioni -, è però certo che molte di queste scompariranno prima di essere state scoperte e classificate. Ma torniamo al virus, anzi ai virus. David Quammen, l’ormai celebre autore del libro “Spillover”, così scrive: «Sconvolgiamo ecosistemi e liberiamo virus dai loro ospiti naturali: quando succede, hanno bisogno di nuovi ospiti, spesso siamo noi». Circa il 60% di tutte le malattie infettive negli esseri umani sono zoonotiche - cioè direttamente trasmettibili dagli animali -, così come il 75% di tutte le malattie infettive emergenti. Se fino a qualche anno fa, si riteneva che fossero proprio gli ambienti naturali più conservati la sede di contagio per malattie infettive come Ebola o la Dengue, gli studi hanno dimostrato esattamente il contrario. È proprio l’avvicinamento dell’uomo anche alle aree più remote e mettere in moto il meccanismo dei contatti. Questi possono essere diretti o tramite organismi vettori, come lo sono le zanzare. Sono dati che si possono trovare nel recente rapporto IPBES (Intergovernamental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services dell’ONU), l’equivalente per la biodiversità al ruolo dell’IPCC per il cambiamento climatico. Nel quale c’è anche scritto che una nuova malattia infettiva emerge nell'uomo ogni quattro mesi. Molte di queste provengono proprio dalla fauna selvatica.
Intensivo fa male
Chi fa da ponte è spesso il bestiame domestico. Soprattutto quello allevato in maniera intensiva che per conduzione e caratteristiche è più vulnerabile alle infezioni. Uno dei primi casi scoperti fu nel 1998, con il virus Nipah in Malesia, come conseguenza dell’aumento della produzione di suini ai margini delle foreste tropicali, dove vivono i pipistrelli della frutta. Un esempio a noi noto è invece quello dell'influenza aviaria, i cui virus prima circolavano negli uccelli selvatici, poi infettavano il pollame domestico e da questi passavano all’uomo. Le probabilità di spillover, cioè il salto del virus dalla specie selvatica all’uomo, può verificarsi anche per altre cause. Come il traffico, legale o illegale, di animali selvatici che poi vengono venduti nei mercati. Come già accennato, anche il clima può essere un fattore aggiuntivo e in alcuni casi scatenante. Le temperature elevate e la siccità producono più incendi e la distruzione di ecosistemi, più inquinamento atmosferico e maggiore diffusione di malattie respiratorie. Torniamo al COVID-19. È classificata come la sesta pandemia sanitaria globale da quella tragica del 1918, la cosiddetta Spagnola. Quando, si stima, un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la sua circolazione. La malattia fu drammaticamente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi (anche se alcuni ipotizzano che fossero fino a 100 milioni). In quanto ai numeri del COVID-19, vanno aggiornati di giorno in giorno. Quello che però è certo è che se ha ovviamente avuto origine da patogeni trasmessi degli animali, come del resto tutte le pandemie, la sua comparsa è stata interamente provocata dalle attività umane. Il rischio di nuove pandemie è quindi serio. Anzi. Sempre nel rapporto IPBES, si afferma che in futuro queste potrebbero comparire con maggiore frequenza, diffondersi più rapidamente, causare più danni alle economie mondiali e più morti del Covid-19.
Le misure giuste
Del resto, si stima che in natura siano presenti 1 milione e 770 mila virus ancora non classificati, che utilizzano mammiferi e uccelli come ospiti. Di questi, un numero compreso tra 540mila e 850mila potrebbe avere la capacità di infettare l’uomo. È quindi evidente che occorre cambiare atteggiamento nel modo in cui gestiamo le pandemie o comunque gli impatti da malattie infettive, ovviamente a livello globale. Secondo l’ONU e la Organizzazione Mondiale della Sanità, è tempo che i governi affrontino le cause profonde, a cominciare dal fermare la distruzione degli ambienti naturali e nell’affrontare con serietà i cambiamenti climatici. Questo può avvenire soltanto, contenendo le attività umane che causano impatti sulla biodiversità, aumentando le azioni di tutela e quindi l’estensione delle aree protette, mettendo la sostenibilità ambientale come punto irrinunciabile nell’utilizzo delle risorse. E allo stesso tempo, rinunciando davvero alle fonti inquinanti per produrre energia. Ciò, oltre a tenere in salute il Pianeta e i suoi abitanti, ridurrà il contatto tra fauna selvatica, bestiame e esseri umani e aiuterà a prevenire la diffusione di nuove malattie. Sono azioni che hanno ancora margini di efficacia. Rinunciarvi sarebbe davvero da irresponsabili.
Lezione da ricordare
Perché una lezione c’è stata e anche molto chiara. Guai a non darle importanza, a far finta di niente. Così come invece accaduto, lungamente e irresponsabilmente, con altre minacce globali. Come i cambiamenti climatici e la distruzione delle risorse naturali. Perché alla fine, tutto ha un legame, ogni tassello si ricongiunge con quello vicino. E il virus ne è la prova. Siamo noi l’inizio di tutto questo. Sono le nostre attività, i nostri comportamenti. Abbiamo dominato per terre e per mari. Distrutto, impoverito, banalizzato un Pianeta. Pur consci che un tale atteggiamento – non solo di superbia, ma anche di avidità – non sarebbe potuto durare a lungo, se non pagandone le conseguenze, siamo andati avanti. Se però ci sta a cuore il futuro e non vogliamo pagare prezzi ancora più alti, dobbiamo cambiare. Qualcuno potrà obiettare: ma se siamo così potenti, come fa una pseudo creatura a tenerci in scacco per così lungo tempo e con questi tragici effetti? Ebbene proprio il risultato della nostra continua ricerca di spazio, di consumo, di sfruttamento provoca anche il successo di un virus. Distruggendo gli ambienti naturali e sostituendoli senza una pianificazione, con cemento, asfalto, campi e pascoli, perdiamo non solo patrimoni insostituibili, ma favoriamo il contatto dove non dovrebbe avvenire, se non in maniera equilibrata. Se prendiamo una mappa della Terra, scopriremo che l’impatto delle attività antropiche ha modificato in maniera significativa il 75% dell’ambiente terrestre e circa il 66% di quello marino. La superficie diciamo integra del Pianeta è ridotta ad appena il 5%. Dal 1970 ad oggi, il volume della produzione agricola è aumentato di circa il 300%, quello del taglio di legname del 45%. Dal 1980, invece, lo sfruttamento di risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili, è quasi raddoppiato, raggiungendo i 60 miliardi di tonnellate l’anno. Il degrado del suolo ha ridotto la produttività della superficie globale terrestre, del 23%.
Numeri enormi
Le aree urbane sono più che raddoppiate dal 1992 ad oggi e cresceranno ancora, così il numero di chi le abita. Che sarà dominante rispetto al numero totale. Sono circa un milione le specie selvatiche che rischiano di estinguersi. Un numero enorme. Se si considera che ancora non sappiamo quante sono le entità che vivono sulla Terra - se ne stimano 8 milioni -, è però certo che molte di queste scompariranno prima di essere state scoperte e classificate. Ma torniamo al virus, anzi ai virus. David Quammen, l’ormai celebre autore del libro “Spillover”, così scrive: «Sconvolgiamo ecosistemi e liberiamo virus dai loro ospiti naturali: quando succede, hanno bisogno di nuovi ospiti, spesso siamo noi». Circa il 60% di tutte le malattie infettive negli esseri umani sono zoonotiche - cioè direttamente trasmettibili dagli animali -, così come il 75% di tutte le malattie infettive emergenti. Se fino a qualche anno fa, si riteneva che fossero proprio gli ambienti naturali più conservati la sede di contagio per malattie infettive come Ebola o la Dengue, gli studi hanno dimostrato esattamente il contrario. È proprio l’avvicinamento dell’uomo anche alle aree più remote e mettere in moto il meccanismo dei contatti. Questi possono essere diretti o tramite organismi vettori, come lo sono le zanzare. Sono dati che si possono trovare nel recente rapporto IPBES (Intergovernamental Science-Policy Platform on Biodiversity and Ecosystem Services dell’ONU), l’equivalente per la biodiversità al ruolo dell’IPCC per il cambiamento climatico. Nel quale c’è anche scritto che una nuova malattia infettiva emerge nell'uomo ogni quattro mesi. Molte di queste provengono proprio dalla fauna selvatica.
Intensivo fa male
Chi fa da ponte è spesso il bestiame domestico. Soprattutto quello allevato in maniera intensiva che per conduzione e caratteristiche è più vulnerabile alle infezioni. Uno dei primi casi scoperti fu nel 1998, con il virus Nipah in Malesia, come conseguenza dell’aumento della produzione di suini ai margini delle foreste tropicali, dove vivono i pipistrelli della frutta. Un esempio a noi noto è invece quello dell'influenza aviaria, i cui virus prima circolavano negli uccelli selvatici, poi infettavano il pollame domestico e da questi passavano all’uomo. Le probabilità di spillover, cioè il salto del virus dalla specie selvatica all’uomo, può verificarsi anche per altre cause. Come il traffico, legale o illegale, di animali selvatici che poi vengono venduti nei mercati. Come già accennato, anche il clima può essere un fattore aggiuntivo e in alcuni casi scatenante. Le temperature elevate e la siccità producono più incendi e la distruzione di ecosistemi, più inquinamento atmosferico e maggiore diffusione di malattie respiratorie. Torniamo al COVID-19. È classificata come la sesta pandemia sanitaria globale da quella tragica del 1918, la cosiddetta Spagnola. Quando, si stima, un terzo della popolazione mondiale fu colpito dall’infezione durante la sua circolazione. La malattia fu drammaticamente severa, con una letalità maggiore del 2,5% e circa 50 milioni di decessi (anche se alcuni ipotizzano che fossero fino a 100 milioni). In quanto ai numeri del COVID-19, vanno aggiornati di giorno in giorno. Quello che però è certo è che se ha ovviamente avuto origine da patogeni trasmessi degli animali, come del resto tutte le pandemie, la sua comparsa è stata interamente provocata dalle attività umane. Il rischio di nuove pandemie è quindi serio. Anzi. Sempre nel rapporto IPBES, si afferma che in futuro queste potrebbero comparire con maggiore frequenza, diffondersi più rapidamente, causare più danni alle economie mondiali e più morti del Covid-19.
Le misure giuste
Del resto, si stima che in natura siano presenti 1 milione e 770 mila virus ancora non classificati, che utilizzano mammiferi e uccelli come ospiti. Di questi, un numero compreso tra 540mila e 850mila potrebbe avere la capacità di infettare l’uomo. È quindi evidente che occorre cambiare atteggiamento nel modo in cui gestiamo le pandemie o comunque gli impatti da malattie infettive, ovviamente a livello globale. Secondo l’ONU e la Organizzazione Mondiale della Sanità, è tempo che i governi affrontino le cause profonde, a cominciare dal fermare la distruzione degli ambienti naturali e nell’affrontare con serietà i cambiamenti climatici. Questo può avvenire soltanto, contenendo le attività umane che causano impatti sulla biodiversità, aumentando le azioni di tutela e quindi l’estensione delle aree protette, mettendo la sostenibilità ambientale come punto irrinunciabile nell’utilizzo delle risorse. E allo stesso tempo, rinunciando davvero alle fonti inquinanti per produrre energia. Ciò, oltre a tenere in salute il Pianeta e i suoi abitanti, ridurrà il contatto tra fauna selvatica, bestiame e esseri umani e aiuterà a prevenire la diffusione di nuove malattie. Sono azioni che hanno ancora margini di efficacia. Rinunciarvi sarebbe davvero da irresponsabili.
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