“Bandito”, da Lula al carcere un libro che ricostruisce la biografia di Matteo Boe

La vita dell’ex sequestratore ripercorsa a partire da una fitta corrispondenza  epistolare con l’autrice Laura Secci e dai numerosi incontri dietro le sbarre. Il volume in vendita da sabato 9 gennaio con la Nuova Sardegna 

Pubblichiamo un estratto dall’introduzione di Domenico Quirico al libro di Laura Secci “Bandito. Matteo Boe: la vita, il carcere, la libertà”, che sarà in edicola con la Nuova Sardegna da sabato 9 gennaio.

* * *di DOMENICO QUIRICO

Questo libro parla di ostaggi sequestratori prigioni, questo libro parla del Male. Il diavolo parla molto, è loquace e loico, affascina, seduce. Gli angeli e i santi sono, se ci pensate, silenziosi parchi di parole, spesso muti. Come le vittime. Ecco: questo è il punto. Questo libro mi appartiene, profondamente, fibra su fibra, perché io conosco tutto questo: l’essere ostaggio le porte delle prigioni l’orribile corpo a corpo con il tempo.

È questo, più che Boe Matteo, il vero protagonista del libro. Trabonda da ogni parte, macchia tutto, lascia il suo puzzo in ogni dettaglio, corrompe, decompone, uccide. Questo libro ci insegna ciò che già purtroppo intuivamo dietro la sublimazione della speranza: umanamente, razionalmente la vittoria del Male è assolutamente certa.

IL DEMIURGO. Ah, d’accordo: qui parliamo di biografie! Di un solo personaggio si può narrare, il protagonista, il demiurgo. È la regola. Matteo Boe: le sue evasioni le sue manie il suo dialetto la sua cultura e intelligenza che si coniuga, endiadi apparentemente inspiegabile, con una primitiva crudeltà.

Eppure dal libro balzano verso di noi, violenti come un pugno o un grido di aiuto, anche gli Altri, il piccolo Farouk dall’orecchio tagliato, la acerba Sara Niccoli, De Angelis, gli altri, coloro a cui Boe ha rubato già una volta il Tempo. (...) Già, le vittime dei sequestri non sono mai interessanti o ancor più affascinanti. Sono, ahimè, cadaveri decomposti in qualche buca frettolosa. Oppure, se è andata bene, se qualcuno ha pagato, sono sporchi, puzzano, non sono in forma, smagriti, le occhiaie, perfino le donne e le ragazze imbruttiscono, chissà perché! nello sguardo i giorni vuoti e la paura e un domani, adesso che ogni ricchezza è stata usata per il riscatto, un domani sempre vuoto e tenebroso.

OCCHI BENDATI. Laura Secci ha scritto guardando Boe allo specchio e dandogli voce. Le biografie anche di questi sequestrati che sono spesso poco più che nomi, verbali di polizia e carabinieri. Esseri viventi nei quali ho fede, creature di cui ho visto anche in altri luoghi aprirsi i volti e liberarsi gli sguardi. C’è in loro quello che so: ovvero cosa vuol dire scoprire di esser legato immobile gli occhi bendati sentire il freddo della terra che ti sale dentro, fare i bisogni addosso, toccare, quando puoi, porte che non sai se si apriranno mai. Pensare a quello che hai perduto: normalità amore casa… Per raccontare cosa vuol dire dipendere in tutto come un vecchio o un bambino da un altro, uno incappucciato che ti minaccia…

FRA DUE ABISSI. E come il tempo dei rapiti, il tempo che solo loro conoscono, e i carnefici, sia gonfio dell’eterno miracolo della sofferenza. È da lì che bisogna risalire a ciò che sono diventati dopo: mutilati come erano, e per sempre, di una parte di se stessi, obbligati a passare il tempo ad accarezzare le piaghe che bestialmente qualcuno aveva loro inferto. Un tempo dove non si può essere che muti e soli, vuoti e inerti. La tua ora è l’ultima ora. Si vive tra due abissi: «Fuerunt mihi lacrimae meae panes die ac nocte»! Ma questo è stato anche il tempo di Boe: forse è giustizia, certo è contrappasso.

In questa specularità c’è anche il segreto del perché la vita di Boe sia interessante: lui che ha tolto il tempo agli altri ha poi rifatto, in trent’anni, lo stesso percorso, rinchiuso soffocato dal vuoto. In più lui conosceva la durata esatta della condanna. E forse questa è la peggiore maledizione. Alla fine nel suo passato non c’è più niente che non sia anche nostro: niente più Sardegna, salvezza ingannatrice, rifugio nel tempo trascorso. Siamo come lui dei barbari senza avvenire.

NAUFRAGI. Non so, alla fine del libro di Laura Secci, risolvermi a misurare Matteo Boe con il mio metro, con il nostro metro. Boe sfida i nostri criteri, forse perfino le indagini del buon senso. Se riflettiamo su questi domatori dell’abisso (del loro abisso) intravediamo quali vantaggi offre il non lasciarsi travolgere. Il non cedere alla voluttà di andare alla deriva e, meditando sul loro rifiuto a naufragare, ci ripromettiamo di imitarli pur sapendo che è vano pretenderlo, che la nostra sorte (e la diversità che ci salva) è di colare a picco, di rispondere al richiamo del baratro.

MEMORIA. Sì. Dolore si chiama questo mistero. Dio non è fuori da questa vicenda di dolore e di impotenza di fronte al Male.

Verrebbe da dire: non occupiamoci degli assassini, lasciamo che il tempo faccia giustizia trasformandoli in polvere. Vietiamone le biografie, come un tempo si faceva per il sacrosanto rito purificatore della damnatio memoriae.

Ma no. L’autrice ha ragione. Scriviamole invece queste biografie, inchiodiamole come lapidi agli angoli della strada della nostra memoria, perché nessuno dimentichi che cosa sono stati, il loro banale essere iniqui.

Ho incontrato una sola volta il protagonista di questo libro, in una situazione in fondo falsa, artificiale, una cerimonia nel carcere dove scontava la parte finale della sua pena e c’erano autorità, perfino cardinali, visitatori, televisioni, si parlava di francobolli, vaticani per di più, il cui soggetto era… la misericordia. Non giudico. Leggo. E questo è un altro miracolo di questa scrittura.

ANTICO E MODERNO. Per me l’isola erano le pagine di Grazia Deledda. E i suoi fuorilegge, tra Passato e Modernità. Adesso sono anche queste pagine. E Boe.

Sarò sincero. È il Male che mi interessa, di cui Boe è stato un solerte strumento fino a un certo punto della sua vita, e che il libro descrive dall’interno. Questa è la sua forza narrativa. Lasciatevene sommergere, parola dopo parola. A noi, all’ultima pagina, restano la morte degli altri e quella di tanti sentimenti e di tante dolcezze. Non è la concezione di una verità giudiziaria che può cambiare il dolore. Perché il dolore, come la gioia, è un assoluto.

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