La Nuova Sardegna

Saperi antichi e nuovi di rame e tappeti

di Sabrina Zedda
Saperi antichi e nuovi di rame e tappeti

Presentato da Maura Picciau il catalogo del Maraté, presidio di alto artigianato 

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ISILI. Tra gli aspetti (pochi) positivi della pandemia da Covid 19 c’è il fatto di poter riunire on line personalità anche geograficamente lontanissime per offrire a tutti preziosi momenti dedicati al sapere. Uno di questi è stato, l’altra sera, la presentazione del catalogo del Maratè, il Museo per l’arte del rame e del tessuto di Isili. Pubblicato nel 2015, questo prezioso volume che testimonia di una comunità è poco conosciuto. Bene ha fatto dunque la Soprintendenza Archeologia di Cagliari, Oristano e Sud Sardegna, guidata da Maura Picciau, a dedicargli uno degli incontri del progetto “Racconti e paesaggio”.

Curato da Sandro Ghiani, per anni responsabile dei servizi culturali del Comune di Isili, e con testi della storica dell’arte Simona Campus, dell’antropologo museale Mario Turci -oggi direttore del celebre Museo Guatelli di Ozzano Taro Collecchio - e dell’antropologo ricercatore dell’Università di Città del Capo, Alberto Caoci, il catalogo (il progetto grafico è di Francesco Piras) restituisce non un elenco di pezzi esposti ma la testimonianza identitaria della comunità isilese. Riprende perciò quello che è il senso stesso del museo, la cui vicenda, ha ricordato Sandro Ghiani, comincia negli anni Ottanta con l’idea di un museo del rame (Isili è il solo centro in Sardegna in cui si lavora questo metallo) da costruire nell’ex convento degli Scolopi. Ci vogliono vent’anni perché il museo apra le sue porte, affiancando alla testimonianza della vita dei ramaioli quella delle tessitrici, altro comparto che regge l’economia del paese. Il lavoro degli uomini e quello delle donne, dunque, con la sezione dedicata alla tessitura che guardava al moderno, affidando alle tessitrici la realizzazione di arazzi disegnati dal pittore e scultore Piero Zedde.

«Il Maratè – dice Maura Picciau – nel panorama italiano si è rivelato precursore perché ha incarnato l’idea di museo come strumento di sviluppo locale e consapevolezza». Negli anni la struttura si è ulteriormente sviluppata, prendendo la forma di un telaio e aggiungendo una terza sezione: quella etnografica, che permetteva alle tessitrici di sentirsi più libere nelle creazioni. Così, da sbiadite foto in bianco e nero di artigiani e artigiane, si passa a quelle che raccontano l’oggi, e poi a paioli, piatti, recipienti di diversa foggia dalla lavorazione finissima, sino alla bellezza di arazzi, bisacce, borse e deliziosi corpetti per i vestiti da sposa, con motivi di alberi, navicelle, leoni, pavoni. È la comunità che si racconta attraverso i suoi oggetti, le sue testimonianze, i nomi dei lavoratori e delle lavoratrici incisi in bella grafia sui muri.



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