Luigi Berlinguer: «La Storia ha dato torto a Turati e ragione a Gramsci»

L'ex ministro sulle ragioni che portarono alla scissione del Psi durante il XVII congresso nel gennaio del 1921

Cento anni fa a Livorno nasceva il più grande partito comunista d’Europa. Era il 21 gennaio 1921 quando Antonio Gramsci decretò l’uscita dal Psi della frazione comunista e tenne a battesimo il Pci. L’inizio di una grande esperienza politica che ha segnato la storia del Paese, dalla lotta al fascismo alla Repubblica. Un partito inevitabilmente legato a Mosca quando il mondo era diviso in due, ma sempre fedele ai valori della democrazia e della libertà che aveva contribuito a riconquistare nella lotta di Liberazione. Luigi Berlinguer, oggi 88 anni, è stato un esponente di spicco del Pci. Segretario regionale della Fgci, consigliere provinciale a Sassari, deputato, consigliere regionale in Toscana, senatore e ministro col Pds ed eurodeputato col Pd. Insomma, una vita intera a sinistra.

Cento anni dopo: aveva ragione Turati o Gramsci?

«Ho l’impressione che la storia abbia dato ragione a Gramsci, perché è vero che la sua motivazione era estrema, abbastanza radicale, ma chissà se sarebbero riusciti a modificare l’indirizzo con una battaglia interna al mondo socialista. Le motivazioni di questo ragionamento stanno anche nel peso maggiore che Gramsci avrebbe avuto e ha avuto rispetto a Turati».

Dunque, Gramsci fece bene a rompere con il Psi?

«Io sono sempre contrario alle scissioni, perché portano spesso a sconfitte, insuccessi. Ma non si può ragionare solo con pregiudiziali. Vediamo il seguito che le decisioni gramsciane e la nascita del Pci hanno avuto. Questo ci costringe a fare valutazioni effettuali. La nascita del Pci, anche all’insegna di Gramsci, incide profondamente sulla successiva storia d’Italia».

Quale ruolo ha avuto il Pci nel Novecento italiano?

«L’apparire di questo organismo con una forte connotazione di forte cambiamento sociale ha portato dei risultati che il pigro sviluppo della iniziativa socialista non sono sicuro avrebbe portato».

Perché il Pci ebbe molto più seguito degli altri partiti comunisti europei?

«In nessun altro paese il partito comunista ha avuto la caratterizzazione dell’esistenza del Pci perché in Italia c’era una figura che altri non avevano, Palmiro Togliatti. Il più grande di tutti».

Quale fu la sua grandezza?

«Durante il fascismo Togliatti visse per buona parte a Mosca, ospite della grande patria sovietica. L’Urss aveva dato alla rivoluzione proletaria un esito molto autoritario. Il comunismo, in questi paesi, si alimentava all’insegna della giustizia sociale, ma non della libertà. Togliatti, genio della politica italiana e mondiale, tornò in Italia per fare rivivere il Pci. Ma la sua politica, a differenza di quella di Mosca, era incentrata sulla affermazione della libertà. Ancor prima della giustizia sociale. Il Pci difendeva sì l’operaio, ma l’operaio libero».

Ai tempi lei era giovane.

«Ma ricordo la battaglia di quegli anni. Il lavoro di Togliatti è stato quello di ridurre progressivamente il peso di Secchia e altri dirigenti che invece avevano la propensione ad accentuare l’aspetto della giustizia sociale rispetto alla libertà. Togliatti era convinto che nessun comunismo al mondo potesse trionfare senza la condizione della libertà. Quando ci fu l’attentato a Togliatti Secchia andò a trovarlo in ospedale a Genova: “caro compagno, abbiamo occupato la prefettura di Roma”. E Togliatti sprezzante: “e che cosa ce ne facciamo?”. Solo un genio lo poteva dire. A noi di conquistare il potere con l’insurrezione non ci passava nemmeno per la mente».

Come si avvicinò al Pci?

«Sicuramente su di me ebbe una forte influenza la figura di mio cugino Enrico. L’ambiente del Pci di Sassari si alimentava non solo di politica operaia, ma di riscatto del mondo del lavoro e delle libertà delle popolazioni oppresse».

Suo cugino Enrico, il leader più amato: perché ancora oggi la gente, non solo a sinistra, rimpiange Berlinguer?

«Lui era indubbiamente il leader del comunismo in Italia. Era il rappresentante più alto del popolo lavoratore, riuscì a interpretare il togliattismo, ma un ruolo importante lo giocò la sua dimensione personale. Era una persona mite, ragionevole, caratterizzata da una fortissima coerenza non inquinata dai giochetti della politica».

Come visse la Bolognina?

«Stavo con Occhetto. I partiti comunisti non esistevano più se non come frange. Bisognava capire che la stagione politica era cambiata, la sinistra era diventata un’altra cosa. Aveva fatto gioco il crollo dell’esempio sovietico: nell’Urss gli ideali comunisti avevano assunto la fisionomia della mancanza di libertà».

Come giudica l’attuale situazione politica?

«Abbiamo un presidente del Consiglio, una persona meritoria, che in questo momento procede risolutamente nel chiedere un governo forte e autorevole. Fa bene a dire no a pasticcetti di maggioranza. Ci vuole una forza politica classica e unita, che deve avere un programma e una caratterizzazione ideale. Serve una maggioranza, insomma. Invece, purtroppo c’è una indefinitezza che indebolisce il lavoro meritorio che stanno facendo».

Promuove Conte?

«Conte è un punto di certezza, non si può cambiarlo adesso. Hanno chiamato uno che non aveva un ruolo politico. E lui ha fatto le cose concretamente».

Il Pd è l’erede del Pci?

«Senza dubbio. Ma purtroppo è un partito debole, prevale la condizione fisica del liquido anziché del solido. E poi ha bisogno di figure carismatiche. Lo stesso Conte, stimato da tutti, non è un grande capo politico».

Qual è stato l’ultimo leader della sinistra?

«Enrico, non lo nega nessuno. È stato riconosciuto leader e al suo fianco non nasceva nessuno a togliergli il posto. Aveva l’eredità di Togliatti nel sangue: l’idea del socialismo e della libertà».



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