La Nuova Sardegna

Addio alla pioniera del documentario

di Luca Urgu
Addio alla pioniera del documentario

Forte il legame con l’isola: l’ultimo lavoro prodotto dall’Isre

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Lei che è sempre stata una rivoluzionaria sapeva riconoscere i suoi simili, tra questi Grazia Deledda a cui aveva dedicato l’ultimo lavoro (prodotto dall’Isre di Nuoro) concluso giusto pochi mesi fa riprendendo il filo di un discorso narrativo avviato in passato e mai interrotto. Cecilia Mangini, 93 anni, morta a Roma giovedì notte, era la più grande documentarista italiana. Aveva un fiuto non comune, un intuito governato dalla ragione. Passione e un raro talento. Aspetti che messi insieme – senza mai dimenticare lo studio e la ricerca – le consentivano di approfondire e decifrare realtà complesse. Mondi spesso ai margini dove con le sue immagini riusciva a mettere insieme prosa e poesia.

Il coraggio non le è mai mancato, né da giovane, quando esplorava mondi molto maschili prima donna in Italia a cimentarsi con il cinema documentario, né tantomeno da adulta, quando il suo lavoro era ancora più ricco di idee e di sperimentazione. La sua morte lascia sgomenti perché a 93 anni aveva ancora tanto da dire e con grande lucidità. Regista, documentarista, fotografa, sceneggiatrice, intellettuale ha vissuto la sua intera esistenza con indomita determinazione artistica e politica: l'antifascismo, il socialismo, il femminismo, il racconto degli ultimi (già a partire dal suo esordio, “Ignoti alla città”, scritto nel 1958 insieme con Pier Paolo Pasolini), l’orrore della guerra, i costumi che cambiano.

S’amistade con la Sardegna era di lunga data, sempre alimentata da nuovi slanci. Era rimasta affascinata dall’isola fin dal primo incontro, quando, chiamata a documentare i lavori di ammodernamento della Statale 131, era arrivata in una «terra ancora vergine, invasa da un profumo intenso e macchie di colore che con il tempo sono diventati elementi fondamentale del mio ricordo».

Il dialogo con la Sardegna è stato costante. Nell’isola Mangini ha girato “Ring Sardegna”, seconda parte di “Domani vincerò”, pellicola dedicata al pugilato raccontato come possibilità di riscatto sociale. Un viaggio in Barbagia, tra i pastori che si allenano correndo dietro le pecore anche per chilometri o faticando in palestre improvvisate e povere di attrezzature, per inseguire una passione mortificata dal disinteresse delle loro comunità e comunque dalle condizioni di povertà di un’epoca in cui lo sport era “il superfluo”.

Cecilia Mangini era tornata in Sardegna nel 2017, chiamata dall’Isre, l’Istituto superiore regionale etnografico, per presentare “Isole”, resoconto visivo del suo primo reportage di viaggio a Lipari e a Panarea. Nella sua ultima visita a Nuoro non si era sottratta a un confronto con i giovani documentaristi. Nelle sue risposte, nelle sue parole si percepiva una fede saldissima nel lavoro e in un metodo. Una religione laica che la grande documentarista non ha mai abbandonato o sacrificato alle mode del momento.

Nonostante l’età, Cecilia Mangini continuava a credere nel futuro. Faceva programmi a lungo termine con il suo inseparabile, affezionatissimo compagno di viaggio, il regista Paolo Pisanelli. L’ultimo lavoro lo avevano appena ultimato insieme, in Sardegna: “Grazia Deledda, la rivoluzionaria”, documentario voluto e interamente prodotto dall'Isre, che mette in assonanza due spiriti ribelli. «Ho letto Deledda da giovanissima – diceva– e ne ho subito apprezzato il coraggio, la voglia di osare», diceva Mangini della scrittrice nuorese. “Grazia Deledda, la rivoluzionaria” sarà possibile vederlo questa primavera. L’ultimo meraviglioso regalo di una grande artista alla Sardegna.

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