I misteri di suor Maria Rosa

È ambientata ad Ozieri, ma avrebbe potuto nascere in qualsiasi parte dell’Italia delle santità simulate nell’Italia moderna. Si tratta della straordinaria storia di una giovane badessa, appartenente...

È ambientata ad Ozieri, ma avrebbe potuto nascere in qualsiasi parte dell’Italia delle santità simulate nell’Italia moderna. Si tratta della straordinaria storia di una giovane badessa, appartenente ad una famiglia della piccola nobiltà provinciale, suor Maria Rosa Serra, del monastero del Santo Rosario di Ozieri. A ricostruirla, pezzo per pezzo, su documenti segreti, relazioni riservate, lettere private tra uomini di Chiesa, è monsignor Giancarlo Zichi, responsabile dei Beni culturali dell’Arcidiocesi di Sassari, in un piccolo libro appena pubblicato: “Santità simulata nella Sardegna del primo Ottocento. Il bizzarro caso di suor Maria Rosa Serra di Ozieri” ( Edes 2021).

Protezione salutare

Lo storico del risorgimento e biografo di vari esponenti di casa Savoia, Domenico Ferrero, sintetizza così la fama da cui era circondata, tra Settecento e Ottocento, la badessa di Ozieri. Era così grande che «correvasi da tutte le parti a venerare la santa», che mostrava «ai divoti le mani piagate» e donava «come protezione salutare il sangue della sua stigma», datole «dal suo patriarca san Francesco d’ Assisi». Una fama che si dissolverà nell’oblio dopo che la badessa fu «discoperta per la mania di voler fare da profetessa». Dietro la ruvidità di queste osservazioni, scritte decenni dopo la scoperta della mistificazione e la ritrattazione, si nasconde il disdegno per la predizione della finta profetessa, clamorosamente smentita, circa il sesso dell’erede al trono in vista del parto della regina Maria Teresa d’Austria, sposa di Vittorio Emanuele I. Invece di un figlio maschio, la regina diede alla luce due gemelle, Maria Teresa e Maria Anna. «Passò inosservato – scrive Giuseppe Manno – questo fallito pronostico per il pubblico, ma non passò inosservato per chi tutto dovea far crollare l’edifizio così scaltramente costruito».

Grazia divina

Ed era davvero ben costruito l’ “edifizio”. Lo dimostra la diffusione della fama di santità di Suor Maria Rosa legata al dono delle stigmate, che rappresentavano un segno delle sofferenze di Gesù sulla croce, la riproduzione fedele delle piaghe sui piedi, nelle mani, sul costato, sulla testa, al momento della sua crocefissione: una grazia di Dio concessa a pochi eletti. Per la storiografia religiosa ufficiale il primo uomo a manifestare ufficialmente questi segni sul proprio corpo è San Francesco d’Assisi. Il fenomeno mistico – su cui la chiesa si pronunciava, e si pronuncia, dopo rigorosissimi studi di medici e teologi – ha riguardato solo uomini. Il caso di suor Maria Rosa sarebbe stato un unicum.

Stato di trance

La storia comincia alla vigilia dell’elezione di una nuova badessa del monastero, nel dicembre 1800, quando la religiosa, nipote del Vicario capitolare Pietro Paolo Pes Riccio, comincia a manifestare uno stato di estasi e a parlare quasi in trance alle consorelle. Pochi giorni dopo, comincia a sanguinare dalla testa, tanto che il velo e l’abito restano inzuppati di sangue che proveniva dal cuoio capelluto, da ferite a punta che sembravano provocate da spine. Quasi contemporaneamente le consorelle verificano nel suo costato una profonda ferita. Il controllo del delegato sulle lesioni sembra confermare il fenomeno.

Le reliquie

La “favorita dal cielo” viene quindi votata come badessa dalle altre monache, e l’elezione è confermata con la dispensa dall’impedimento canonico (l’età di 40 anni) stabilito dal Concilio tridentino: suor Maria Rosa infatti aveva solo 35 anni. Ben presto il monastero diviene meta di visitatori da tutta la Sardegna, mentre le offerte arricchivano le casse, facendo dimenticare i grami tempi del passato. La richiesta di reliquie – soprattutto di pannilini intrisi di sangue – arrivava da tutte le parti. La fama di questo “prodigio di grazia” si diffuse dappertutto: in Spagna, a Parigi, a Londra e perfino in America, attraverso viaggiatori, resoconti, relazioni tradotte in varie lingue. Sollecitò l’interesse del Viceré Carlo Felice e del fratello Conte di Moriana che nel loro viaggio attraverso la Sardegna, raggiunta Ozieri, la sera del 15 maggio 1801, si recarono presso il Monastero per incontrare suor Maria Rosa.

Dogma secolare

Per molti secoli, il dogma della natura divina delle stigmate le ha relegate in un limbo di mistero e di inviolabilità. Ed è da alcuni decenni che questi segni sono passati attraverso gli studi sulle possibili basi biologiche di quei tipi di manifestazioni. Cosa che ha portato a ridimensionare la possibile natura divina di tali segni, per condurli su un piano più naturale e conciliabile con la scienza odierna. Nei secoli passati i teologi avevano elaborato una “scienza”, un metodo, che consentiva di distinguere tra vere e false rivelazioni, trovando applicazione in numerosi casi di donne, sui quali le autorità ecclesiastiche indagavano sulla base di concreti suggerimenti circa il metodo di condurre le indagini per formulare il giudizio, la sentenza e le punizioni previste: le stimmate dovevano essere localizzate nei luoghi delle cinque piaghe di Cristo; dovevano essere autentiche; dovevano apparire spontaneamente nell’estasi; non potevano essere spiegate con cause naturali. E, ancora, dovevano sanguinare a profusione e mancare di suppurazione.

Casse piene

E’ al bagaglio procedurale accumulato nel passato che dovettero fare riferimento gli investigatori incaricati del caso di suor Maria Rosa, quando avevano cominciato a circolare i dubbi sulle stigmate e sulla santità della monaca, la cui fama veniva attribuita al fanatismo di persone semplici e credulone. Non mancavano coloro che ridicolizzavano in pubblico la finta santa. L’arciprete della Collegiata di Ozieri, Antioco Sini, pronunciando, nel 1803, il panegirico in lingua logudorese in onore del beato Salvatore da Orta, presso la chiesa cittadina dei minori osservanti, improvvisò addirittura uno spassoso dialogo col Santo, facendo chiarissimi riferimenti alle estasi e reliquie della monaca, ricompensate da ricche offerte destinate al monastero.

La punizione

Il resoconto fatto da Zichi nel suo libro sull’indagine che porta alla scoperta della simulazione è interessante. Condotta dal vicario di Alghero nel monastero di Ozieri, fa emergere, in controluce, i criteri utilizzati allora dalla Chiesa – in mancanza dei supporti della scienza – per verificare la simulazione. Le prove effettuate, anche nel giorno del Corpus domini, con l’aiuto di letture sulla passione di Cristo, confermano che le stigmate di suor Maria Rosa non erano autentiche. Lo scandalo della “finta santa” – su cui si abbatterà, dopo la spontanea ammissione delle colpe, la severa punizione della rimozione della badessa del Santo Rosario di Ozieri dall’incarico – non manca di creare divisioni e sommovimenti nella chiesa locale, mostrando il peso di materialissimi interessi. Ma anche l’importante ruolo a servizio della verità svolto dalle gerarchie ecclesiastiche nel perseguire con determinazione le finzioni di santità e ogni atto e comportamento volti ad addensare dubbi e confusione sull’immagine della Chiesa.



WsStaticBoxes WsStaticBoxes