L’INTERVISTA
Enrico Franceschini: «Urss, le cronache dalla fine dell’impero»
«Vremia i terpenie» (Tempo e pazienza) Lev Tolstoj, Guerra e pace. Queste due parole definiscono in qualche modo carattere e storia dei russi? Lo chiediamo ad Enrico Franceschini, giornalista e...
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«Vremia i terpenie» (Tempo e pazienza) Lev Tolstoj, Guerra e pace. Queste due parole definiscono in qualche modo carattere e storia dei russi? Lo chiediamo ad Enrico Franceschini, giornalista e scrittore corrispondente per il quotidiano “la Repubblica” da New York, Washington, Gerusalemme, Mosca e Londra dove vive tuttora. È uscito nelle librerie il suo ultimo libro “La fine dell’Impero. Ultimo viaggio in URSS” edito da Baldini+Castoldi. «I russi hanno sopportato prove micidiali – risponde Franceschini – hanno contribuito a vincere la Seconda Guerra mondiale con la drammatica e sanguinosa battaglia di Stalingrado, hanno contato 20 milioni di vittime tra soldati e civili durante quel Conflitto; hanno sopportato lo stalinismo e le grandi difficoltà del comunismo. Un popolo straordinario che ciononostante è riuscito a fare cose incredibili: il solo rivale degli USA nella corsa allo spazio, così come nelle competizioni delle Olimpiadi. Per non parlare delle straordinarie vette raggiunte nell’arte, nella musica, nella danza, nella letteratura e nel cinema, come con il grande regista Nikita Mikhalkov, giusto per citarne uno».
Perché questo libro?
«Dopo dieci anni negli Stati Uniti, arrivai in Russia, a Mosca nell’estate del 1990 a sostituire Ezio Mauro. Avevo 34 anni ed ero attratto dall’Unione Sovietica – come era chiamata allora – dalla perestrojka di Michail Gorbaciov e dall’idea che mi ero fatto di quel popolo attraverso le suggestioni letterarie create dalle letture giovanili di Dostoevskij e Tolstoj. In quel momento era difficile immaginare che nel giro di un anno ci sarebbe stato il golpe contro Gorbaciov che avrebbe poi causato, nel dicembre 1991, il collasso del sistema nato dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Nel dicembre del 2021 saranno trent’anni e mi è sembrato il momento giusto per riflettere sulla Russia di ieri per cercare di capire, forse, un po’ di più quella di oggi, per capire come è finito questo importante Paese nel bene e nel male».
Come è finito questo Paese?
«Se c’è una lezione è la rapidità con cui è finito. Quando arrivai a Mosca già si mormorava di un possibile golpe contro Gorbaciov per fermare l’operazione di democratizzazione. Ma nessuno poteva immaginare che in 12/ 18 mesi sarebbe scomparsa l’Unione Sovietica. Un’accelerazione della Storia! Quello che sembrava un gigante si rivelò un gigante coi piedi d’argilla. Anche se in crisi economica, politica, militare e pervaso dalla corruzione e dal disincanto per il comunismo, restava pur sempre la più grande nazione del globo come territorio, l’unica potenza militare in grado di distruggere militarmente gli Stati Uniti. Le tante piccole rivolte delle 15 repubbliche etniche, lo scontro tra radicali e riformatori al Cremlino bastarono a far crollare rapidamente il Paese».
Sembrerebbe, per riprendere le parole di Tolstoj che i russi, come un vulcano, usino tempo e pazienza e poi ad un certo punto eruttino. Che ci dice dei recenti smottamenti sociali?
«Putin sembra fortissimo ma chi lo sa che cosa può succedere. Nei Paesi non davvero democratici a volte scattano dei meccanismi incontrollabili. Abbiamo visto l’assalto al Congresso degli Stati Uniti, ma lì esiste una democrazia con solide basi. In Russia è diverso».
Cioè?
«C’è sicuramente più democrazia che in Cina e lo vediamo attraverso le manifestazioni di protesta dei dissidenti come Alexei Navalny. Anche se lo Stato ha cercato di assassinarlo e lo arresta, persistono le voci di dissenso. Esistono piccoli giornali o libri in grado di raccontare. La Rete è sicuramente più libera che in Cina. È sicuramente una società più democratica rispetto a quella dell’Unione Sovietica di 30 anni fa. C’è un’economia libera anche se pervasa dalla corruzione e dai complotti con il potere. C’è una società dinamica e soprattutto i russi non vivono più dentro una prigione: possono andare dove vogliono quando vogliono, possono viaggiare dentro e fuori il loro Paese. Nonostante il potere politico tuttora controlli tutto, ci sono le basi per uno sviluppo democratico, ci sono dei piccoli focolai che ambiscono ad uno stato di diritto e penso che i russi ci possano arrivare. In questa Russia, non ci saranno insurrezioni, ma nel momento in cui Putin venisse percepito dai centri di potere come un ostacolo allo sviluppo, potrebbe cadere e a quel punto ci auguriamo un ritorno a quelle speranze di democrazia che suscitò la fine dell’Unione Sovietica».
Alla fine del libro lei intervista l’intellettuale Dmitry Likhachev, che afferma che esiste davvero la proverbiale anima russa, in cui «convivono cose buone e altre pessime. I russi possono diventare quello che vogliono: dipende da loro. L’unica cosa certa è che sono parte integrante dell’Europa: siamo tutti figli della stessa cultura cristiana».
«Un po’ come desiderava lo Zar Pietro Il Grande che venne a Londra in incognito per capire come funzionava la società occidentale e “importarla” come fece lui ai suoi tempi creando San Pietroburgo, una seconda Venezia, progettata interamente da architetti veneziani», prosegue l’autore.
Cosa le ha lasciato la Russia?
«A Mosca è nato mio figlio, continuo a parlare la lingua, conservo l’amore per certe tradizioni, tra tutte il rito della sauna e ovviamente il ricordo di questa natura meravigliosa. Per uno dei sette anni che ho trascorso in Russia, ho vissuto in una dacia di Peredelkino, il villaggio degli scrittori creato da Stalin dopo la Seconda guerra mondiale: non lontana dalla mia sorgeva la dacia in cui abitò Boris Pasternak. Dove scrisse “Il dottor Zivago”, vicino alla quale il premio Nobel è ora sepolto. Un giorno mi imbattei nel poeta Evgenij Evtushenko, che abitava anche lui a Peredelkino, mentre portava a spasso i suoi due levrieri afghani. Gli chiesi: “Ma quanto è grande questo bosco?”. “Non saprei”, rispose, “nessuno è mai arrivato fino in fondo”. Ecco, a me sembra che in questa battuta degna di un verso delle sue poesie sia racchiusa tutta la sterminata grandezza della Russia. È come una matrioska, le bamboline di legno del folklore russo una dentro l’altra. La Russia è come l’anima dei russi: c’è tutto ecco».
Perché questo libro?
«Dopo dieci anni negli Stati Uniti, arrivai in Russia, a Mosca nell’estate del 1990 a sostituire Ezio Mauro. Avevo 34 anni ed ero attratto dall’Unione Sovietica – come era chiamata allora – dalla perestrojka di Michail Gorbaciov e dall’idea che mi ero fatto di quel popolo attraverso le suggestioni letterarie create dalle letture giovanili di Dostoevskij e Tolstoj. In quel momento era difficile immaginare che nel giro di un anno ci sarebbe stato il golpe contro Gorbaciov che avrebbe poi causato, nel dicembre 1991, il collasso del sistema nato dalla rivoluzione bolscevica del 1917. Nel dicembre del 2021 saranno trent’anni e mi è sembrato il momento giusto per riflettere sulla Russia di ieri per cercare di capire, forse, un po’ di più quella di oggi, per capire come è finito questo importante Paese nel bene e nel male».
Come è finito questo Paese?
«Se c’è una lezione è la rapidità con cui è finito. Quando arrivai a Mosca già si mormorava di un possibile golpe contro Gorbaciov per fermare l’operazione di democratizzazione. Ma nessuno poteva immaginare che in 12/ 18 mesi sarebbe scomparsa l’Unione Sovietica. Un’accelerazione della Storia! Quello che sembrava un gigante si rivelò un gigante coi piedi d’argilla. Anche se in crisi economica, politica, militare e pervaso dalla corruzione e dal disincanto per il comunismo, restava pur sempre la più grande nazione del globo come territorio, l’unica potenza militare in grado di distruggere militarmente gli Stati Uniti. Le tante piccole rivolte delle 15 repubbliche etniche, lo scontro tra radicali e riformatori al Cremlino bastarono a far crollare rapidamente il Paese».
Sembrerebbe, per riprendere le parole di Tolstoj che i russi, come un vulcano, usino tempo e pazienza e poi ad un certo punto eruttino. Che ci dice dei recenti smottamenti sociali?
«Putin sembra fortissimo ma chi lo sa che cosa può succedere. Nei Paesi non davvero democratici a volte scattano dei meccanismi incontrollabili. Abbiamo visto l’assalto al Congresso degli Stati Uniti, ma lì esiste una democrazia con solide basi. In Russia è diverso».
Cioè?
«C’è sicuramente più democrazia che in Cina e lo vediamo attraverso le manifestazioni di protesta dei dissidenti come Alexei Navalny. Anche se lo Stato ha cercato di assassinarlo e lo arresta, persistono le voci di dissenso. Esistono piccoli giornali o libri in grado di raccontare. La Rete è sicuramente più libera che in Cina. È sicuramente una società più democratica rispetto a quella dell’Unione Sovietica di 30 anni fa. C’è un’economia libera anche se pervasa dalla corruzione e dai complotti con il potere. C’è una società dinamica e soprattutto i russi non vivono più dentro una prigione: possono andare dove vogliono quando vogliono, possono viaggiare dentro e fuori il loro Paese. Nonostante il potere politico tuttora controlli tutto, ci sono le basi per uno sviluppo democratico, ci sono dei piccoli focolai che ambiscono ad uno stato di diritto e penso che i russi ci possano arrivare. In questa Russia, non ci saranno insurrezioni, ma nel momento in cui Putin venisse percepito dai centri di potere come un ostacolo allo sviluppo, potrebbe cadere e a quel punto ci auguriamo un ritorno a quelle speranze di democrazia che suscitò la fine dell’Unione Sovietica».
Alla fine del libro lei intervista l’intellettuale Dmitry Likhachev, che afferma che esiste davvero la proverbiale anima russa, in cui «convivono cose buone e altre pessime. I russi possono diventare quello che vogliono: dipende da loro. L’unica cosa certa è che sono parte integrante dell’Europa: siamo tutti figli della stessa cultura cristiana».
«Un po’ come desiderava lo Zar Pietro Il Grande che venne a Londra in incognito per capire come funzionava la società occidentale e “importarla” come fece lui ai suoi tempi creando San Pietroburgo, una seconda Venezia, progettata interamente da architetti veneziani», prosegue l’autore.
Cosa le ha lasciato la Russia?
«A Mosca è nato mio figlio, continuo a parlare la lingua, conservo l’amore per certe tradizioni, tra tutte il rito della sauna e ovviamente il ricordo di questa natura meravigliosa. Per uno dei sette anni che ho trascorso in Russia, ho vissuto in una dacia di Peredelkino, il villaggio degli scrittori creato da Stalin dopo la Seconda guerra mondiale: non lontana dalla mia sorgeva la dacia in cui abitò Boris Pasternak. Dove scrisse “Il dottor Zivago”, vicino alla quale il premio Nobel è ora sepolto. Un giorno mi imbattei nel poeta Evgenij Evtushenko, che abitava anche lui a Peredelkino, mentre portava a spasso i suoi due levrieri afghani. Gli chiesi: “Ma quanto è grande questo bosco?”. “Non saprei”, rispose, “nessuno è mai arrivato fino in fondo”. Ecco, a me sembra che in questa battuta degna di un verso delle sue poesie sia racchiusa tutta la sterminata grandezza della Russia. È come una matrioska, le bamboline di legno del folklore russo una dentro l’altra. La Russia è come l’anima dei russi: c’è tutto ecco».
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