La Nuova Sardegna

Tarquinio Sini, da “Pasquino” ai capricci e agli amori delle dive del cinematografo

di Anna Pau
Tarquinio Sini, da “Pasquino” ai capricci e agli amori delle dive del cinematografo

Nato a Sassari nel 1891 si trasferì a Torino nel 1910 dove iniziò come vignettista. Le luci dei set, i ritratti per le riviste, le copertine per gli spartiti musicali

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Pubblichiamo un brano tratto dal volume dedicato a Tarquinio Sini che da venerdì prossimo sarà in edicola con La Nuova per la collana “I maestri dell’arte sarda”, curato da Anna Pau

* * *di Anna Pau

Conclusi gli studi all’Istituto Tecnico di Cagliari, Tarquinio Sini parte alla volta di Torino per frequentare il Politecnico. Approda in una città dalla vitalità straordinaria, capitale della nascente industria cinematografica, che ospita la redazione della più importante rivista satirica nazionale, Pasquino, meta ideale – e inarrivabile – per un giovane provinciale di talento, le cui esperienze si limitavano alle collaborazioni con i goliardici giornalini locali. Il suo ingresso nell’ambiente scapigliato della Belle Epoque torinese è però facilitato da un anfitrione d’eccezione, l’illustratore cagliaritano Giovanni Manca, che, non ancora ventenne, aveva ereditato da Golia (Eugenio Colmo) la direzione del Pasquino, frequentava la cerchia intellettuale di Guido Gozzano, ed era un infaticabile organizzatore di veglioni, spettacoli teatrali e di rivista per i quali realizzava scenografie e costumi. Manca inserisce subito Sini tra i disegnatori di Pasquino; inizialmente – secondo la consuetudine delle redazioni dei giornali satirici – egli è costretto a piegare il suo segno alle esigenze dei lettori (vezzeggiati e coccolati in un periodo di scarsa alfabetizzazione), abituati aduno stile preciso, a modi che consentissero un immediato riconoscimento dei personaggi e delle vicende. Le sue prime tavole sono quindi realizzate ricalcando i tratti dei predecessori Golia e Manca, gradualmente innovati – guardando anche al lavoro di alcuni colleghi come Enrico Sacchetti – con l’utilizzo di un segno più dinamico e deciso, che contribuisce al raggiungimento di una efficace sintesi formale. Se anche il giovane Sini riesce gradualmente ad imporre un suo stile personale, non può comunque staccarsi dalla linea politica della testata – circa la prassi di lavoro, scrive ad un amico: «La vita di caricaturista era il mio sogno: consiste nel comporre, ogni settimana, due o tre motti satirici che si illustrano dopo l’approvazione del direttore del giornale» –, rivolta alla borghesia reazionaria e dominata da toni di convinto qualunquismo.

La collaborazione di Sini al Pasquino si fa sempre più intensa: dal 1910 al 1914 disegna circa 120 copertine, diverse centinaia di illustrazioni a colori e circa trenta numeri speciali, editi in occasione di rilevanti accadimenti politici o sociali ed interamente disegnati da un unico autore. Quando nel 1912 sostituisce Manca come direttore il suo impegno raddoppia: si inventa il collega “Falzoy”, pseudonimo derivato dal cognome materno, le cui illustrazioni sono riconoscibili per uno stile grafico più sintetico, caratterizzato da una linea di contorno rigida e larga.

«Nel 1914 ebbi un desiderio, tra i troppi che ho sempre avuto, e fu quello di “entrare in cinematografo”. Torino, allora, era la città cinematografica per eccellenza … Non so con precisione perché mi appassionai all’Arte, cosiddetta, cinematografica, ma quel flusso e riflusso di donne esotiche nonché (per esigenza di mestiere) fatali, credo abbia influito non poco». Abbandonata la redazione del Pasquino, Sini entra quindi alla Savoia Film, dove lavora come sceneggiatore e scenografo: «Non ebbi più voglia, durante quel periodo, di fare il pittore; preferivo costruire i miei quadri sullo sfondo della Natura che, allora, mi parlava con voce possente, con personaggi vivi». Al termine del conflitto, che aveva causato la chiusura delle case cinematografiche, Sini si trasferisce a Roma, immancabilmente attratto dall’ambiente del cinema muto, quello «degli smanciosi divi imbrillantinati, oppressi dalle cambiali e dalle stellissime che campavano a prestazioni sessuali e latte corretto», per dirla con Gec (Enrico Gianeri), illustratore e storico della caricatura. Lavora, stavolta come cartellonista, prima alla Cines e poi all’Unione Cinematografica Italiana, realizzando i manifesti per le pellicole più in voga del momento, sempre «con quella particolare disinvoltura che talvolta rasenta la delinquenza: dalla scena più patetica che fantasia d’innamoramento poteva immaginare: un bacio imbalsamato su due bocche avide, in barca, sopra un laghetto artificiale, sotto la luna, l’eterna luna, sempre complice di tutte le puzzonate che si commettono in nome dell’amore, dell’arte o che so io» .

Collabora con le più prestigiose riviste cinematografiche (Fortunio, Contropelo e L’illustrazione dell’Arte Cinematografica Italiana) e realizza diverse copertine per gli spartiti musicali di motivetti e canzoni allora in voga. Raffinate ed elegantissime, le copertine di Fortunio e Come una coppa di Champagne sono abitate da sensuali figure femminili: piccanti “donnine” prese in prestito dal teatro di rivista occhieggiano allusive dal fondo di un bicchiere, si levano insinuanti dal fumo di una sigaretta o spumeggianti e sinuose emergono tra le gocce di champagne.

Il linguaggio liberty viene abbandonato in favore di un registro grafico più moderno, fatto di tinte piatte e contorni netti, che si avvicina ai modi dell’ormai imminente stile Déco. Anche a Roma Sini trova il suo mentore: si tratta del giornalista sardo Pasquale Marica; sarà infatti per sua intercessione che esporrà una serie di ritratti caricaturali dei divi del momento alla Casa d’Arte di Anton Giulio Bragaglia. Attrici come Italia Almirante, Francesca Bertini, Pina Menichelli, Soava Gallone sono immortalate in riuscitissime tipizzazioni, diffuse con grande successo sulle pagine delle riviste. D’altronde, come sottolinea Marica, «a Sini piacciono le belle donne… e a questi suoi amori s’è dedicato con gusto raffinato, fatto di eleganti nervosità e di malignità sintetiche».

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