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In viaggio nei luoghi di Grazia Deledda

In viaggio nei luoghi di Grazia Deledda

Nel nuovo libro di Rossana Dedola feste, riti e racconti nell’isola dove la scrittrice ha ambientato i suoi romanzi

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Nel libro “In Sardegna con Grazia Deledda”, sottotitolo “Isola di feste, riti, racconti” (Perrone Editore, pagine 222, euro 15) Rossana Dedola scatta un fermo immagine nuorese dell’unica donna Nobel italiana mentre si trova «sulla sommità dell’Ortobene». Dal Monte con vista sul Corrasi e Orune «guarda il mare con il suo sogno di diventare scrittrice contro tutto e contro tutti». Con una grande ambizione: «Far salire la Sardegna sulla ribalta del mondo» unita al «desiderio ardente di andar via». Traguardi tagliati: la Deledda è stata la prima ambasciatrice a rendere globale l’isola e la città dov’era nata nel 1871. Lasciati «colombi e sparvieri» varca Tirreno e Alpi e si fa apprezzare dalle università della California a quelle del Giappone. Quest’ultimo libro segue un capolavoro del 2016: “Grazia Deledda, i luoghi, gli amori, le opere” (Avagliano editore). Volume giunto alla sesta ristampa. In poco meno di 400 pagine con una ricca bibliografia, la Dedola fa emergere la figura di una donna moderna, pioniera delle femministe e degli ambientalisti perché voleva «serbare intatta la divina solitudine della natura».

Rossana Dedola vive a Roma. Nasce a Sassari nel rione Cappuccini, prima elementare a Latte Dolce («con mia mamma insegnante»). Dopo il classico all’Azuni, anche lei lascia l’isola, laurea in Lettere a Pisa, insegna alla Normale, diventa analista didatta e supervisore dell’Istituto Carl Gustav Jung e dell’International School of Analythical Pychology di Zurigo. Si dedica a studiare l’autrice di “Canne al vento” perché «la tenacia le ha permesso di raggiungere la vetta più ambita per uno scrittore». È stata lei a spingere «verso la letteratura tanti autori sardi».

La Deledda sta diventando sempre più attuale e universale ma c’è chi la vuole chiudere nel recinto barbaricino.

«Da tempo è stata oggetto di molti studi accademici, che hanno approfondito vari aspetti della sua narrativa. Finalmente sono state pubblicate, grazie a Dino Manca, edizioni critiche di alcune sue opere. Anche all’estero diversi studiosi e soprattutto studiose si sono occupate di aspetti importanti della sua scrittura e della sua visione del mondo, ma mancava sino a pochi anni fa un saggio che tenesse conto di tutta la sua produzione letteraria, legata anche alle vicende della sua vita e ai diversi periodi storici che ha attraversato».

Vuoto che lei colma.

«Spero d’esserci riuscita. Con questo nuovo libro dell’editore Perrone ho ripreso e approfondito un discorso cominciato nel primo, il suo rapporto con la Sardegna arcaica. Per scriverlo ho compiuto vari viaggi in Barbagia. E anche lì, vedendo con i miei occhi la maestosità e la bellezza essenziale della natura da lei descritta, ho potuto riconfermare la mia idea della visione universale cui, pur partendo da una dimensione locale, la Deledda affida la sua immagine di quel lembo del mediterraneo».

Come è nato il suo interesse per la scrittrice nuorese?

«Per anni mi sono occupata della Sardegna antica. A lavori conclusi ho presentato i risultati delle mie ricerche agli studenti dell’Istituto Jung di Zurigo. Lì, proprio lì, è nato anche il mio interesse per Grazia Deledda, perché ho documentato l’intenso scambio intellettuale con interlocutori stranieri».

C’è stato un fatto scatenante?

«Mi aveva colpito lo stupore degli allievi dell’istituto, persone adulte che avevano già alle spalle una formazione universitaria e molte esperienze di vita e di lavoro. Sentivano parlare di una terra di cui non sapevano molto e soprattutto di una scrittrice che, pur avendo frequentato solo la quarta elementare, era riuscita a raggiungere la vetta più alta per uno scrittore, il Nobel. Era la seconda donna al mondo cui fu assegnato il premio, dopo la svedese Selma Lagerlöf. Nei suoi racconti dava la parola a una terra antichissima, faceva rivivere i riti legati al fuoco, all’acqua, alla rinascita della primavera, i riti funebri e lo strano rituale dell’Argia che metteva allo scoperto come i tarantolati sardi fossero soprattutto uomini e non donne, e li riempiva di suoni, di odori, di sapori, di emozioni, di destini complessi pur in una dimensione di vita apparentemente semplice».

Poi emergono le sue ricerche.

«Mi sono resa conto anche che tanti aspetti della sua biografia venivano dati per scontati e non erano stati indagati approfonditamente: penso alla sua infanzia attraversata dal dolore, al fallimento dei fratelli maschi, alla morte di due sorelle, ma anche alla precoce passione per la lettura e la scrittura. Il suo confronto con nuovi paesaggi, il fiume Po e la Bassa padana, il mare adriatico e Cervia, ma anche le nuove amicizie, quella con Marino Moretti, Filippo De Pisis e con intellettuali stranieri, Julius e Giustine Rodenberg con cui ha mantenuto per anni una fitta corrispondenza che ho scoperto negli archivi della Fondazione Goethe e Schiller di Weimar».

Per Dacia Maraini è «la madre della letteratura italiana del Novecento».

«Sì, la Maraini la considera come madre della letteratura contemporanea accanto a Italo Svevo, che ne è il padre. Mentre Svevo si confronta con il personaggio dell’ “inetto” all’interno della società industrializzata primonovecentesca, Grazia Deledda indaga la debole figura maschile che compare in molti suoi romanzi, a partire da “La via del male” e “Elias Portolu”, all’interno di una società ancora arcaica, scoprendo quella psiche primitiva su cui si appuntò in quegli stessi anni non solo l’interesse di Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, ma anche dell’antropologia e dell’etnologia e dell’arte contemporanea che scoprì per la prima volta il primitivismo».

Soprattutto nel passato si è cercato di inserire la Deledda in alcune correnti letterarie a partire dal verismo paragonandola a Giovanni Verga. Lei come la giudica? Inoltre: che società sarda racconta: patriarcale o matriarcale?

«Mi sembrano posizioni riduttive rispetto alla vastità dell’opera di Deledda e al fatto che attraversa epoche diverse. Certe classificazioni non tengono conto della diversità della Sardegna rispetto al sud d’Italia e alla Sicilia, del tratto matriarcale dell’antica società sarda conservato sino ai nostri giorni, e che ha avuto un forte influsso anche su di lei, non solo nella scelta del materiale del racconto, ma nelle sue esperienze di vita. Il suo è come un racconto cinematografico. La grande Eleonora Duse si convinse a girare da “Cenere” il suo unico film».

Un critico del Corriere della Sera, Franco Manzoni, ha rimarcato l’aspetto femminista nella Deledda, sottolineandone una prepotente sensualità e carica erotica.

«Se pensiamo alla sua vita, al periodo romano, la vediamo passare a testa alta attraverso la misogina società letteraria del suo tempo, e non piegarsi di fronte a due nomi importanti come Luigi Pirandello e Ugo Ojetti, direttore del Corriere. Fu lei a opporsi al Nobel a Pirandello, per un motivo personale. Pirandello aveva scritto il racconto satirico “Suo marito” pensando a Palmiro Madesani, il coniuge di Grazia Deledda. Nella realtà Madesani aveva un rapporto paritario con la moglie e aveva costituito con lei una sorta di agenzia letteraria. Una collaborazione simile legava Virginia Woolf al marito, senza suscitare scandalo. Con buona dose di misoginismo che condivideva con Ojetti, cui dedicò il libro, Pirandello lo chiamava con disprezzo Grazio Deleddo. Ojetti le tolse la collaborazione col “Corriere” proprio nei giorni del Nobel. Quanto alla carica erotica e alla sensualità, sono d’accordo con Manzoni. Basta leggere “La madre”, libro molto amato da David Herbert Lawrence».



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