Antonio Pigliaru contro la mistica della sardità

Dal Maestrale la riedizione di un classico, “Il banditismo in Sardegna”

Che cosa si può aggiungere di nuovo a un volume come “Il banditismo in Sardegna” di Antonio Pigliaru, che si apre con “La vendetta barbaricina” (1959), un classico della letteratura giuridica? Forse solo qualche piccola curiosità con l’ausilio di carte inedite, tentando di far risuonare ancora una volta la voce del suo autore, con parole, se non nuove, quanto meno ignote al lettore. Tagli e appunti, tratti dai suoi quaderni di lavoro, che scoprono i lampeggiamenti di idee non ancora del tutto compiute: schizzi, nei quali pare sempre che la penna fatichi un po’ a seguire il fluire del pensiero. Quelle riflessioni, soprattutto nei momenti che colgono aspetti specifici dell’insularità nei suoi risvolti esistenziali, possono bene estendersi alla storia dell’intera Sardegna, con i suoi tanti e diversi mondi. È vero che l’indagine di Pigliaru si limita a un’area tutto sommato circoscritta dell’entroterra sardo, la Barbagia, o meglio le «Barbagie», di cui Nuoro è la «capitale». Ma è altrettanto vero che in fondo «tutti i sardi guardano a Nuoro come alla loro seconda patria», come ha ricordato Salvatore Mannuzzu, rievocando parole di Satta.

VISCHIOSITÀ. Pigliaru delineò personalmente l’intera impostazione del volume, che apparve per la prima volta, postumo, nel 1970. Un momento forse già distante dagli anni in cui aveva realizzato le sue interviste negli incontri «alla macchia». La cultura però è «vischiosa», com’è stato detto, e con questa vischiosità il volume richiedeva allora, e richiede ancora oggi, di fare i conti. Del resto, l’apparizione de “La vendetta barbaricina” nel 1959 fu un fatto, un evento, non solo per gli studi giuridici, ma per la storia della Sardegna. Fu un modo per sgomberare ogni equivoco su un’isola che per lungo tempo era stata definita quasi unicamente attraverso la sua criminalità. Riesce difficile oggi comprendere tutti i contorni di quei giudizi e le loro conseguenze, in un momento in cui, grazie anche agli sforzi della antropologia contemporanea, emergono letture diverse e rappresentazioni alternative delle comunità agropastorali sarde, che per taluni aspetti, hanno assunto, si può quasi dire, una loro dimensione esemplare anche nell’orizzonte internazionale.

LINEA LOGICA. La costante ricerca di una maggiore schematicità accompagnò la scrittura di Pigliaru e fu anche all’origine dell’incompiuto tentativo di revisione integrale della “Vendetta”, avviato sul finire degli anni Sessanta. Si trattava, innanzitutto, di restare quanto più possibile fedele a una precisa «linea logica», esemplificata dai «tre grandi problemi sollevati dalla presenza del Codice»: «Può la vendetta essere fondante di un ordinamento giuridico?; Che ci dice un tale codice a proposito della pluralità degli ordinamenti?; Che ci dice un tale codice in relazione al rapporto consuetudine legge in un ordinamento?». Lo schema essenziale dell’opera, appena abbozzato nell’appunto manoscritto, rivela gli interrogativi teorici di uno studio che lo coinvolgeva personalmente. Ma questo è un tratto distintivo della sua biografia intellettuale. Pigliaru non apparteneva alla «tribù degli addottrinati», come ha ricordato Norberto Bobbio: non aveva mai creduto che il mondo della carta fosse più reale della realtà, o peggio che fosse il «solo reale», con tutti gli equivoci che ne discendono. I suoi libri e la sua intensa attività pubblicistica furono nient’altro che un diverso modo di agire e di farsi carico, come poteva, dei destini di un’isola e dei suoi abissi. Ad esempio, ingaggiando una strenua battaglia «contro certo compiacimento per l’isolamento culturale e contro un provincialismo, inteso come inevitabile e insuperabile fatalità imposta dal destino».

PRIMA REDAZIONE. Tutto ciò era bene espresso nelle parole di un personaggio de “Il nostro padrone” (1910) di Grazia Deledda: «Noi nasciamo col nostro destino sulle spalle». Quel romanzo, come scopriamo dai suoi appunti, ebbe un’importanza fondamentale nella stesura della “Vendetta barbaricina”. Una primissima redazione manoscritta del “Codice della vendetta”, infatti, presenta il primo articolo in una sua provvisoria formulazione, commentato interamente con le pagine de “Il nostro padrone”: «L’offesa deve essere vendicata. Non è uomo d’onore chiunque si sottrae al dovere della vendetta, salvo nel caso che, avendo dato con il complesso della sua vita prova costante della propria virilità, vi rinunci per un superiore motivo morale. Questo primo articolo del codice della vendetta in Barbagia esprime, evidentemente, un concetto fondamentale; il primo dato che occorre rilevare per intendere, per conoscere e per valutare tutta la struttura del codice stesso, di tutta la pratica della vendetta barbaricina. Vendicarsi non è un diritto (è anche un diritto, ma in questo caso non è solo un diritto), è un dovere, un obbligo che la stessa comunità pone al soggetto offeso, in qualche modo essa medesima persuasa, evidentemente, della necessità e della fatalità dell’azione punitiva.

ORDINE MISTICO. Questo senso della vendetta come azione fatale è forse ciò che un famoso personaggio deleddiano (il Predu Maria de “Il nostro padrone”), scova appunto nella propria coscienza allorché vede se stesso come l’uomo che nell’avventurarsi contro il proprio nemico s’avventa tuttavia contro il suo stesso destino («sentiva un’ondata di caldo salirgli alla testa e diventava giustiziere, l’uomo che si avventa contro il suo nemico come contro il suo stesso destino»). Ha con tutta probabilità un’origine, come dire, quasi d’ordine «mistico», la vendetta come azione sacrificale, però s’intende la cosa ora in termini piuttosto diversi. In termini nuovi ed autonomi, rispetto a quelli; che poi furono probabilmente i motivi originali. Oggi in Barbagia, il concetto che la vendetta è un dovere è un concetto tutto sociale ed umano, che non ha più insomma alcun sostrato d’ordine religioso: si tratta di un dovere, di un obbligo, posto dalla comunità, sancito da una tradizione, sul quale non si sperimenta, non può sperimentarsi che una fedeltà sociale, una fedeltà al gruppo d’appartenenza e alla cultura, nel cui ambito il gruppo vive la propria vita».

DEMISTIFICAZIONE. L’aspetto che più caratterizza l’indagine di Pigliaru, apprezzabile nei suoi appunti, ma solo in minima parte nell’edizione a stampa della “Vendetta”, è la appassionata analisi della dimensione esistenziale con cui “l’uomo barbaricino” sperimentava la pluralità degli ordinamenti, nella cui rete si svolgeva la sua vita. La “Vendetta barbaricina” è infatti anche e soprattutto un libro sulla «scelta» e si chiude, non a caso, con la parola «libertà». La libertà intesa come vero destino umano. Fu il suo modo per ricordare che nessuno nasce (o quanto meno dovrebbe nascere) «col proprio destino sulle spalle». L’azione di Pigliaru fu fino alla fine un’opera di demolizione di ogni tentazione di chiusura, anche regionalistica, animata dal sincero proposito di creare autentiche possibilità di scelta, autentiche possibilità di libertà.

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