Nel cuore della Sardegna la caccia grossa contro il banditismo

Il Maestrale ripubblica il libro del tenente Giulio Bechi. Un reportage sulla campagna militare di fine Ottocento 

Pubblichiamo un estratto dall’introduzione del magistrato e scrittore Mauro Pusceddu alla riedizione del libro di Giulio Bechi “Caccia grossa” (Edizioni Il Maestrale), che andrà in libreria nei prossimi giorni.

* * *di MAURO PUSCEDDU

Non ho mai davvero subito il fascino ideologico del banditismo, non ho neppure percepito quella connotazione libertaria che, nella visione rozzamente sovrapposta ad arte di letture sociologiche troppo vogliose di analogie sudamericane, ha malamente tentato innesti di miti degli anni Settanta. Però devo ammettere che quella “notte di san Bartolomeo” sarda descritta da Giulio Bechi fu l’accettazione di un confronto basato sul puro rapporto di forze tra Stato e banditismo. Una battaglia campale dove anche dall’altra parte si accettò, apparentemente negandola, la richiesta dei banditi: nessun processo. Forza pura e il limite con il sopruso è segnato dalla mera potenza: faccio quello che riesco perché posso. Il processo, la legge, l’accettazione di regole parvero grandi assenti. O meglio, il processo ritornò dopo, dato per spacciato, con una valanga di assoluzioni: su un migliaio una cinquantina di condanne. Perché come, Salvatore Satta ha spiegato benissimo, il rapporto tra processo e rivoluzione è come un’equazione indomabile capace di sfuggire alla voglia di dominio; il processo si ribella a ogni rivoluzione con la forza di un animale selvaggio. Ma forse non importava più a nessuno. Il messaggio del Re, quello vero, era passato. (...)

Eppure, di fronte a queste mie certezze, nasce ancora una volta la voglia di ascoltare. E vorrei davvero farlo in una terra senza tempo, dove mi piacerebbe se oniricamente ci sedessimo in una di quelle caverne nere descritte da Bechi, con un capretto che cuoce al fuoco e di fronte a del vino dal color del topazio e ascoltassimo non solo quelle storie fantastiche, ma anche le considerazioni di quel tenente-ragazzo di ventinove anni, che andò in galera per aver scritto questo libro e che venne sfidato a duello. Avrebbe da dire moltissimo di quello che eravamo, o di quello che gli siamo parsi. Ma per sederci in quel fuoco dovremmo accettare una premessa: siamo noi ad avere i pregiudizi su quello che Bechi dice o è solo lui ad averli su di noi, su quello che siamo stati? E allora davanti a quel fuoco giureremmo prima di tutto di ascoltarci con fiducia, senza pregiudizio, e questo sacramento lo faremmo davanti a una reliquia del santo, come Bechi racconta facessero i sardi. Forse non vi è altra strada che ascoltare la sua storia, prima di confutarla.

E forse rimarrei sorpreso. Anzi sicuramente, perché Bechi sarebbe capace di rispondere meglio di quanto abbia fatto io a una domanda che mi fece il compianto Giorgio Todde durante l’ultima presentazione del suo ultimo libro: «Che cos’è la nostalgia per un nuorese?». Per lui, cagliaritano, era il mare, per me era qualcosa di indefinito, granitico eppure selvaggio, come i monti che stanno attorno alla mia città. Forse anzi uno di questi. Non dico che arrivo davvero a comprendere la scelta banditesca, che in tutte le fasi del suo sviluppo è sempre stata arbitrio dell’uomo sull’altro uomo, violenza vergognosa su donne e bambini senza nessuna giustificazione possibile in grado di reprimere o placare il moto di ogni coscienza veramente democratica; dove l’omicidio è sempre vile e alle spalle, contro nemici indifesi. Ma sicuramente quella scelta soffia su qualcosa di più ancestrale, davvero capace di muovere certe fronde interiori, che se l’ha sentito anche Bechi, se l’hanno sentita i poliziotti delle squadriglie, se tutti l’hanno sentita, me compreso, allora magari qualcosa di simile esiste, e si realizza in quel senso di libertà assoluta che nasce nel silenzio di quelle terribili montagne, così deserte da farti credere di essere l’ultimo della specie e quindi unico a imporre la tua legge al mondo, senza nessun’altra voce o diritto in grado di attenuarla. Le parole di Bechi: «E io, il figlio raffinato della civiltà, ora la capivo, l’assaporavo questa vita, mi provavo invano a scacciare l’ossessione dei luoghi, di certi impulsi selvaggi, che si destavano in me: capivo che chi viveva là, sotto i grandi alberi neri, tra quei monti tragici, dove s’impennano ai sogni le ali della fantasia e si eccitano nella fierezza gli affetti, doveva berlo nell’aria il germe del bandito».

Non è sentimento, questo? Ossessione per quei luoghi? Per i miei luoghi? E se è il figlio raffinato della civiltà, come mi considero pure io, ma come lo era Bechi, figlio di quel suo tempo, che diversamente da me si chiede se davvero la terra che calcava fosse Europa, se a lui insomma in quella suggestione del dominio assoluto della libertà scappa una frase del genere, in fondo esprime quella validazione emotiva che cercavamo nel suo racconto. Non c’è odio, né per la Sardegna, né per i sardi. C’è narrazione, forse più forte della verità o che vuole almeno dominarla, inserendo come viste cose solo sentite e aggiungendo a narrazione propria una narrazione altrui, contos de fochile appunto. Ma in quella grotta, dove mi sono trovato a parlare con gli spettri di Bechi, Satta, Todde e di quei banditi, i racconti sono racconti, e noi tutti sappiamo che se le storie sono belle non si va troppo per il sottile, tanto poi lo stare attorno al fuoco in quella grotta è solo un sogno, e non abbiamo troppe altre alternative, in questa vita, al sognare e leggere.

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