25 aprile, De Rita: «L’antifascismo sconfitto dai populismi»
Costantino Cossu
Il sociologo fondatore del Censis: «Una data che oggi ha perduto la sua rilevanza»
6 MINUTI DI LETTURA
Chiedi a Giuseppe De Rita che senso ha oggi celebrare il 25 aprile e il fondatore del Censis vibra una formidabile sciabolata contro il dominio incontrastato del politicamente corretto. Eccola: «La verità è che, fatta eccezione per quelli che per età lo hanno vissuto, il 25 aprile non dice più nulla a nessuno. Lo so che in tanti non saranno contenti che io lo dica, ma la celebrazione del 25 aprile è superata. L’Italia non ha più bisogno di ricordare l’antifascismo per evitare il fascismo».
Ma siamo sicuri che il fascimo sia solo il passato?
«Cominciamo dal passato, allora. Il fascismo nasce dentro una logica di conservazione degli assetti sociali esistenti. Non a caso la prima spinta arriva dagli agrari del Nord. Ma i latifondisti padani non sarebbero bastati. Ciò che fu decisivo nella conquista del potere fu la paura delle classi medie, in particolare della piccola borghesia, di fronte ai movimenti politici radicali che attraversavano la società europea nel primo dopo guerra. Sino alla seconda metà degli anni Trenta fu questa la base, psicologica prima che politica, sulla quale si fondò il consenso verso il regime. Le cose cominciarono a cambiare quando Mussolini scaraventò l’Italia in guerra, in Etiopia, in Spagna e poi nel secondo conflitto mondiale. Gli italiani lo avevano voluto per stare al riparo dalle turbolenze del mondo e il Duce, invece, li costringeva a entrare nel turbine della Storia in maniera traumatica. Lì comincia il declino del fascismo».
E’ la Resistenza, però, che segna la rottura vera...
«Ha presente la foto in cui i capi della Resistenza – Parri, Longo, Mattei, Cadorna – sfilano per le strade di Milano liberata? Sono tutti in giacca e cravatta. Il messaggio agli italiani è chiaro: “Noi ci rifacciamo a una fase della storia nazionale precedente alle divise militari, alle camicie nere, all’orbace. Noi vi restituiamo un’Italia borghese. Un’Italia in cravatta. Vi liberiamo dall’obbedienza cieca agli uomini in divisa”. La libertà – questo dicevano le cravatte dei partigiani – viene restituita a ciascuno nella sfera privata prima ancora che in quella dell’esercizio dei diritti politici. Era una liberazione soprattutto psicologica».
Ritorniamo, insomma, all’errore dell’ultimo Mussolini.
«Sì, un errore fatale. Un popolo che, in fondo, voleva solamente che i treni arrivassero in orario e che la tranquillità dell’universo di valori piccolo borghesi fosse garantita, viene sbattuto in guerra, spedito su lidi lontani. È così Mussolini s’è giocato il consenso. La Resistenza è stata lotta armata, sangue, orrore. Ma le cravatte di Longo e di Parri promettevano che l’avventura fascista, la follia che aveva portato il Paese prima alla guerra e poi al conflitto fratricida, erano finalmente finite e si poteva tornare a una vita normale».
Tutte ciò spiega il modo diciamo pure morbido, per usare un eufemismo, in cui il problema dei conti che bisognava fare con il fascismo è stato affrontato in Italia?
«Sino a quando non è arrivata la deflagrazione di Mani Pulite, in Italia si è lavorato a una ricomposizione in chiave moderata del trauma causato dal fascismo. Certo, il cosiddetto arco costituzionale si distingueva per definizione dal Movimento sociale erede di Salò, ma questo non ha mai significato che il neofascismo sia stato combattuto veramente. Non era considerato un nemico alle porte. Era qualcosa in cui una certa parte dell’elettorato si riconosceva. Un dato di fatto di cui si prendeva atto. La consonanza di fondo tra tutte le forze dell’arco costituzionale sui valori fondanti della Repubblica era talmente forte che ci si poteva permettere di tollerare Almirante, secondo una strategia, mai esplicitata ma effettiva, che mirava a recuperare gradualmente i neofascisti alle pratiche istituzionali di una democrazia parlamentare».
Poi però l’arco costituzionale si spezza?
«Sì, con Mani Pulite l’arco costituzionale si dissolve. Forze storiche come la Dc e il Psi spariscono e il campo comunista, anche per effetto del crollo dell’Urss, viene destrutturato. Dopo Mani Pulite il nemico non è più un’entità esterna al quadro costituzionale, gli ex fascisti. Per i partiti che emergono da Mani Pulite (Forza Italia e Lega) il nemico è l’arco costituzionale medesimo, indicato come un assetto di potere da abbattere, una casta da mettere sul banco degli imputati. Gioco, questo, al quale più tardi si aggiungeranno i grillini. In un tale contesto era inevitabile che il problema del fascismo, dei conti da fare con il fascismo, perdesse rilevanza».
Che cosa ha sostituito il patto costituzionale tra le quattro grandi culture politiche (cattolica, liberaldemocratica, socialista e comunista) che hanno fatto la Resistenza?
«Guardi, a costo di sembrare eccessivo, la mia risposta a questa sua domanda è: niente. O meglio: niente che sia all’altezza di ciò che, nei diversi campi politici da lei citati, c’era prima. Il campo moderato è stato occupato da Berlusconi e da una cultura attestata sui dogmi della globalizzazione e del primato dell’economia sulla politica. Il campo socialista si è ridotto a testimonianze personali che, per quanto autorevoli, sono ininfluenti. Il campo comunista, travolto da una crisi storica che va ben al di là dell’esperienza italiana da Togliatti a Berlinguer, vive oggi un secondo tempo che non è per niente esaltante. E non si può certo dire che il M5S si collochi all’altezza del compito che il complesso periodo storico che viviamo richiederebbe. Ci troviamo di fronte a un deserto della politica con risvolti inquietanti».
Inquietante è anche un certo ritorno dell’uomo forte: Putin, Erdogan, Orban. Il futuro sarà segnato dal trionfo delle democrazie illiberali?
«Il fatto è che in società ad alta complessità come quelle in cui viviamo si innesca una tendenza, in qualche modo inevitabile, alla verticalizzazione del potere. È una dinamica con la quale sono alle prese tutti i Paesi democratici. Il problema è saperla governare, perché i rischi, effettivamente, ci sono. Il pericolo maggiore è quello che la verticalizzazione del potere sfoci in una personalizzazione del potere. Questa tentazione, purtroppo, è molto diffusa. Non ci sono soltanto Putin, Erdogan e Orban. Anche nelle società più tradizionalmente democratiche la personalizzazione della politica con tratti illiberali avanza: Boris Johnson in Gran Bretagna, Trump negli Stati Uniti. Ma penso anche alla Francia, dove Macron non esita a presentarsi all’opinione pubblica come l’uomo della provvidenza».
E in Italia?
«Noi italiani siamo molto pazienti nell’accettare la verticalizzazione del potere, tolleriamo che la catena di comando elimini progressivamente dalle sue articolazioni gli spazi intermedi, a scapito dell’autonomia della società civile. Ad esempio, la tolleriamo, la verticalizzazione, nel campo delle comunicazioni, con i mezzi di informazione sempre più concentrati in due o tre circuiti. Ma quando qualcuno prova a passare dalla verticalizzazione alla personalizzazione, reagiamo con fastidio. Non paga molto, in Italia, la scorciatoia della personalizzazione. Chi si atteggia a uomo della provvidenza, dopo sei mesi è finito. Il magma multiforme della società italiana non accetta i salvatori della patria. Noi siamo un sistema molecolare. Ci viene difficile adattarci a sistemi piramidali. E’ una sorta di destino storico, che interessa in particolare l’Italia ma che, in una qualche misura, vale anche per l’Europa: sistemi molecolari le cui componenti mal si adattano a richieste di cessione di potere in vista di un progetto comune più ampio degli ambiti particolari».
In una recente intervista a Civiltà Cattolica lei ha detto che, sul lungo periodo, tra Moro e Andeotti ha vinto Andreotti...
«Moro sosteneva il ruolo guida della politica rispetto alla società. Andreotti replicava, invece, che la politica dovesse somigliare alla società. Alle elezioni del marzo 2018 c’è stata una vittoria andreottiana: ha vinto la politica che somiglia alla società».
È il quadro nuovo e complesso che abbiamo sin qui disegnato che toglie senso alla celebrazione del 25 aprile?
«Esatto. Alla maggior parte dei ventenni la cosa ormai non interessa più».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Ma siamo sicuri che il fascimo sia solo il passato?
«Cominciamo dal passato, allora. Il fascismo nasce dentro una logica di conservazione degli assetti sociali esistenti. Non a caso la prima spinta arriva dagli agrari del Nord. Ma i latifondisti padani non sarebbero bastati. Ciò che fu decisivo nella conquista del potere fu la paura delle classi medie, in particolare della piccola borghesia, di fronte ai movimenti politici radicali che attraversavano la società europea nel primo dopo guerra. Sino alla seconda metà degli anni Trenta fu questa la base, psicologica prima che politica, sulla quale si fondò il consenso verso il regime. Le cose cominciarono a cambiare quando Mussolini scaraventò l’Italia in guerra, in Etiopia, in Spagna e poi nel secondo conflitto mondiale. Gli italiani lo avevano voluto per stare al riparo dalle turbolenze del mondo e il Duce, invece, li costringeva a entrare nel turbine della Storia in maniera traumatica. Lì comincia il declino del fascismo».
E’ la Resistenza, però, che segna la rottura vera...
«Ha presente la foto in cui i capi della Resistenza – Parri, Longo, Mattei, Cadorna – sfilano per le strade di Milano liberata? Sono tutti in giacca e cravatta. Il messaggio agli italiani è chiaro: “Noi ci rifacciamo a una fase della storia nazionale precedente alle divise militari, alle camicie nere, all’orbace. Noi vi restituiamo un’Italia borghese. Un’Italia in cravatta. Vi liberiamo dall’obbedienza cieca agli uomini in divisa”. La libertà – questo dicevano le cravatte dei partigiani – viene restituita a ciascuno nella sfera privata prima ancora che in quella dell’esercizio dei diritti politici. Era una liberazione soprattutto psicologica».
Ritorniamo, insomma, all’errore dell’ultimo Mussolini.
«Sì, un errore fatale. Un popolo che, in fondo, voleva solamente che i treni arrivassero in orario e che la tranquillità dell’universo di valori piccolo borghesi fosse garantita, viene sbattuto in guerra, spedito su lidi lontani. È così Mussolini s’è giocato il consenso. La Resistenza è stata lotta armata, sangue, orrore. Ma le cravatte di Longo e di Parri promettevano che l’avventura fascista, la follia che aveva portato il Paese prima alla guerra e poi al conflitto fratricida, erano finalmente finite e si poteva tornare a una vita normale».
Tutte ciò spiega il modo diciamo pure morbido, per usare un eufemismo, in cui il problema dei conti che bisognava fare con il fascismo è stato affrontato in Italia?
«Sino a quando non è arrivata la deflagrazione di Mani Pulite, in Italia si è lavorato a una ricomposizione in chiave moderata del trauma causato dal fascismo. Certo, il cosiddetto arco costituzionale si distingueva per definizione dal Movimento sociale erede di Salò, ma questo non ha mai significato che il neofascismo sia stato combattuto veramente. Non era considerato un nemico alle porte. Era qualcosa in cui una certa parte dell’elettorato si riconosceva. Un dato di fatto di cui si prendeva atto. La consonanza di fondo tra tutte le forze dell’arco costituzionale sui valori fondanti della Repubblica era talmente forte che ci si poteva permettere di tollerare Almirante, secondo una strategia, mai esplicitata ma effettiva, che mirava a recuperare gradualmente i neofascisti alle pratiche istituzionali di una democrazia parlamentare».
Poi però l’arco costituzionale si spezza?
«Sì, con Mani Pulite l’arco costituzionale si dissolve. Forze storiche come la Dc e il Psi spariscono e il campo comunista, anche per effetto del crollo dell’Urss, viene destrutturato. Dopo Mani Pulite il nemico non è più un’entità esterna al quadro costituzionale, gli ex fascisti. Per i partiti che emergono da Mani Pulite (Forza Italia e Lega) il nemico è l’arco costituzionale medesimo, indicato come un assetto di potere da abbattere, una casta da mettere sul banco degli imputati. Gioco, questo, al quale più tardi si aggiungeranno i grillini. In un tale contesto era inevitabile che il problema del fascismo, dei conti da fare con il fascismo, perdesse rilevanza».
Che cosa ha sostituito il patto costituzionale tra le quattro grandi culture politiche (cattolica, liberaldemocratica, socialista e comunista) che hanno fatto la Resistenza?
«Guardi, a costo di sembrare eccessivo, la mia risposta a questa sua domanda è: niente. O meglio: niente che sia all’altezza di ciò che, nei diversi campi politici da lei citati, c’era prima. Il campo moderato è stato occupato da Berlusconi e da una cultura attestata sui dogmi della globalizzazione e del primato dell’economia sulla politica. Il campo socialista si è ridotto a testimonianze personali che, per quanto autorevoli, sono ininfluenti. Il campo comunista, travolto da una crisi storica che va ben al di là dell’esperienza italiana da Togliatti a Berlinguer, vive oggi un secondo tempo che non è per niente esaltante. E non si può certo dire che il M5S si collochi all’altezza del compito che il complesso periodo storico che viviamo richiederebbe. Ci troviamo di fronte a un deserto della politica con risvolti inquietanti».
Inquietante è anche un certo ritorno dell’uomo forte: Putin, Erdogan, Orban. Il futuro sarà segnato dal trionfo delle democrazie illiberali?
«Il fatto è che in società ad alta complessità come quelle in cui viviamo si innesca una tendenza, in qualche modo inevitabile, alla verticalizzazione del potere. È una dinamica con la quale sono alle prese tutti i Paesi democratici. Il problema è saperla governare, perché i rischi, effettivamente, ci sono. Il pericolo maggiore è quello che la verticalizzazione del potere sfoci in una personalizzazione del potere. Questa tentazione, purtroppo, è molto diffusa. Non ci sono soltanto Putin, Erdogan e Orban. Anche nelle società più tradizionalmente democratiche la personalizzazione della politica con tratti illiberali avanza: Boris Johnson in Gran Bretagna, Trump negli Stati Uniti. Ma penso anche alla Francia, dove Macron non esita a presentarsi all’opinione pubblica come l’uomo della provvidenza».
E in Italia?
«Noi italiani siamo molto pazienti nell’accettare la verticalizzazione del potere, tolleriamo che la catena di comando elimini progressivamente dalle sue articolazioni gli spazi intermedi, a scapito dell’autonomia della società civile. Ad esempio, la tolleriamo, la verticalizzazione, nel campo delle comunicazioni, con i mezzi di informazione sempre più concentrati in due o tre circuiti. Ma quando qualcuno prova a passare dalla verticalizzazione alla personalizzazione, reagiamo con fastidio. Non paga molto, in Italia, la scorciatoia della personalizzazione. Chi si atteggia a uomo della provvidenza, dopo sei mesi è finito. Il magma multiforme della società italiana non accetta i salvatori della patria. Noi siamo un sistema molecolare. Ci viene difficile adattarci a sistemi piramidali. E’ una sorta di destino storico, che interessa in particolare l’Italia ma che, in una qualche misura, vale anche per l’Europa: sistemi molecolari le cui componenti mal si adattano a richieste di cessione di potere in vista di un progetto comune più ampio degli ambiti particolari».
In una recente intervista a Civiltà Cattolica lei ha detto che, sul lungo periodo, tra Moro e Andeotti ha vinto Andreotti...
«Moro sosteneva il ruolo guida della politica rispetto alla società. Andreotti replicava, invece, che la politica dovesse somigliare alla società. Alle elezioni del marzo 2018 c’è stata una vittoria andreottiana: ha vinto la politica che somiglia alla società».
È il quadro nuovo e complesso che abbiamo sin qui disegnato che toglie senso alla celebrazione del 25 aprile?
«Esatto. Alla maggior parte dei ventenni la cosa ormai non interessa più».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
