La Nuova Sardegna

Coco, la donna che visse mille volte

Gabriella Grimaldi
Coco, la donna che visse mille volte

Il libro di Annarita Briganti racconta Mademoiselle Chanel, stilista che ha rivoluzionato l’universo femminile

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«Oltre le perle finte c’è molto di più». Il riferimento è all’icona mondiale della moda e dello stile Gabrielle Bonheur Chanel, in arte Coco Chanel, a cui la giornalista Annarita Briganti ha dedicato una biografia pubblicata da Cairo Editore. Un viaggio appassionato, il suo, che ricostruisce la vita pubblica e privata di una donna nata sul finire dell’Ottocento (1883) e capace di incidere ancora oggi - a 50 anni dalla sua scomparsa - con immutata potenza sulla storia mondiale del costume.

«Crediamo di sapere tutto sulle icone del nostro tempo ma in realtà mancano sempre tasselli importanti che gettano nuova luce su esistenze speciali. Ciò che ho scoperto su Coco Chanel mi ha da un lato stupito, dall’altro confermato certi tratti del carattere che fino a quando ho cominciato la mia ricerca non riuscivo a mettere a fuoco». La rivelazione che Annarita Briganti ha così potuto inserire nella biografia di questa leggendaria stilista riguarda il fatto che di sicuro è stata madre. «Ciò che non ha mai potuto rendere pubblica, perché si trattava del frutto di una relazione non ufficiale – afferma la giornalista e studiosa –, è stata la natura del suo legame con André Palasse, che Coco ha cresciuto come un figlio dicendo che si trattava del figlio di sua sorella.

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In realtà questo bambino era stato affidato a un prete con cui trascorse i primi anni della sua vita e poi venne accolto da Gabrielle (che nel frattempo era diventata Mademoiselle Chanel) accanto alla quale visse per tutta la vita e per cui lavorò nella maison con posizioni apicali dopo che la stilista lo aveva fatto studiare nelle migliori scuole. Anche la figlia di lui, che guarda caso venne chiamata Gabrielle, ha sempre lavorato accanto a quella che evidentemente era sua nonna. Questo fatto non si limita ad essere un gossip ma rivela tanto della sensibilità di Coco Chanel, del suo modo di vedere l’universo femminile, dei cambiamenti che ha portato nella vita delle donne con la sua idea rivoluzionaria dell’abbigliamento. Per questo era sempre avanti di un passo rispetto agli altri, per questo ha dato la possibilità anche alle donne comuni di liberarsi dalle maschere e dai chili di stoffa dai quali erano soffocate».

A loro disse in più occasioni: «Realizzatevi anche fuori casa». E se lo poteva permettere, lei che, nata in una famiglia poverissima, orfana di madre e abbandonata dal padre, fondò la maison Chanel, un impero che negli anni Trenta arrivò ad avere 4mila dipendenti e che ancora oggi ha un ruolo importantissimo nel panorama internazionale della moda, gestito - dopo la scomparsa di Karl Lagerfield - da una donna, la francese Virginie Viard.

Ma quella della maternità di Mademoiselle non è l’unica rivelazione di Annarita Briganti. «Molti dei contenuti del mio libro sono inediti – racconta–. La storia di Coco Chanel fa parte di un progetto con il quale mi propongo di riscoprire grandi donne attraverso un’accurata ricostruzione delle tappe della loro vita ricorrendo a documenti originali e testimonianze di prima mano. Così ho già fatto nel primo saggio dedicato alla poetessa Alda Merini e così farò in seguito».

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In realtà, per la Briganti il libro su Chanel è il quinto (in precedenza aveva pubblicato alcuni romanzi) e non è un caso visto che il numero 5 per lei è un numero speciale, come lo era per la sua eroina Coco. Lo dimostra la sua creazione forse più famosa, assieme al tubino nero indossato da Audrey Hepburn in “Colazione da Tiffany” e alla borsa a tracolla 2.55: il mitico profumo Chanel N.5 che proprio il 5 maggio di quest’anno compirà cento anni. Alla realizzazione dell’intramontabile essenza Mademoiselle (così si fece chiamare per tutta la vita sfidando le convenzioni che vedevano una donna non sposata come uno scarto, un fallimento umano) arrivò dopo che si era già affermata come maestra di stile creando abiti facili da indossare, molto semplici ma elegantissimi, quasi del tutto bicolore, bianco e nero. «Non dimentichiamoci che ci ha fatto tagliare i capelli – dice la Briganti –, che ci ha tolto i bustini soffocanti, che ci ha permesso di indossare i pantaloni, di muoverci liberamente, una vera e propria rivoluzione femminista anche se lei non si è mai definita tale».

Eppure, nonostante l’enorme successo che sempre ha contraddistinto la sua vita lavorativa e sociale Coco Chanel, donna minuta (pesava 48 chili) ma dal carattere di ferro, ha dovuto combattere diverse guerre. Almeno quattro, da cui è sempre rinata come un’araba fenice. Come racconta Annarita Briganti nel suo libro, Coco Chanel superò due conflitti mondiali, la Spagnola, le battaglie sindacali degli anni Venti e Trenta e si dovette confrontare con i suoi fantasmi. Quest’ultima guerra, la più cruenta di tutte, comincia con l’abbandono da parte del padre, prosegue con l’infanzia lontana dalla famiglia, «esiliata» in un convento di suore e poi con la perdita di un grande amore, il più grande, quel Boy Capel, bellissimo magnate che sposò un’altra ma non la lasciò fino alla morte, avvenuta a 38 anni a causa di un incidente.

E a proposito della vita accanto a Boy, Briganti ha anche scoperto l’irreparabile perdita di un figlio a causa di un aborto: tanti dolori che la portarono, fra l’altro, a rinunciare a una casa vera e propria per trasferirsi all’hotel Ritz di Parigi, dove il fermento quotidiano di un albergo sperava potesse tenere a bada il silenzio, la solitudine che da sempre l’assediavano. «Sì, è proprio l’abbandono del padre il peccato originale. Ne ha sofferto per tutta la vita e non si è potuta fidare di nessuno, a ragione, visto che in tanti hanno cercato di usarla o l’hanno usata. Tanto che anche dalle foto nelle quali veniva immortalata all’apice del successo emergeva sempre un indecifrabile velo di tristezza».

Regina del jet-set intellettuale nella Parigi d’oro degli artisti, creatrice di uno stile immortale, diva delle sfilate internazionali, frequentatrice delle stanze del potere (era amica intima di Winston Churchill), amata da musicisti (salvò Strawinski dalla rovina), poeti (lavorò accanto a Cocteau), aristocratici e artisti (fu amata da Dalì e Picasso), forse in realtà Chanel ebbe due unici amici veri: le forbici d’argento che portava al collo e i suoi libri.

Annarita Briganti costruisce il suo racconto con tante curiosità, quasi come una guida ai luoghi che Mademoiselle frequentava a Parigi - a cominciare dal suo atelier in Rue Cambon e dalla pasticceria Angelina dove si sedeva sempre allo stesso tavolo - e a Venezia con le sue corti, l’Hilton, il Lido che le piaceva frequentare d’estate. Ma non mancano i riferimenti alla attuale pandemia con la quale l’autrice ha dovuto convivere nell’ultimo periodo di costruzione del libro: «Vorrei che questo mio lavoro fosse una bolla contro i cattivi pensieri che ci stanno accompagnando, dobbiamo recuperare il gusto di sognare e, come Coco, restare “per sempre giovani”».
 

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