«De Rita si sbaglia Ancora Resistenza per un nuovo inizio»
di Costantino Cossu
«Il quadro storico è mutato rispetto al dopoguerra ma per affrontare il futuro l’antifascismo resta decisivo»
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«No, proprio no. Con Giuseppe De Rita non posso essere d’accordo. Il 25 aprile non è una celebrazione superata». Giovanni De Luna, sino a poco tempo fa docente di Storia contemporanea all’Università di Torino e studioso della Resistenza, è molto lontano dalle posizioni espresse dal sociologo fondatore del Censis nell’intervista pubblicata lo scorso giovedì sulla Nuova Sardegna.
In che cosa sbaglia De Rita?
«Sbaglia innanzitutto nel racconto dei modi in cui il rapporto con il fascismo è stato gestito in Italia nei decenni successivi alla guerra. De Rita dipinge un quadro che non corrisponde alla realtà. Tra le forze che avevano combattuto i nazi-fascisti le tensioni politiche erano fortissime. Verso la Resistenza l’ostilità delle componenti conservatrici era aperta. I partigiani venivano descritti come una minoranza di violenti egemonizzata dalla sinistra. E la costituzione materiale del Paese era ben lontana dal dettato effettivo della Carta. In un contesto segnato dalla guerra fredda il vero nemico non erano i neofascisti, era il comunismo».
Poi arrivò la rivolta popolare del luglio 1960...
«Sì, fu una svolta. I morti, le cariche della polizia, il no al tentativo di Tambroni di imbarcare nella maggioranza anche l’Msi di Almirante. Da questo punto di partenza, in cui l’antifascismo è fondante, ha preso avvio un movimento di apertura della società italiana che, dalla politica al costume, è arrivato sino al Sessantotto. Ma non è stato semplice. Si è dimenticato, De Rita, l’Italia degli anni Settanta? Tra fascisti e antifascisti ci si sparava in piazza. E’ una storia di lacerazioni, quella tra fascismo e antifascismo. Una storia che non può essere ridotta alla visione pacificata di De Rita.
Il conflitto, in realtà, non è mai cessato...
«Sì. E questo perché il fascismo non è la parentesi che De Rita cerca di avvalorare: Parri e Longo in cravatta, l’Italia borghese che si riappropria della sua identità mentre il fascismo viene messo da parte. Il fascismo è l’autobiografia della nazione, qualcosa che si annida nelle profondità della nostra società e della nostra storia. Lo vogliamo ricordare il fatto fondamentale che Mussolini è andato al potere con la violenza? Da questo punto di vista il fascismo è un fenomeno totalmente novecentesco, come la rivoluzione bolscevica e come Hitler nel 1933: la violenza come risorsa strategica per la conquista del potere. Una dimensione che dura sino a tutti gli anni Settanta. Altro che legalizzazione del fascismo da parte dell’antifascismo, come dice invece De Rita».
Poi De Rita parla anche della fase successiva a Mani Pulite...
«Sì, ma non dice che la seconda Repubblica per potersi legittimare ha sferrato un attacco pesantissimo proprio all’antifascismo e alla Costituzione. E’ vero, come dice De Rita, che i populismi mettono nel mirino la cosiddetta Casta, ma lo fanno in un contesto che politicamente è segnato in maniera nettissima dal tentativo di destabilizzare gli schemi di valore, antifascisti, sui quali si fonda la Costituzione. Un attacco totale all’antifascismo come base del patto costituzionale. Negli anni Novanta si è sviluppato un revisionismo violentissimo, da Pansa a Bruno Vespa».
E rispetto all’oggi?
«È chiaro che voler festeggiare il 25 aprile nel segno del passato sarebbe sbagliato. Oggi nel 25 aprile dobbiamo cercare i motivi di un nuovo inizio. C’è stato il quarantennio neoliberista, c’è la pandemia. Il mondo è chiaramente di fronte a un punto di svolta epocale. Il 25 aprile ci ricorda che il futuro ha bisogno di entusiasmo e di speranza, per ritrovare il filo di un discorso che con la Resistenza è cominciato e che è tutt’altro che finito».
In che cosa sbaglia De Rita?
«Sbaglia innanzitutto nel racconto dei modi in cui il rapporto con il fascismo è stato gestito in Italia nei decenni successivi alla guerra. De Rita dipinge un quadro che non corrisponde alla realtà. Tra le forze che avevano combattuto i nazi-fascisti le tensioni politiche erano fortissime. Verso la Resistenza l’ostilità delle componenti conservatrici era aperta. I partigiani venivano descritti come una minoranza di violenti egemonizzata dalla sinistra. E la costituzione materiale del Paese era ben lontana dal dettato effettivo della Carta. In un contesto segnato dalla guerra fredda il vero nemico non erano i neofascisti, era il comunismo».
Poi arrivò la rivolta popolare del luglio 1960...
«Sì, fu una svolta. I morti, le cariche della polizia, il no al tentativo di Tambroni di imbarcare nella maggioranza anche l’Msi di Almirante. Da questo punto di partenza, in cui l’antifascismo è fondante, ha preso avvio un movimento di apertura della società italiana che, dalla politica al costume, è arrivato sino al Sessantotto. Ma non è stato semplice. Si è dimenticato, De Rita, l’Italia degli anni Settanta? Tra fascisti e antifascisti ci si sparava in piazza. E’ una storia di lacerazioni, quella tra fascismo e antifascismo. Una storia che non può essere ridotta alla visione pacificata di De Rita.
Il conflitto, in realtà, non è mai cessato...
«Sì. E questo perché il fascismo non è la parentesi che De Rita cerca di avvalorare: Parri e Longo in cravatta, l’Italia borghese che si riappropria della sua identità mentre il fascismo viene messo da parte. Il fascismo è l’autobiografia della nazione, qualcosa che si annida nelle profondità della nostra società e della nostra storia. Lo vogliamo ricordare il fatto fondamentale che Mussolini è andato al potere con la violenza? Da questo punto di vista il fascismo è un fenomeno totalmente novecentesco, come la rivoluzione bolscevica e come Hitler nel 1933: la violenza come risorsa strategica per la conquista del potere. Una dimensione che dura sino a tutti gli anni Settanta. Altro che legalizzazione del fascismo da parte dell’antifascismo, come dice invece De Rita».
Poi De Rita parla anche della fase successiva a Mani Pulite...
«Sì, ma non dice che la seconda Repubblica per potersi legittimare ha sferrato un attacco pesantissimo proprio all’antifascismo e alla Costituzione. E’ vero, come dice De Rita, che i populismi mettono nel mirino la cosiddetta Casta, ma lo fanno in un contesto che politicamente è segnato in maniera nettissima dal tentativo di destabilizzare gli schemi di valore, antifascisti, sui quali si fonda la Costituzione. Un attacco totale all’antifascismo come base del patto costituzionale. Negli anni Novanta si è sviluppato un revisionismo violentissimo, da Pansa a Bruno Vespa».
E rispetto all’oggi?
«È chiaro che voler festeggiare il 25 aprile nel segno del passato sarebbe sbagliato. Oggi nel 25 aprile dobbiamo cercare i motivi di un nuovo inizio. C’è stato il quarantennio neoliberista, c’è la pandemia. Il mondo è chiaramente di fronte a un punto di svolta epocale. Il 25 aprile ci ricorda che il futuro ha bisogno di entusiasmo e di speranza, per ritrovare il filo di un discorso che con la Resistenza è cominciato e che è tutt’altro che finito».
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