La Nuova Sardegna

In armi contro il fascismo La verità sulla Resistenza

di Michela Calledda
In armi contro il fascismo La verità sulla Resistenza

Il libro della storica Chiara Colombini “Anche i partigiani però” contro la vulgata che dipinge la lotta di liberazione come conflitto inutile voluto da una minoranza

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Pochi, comunisti, inutili e vigliacchi, violenti, ladri e assassini: sono queste alcune delle più comuni e becere mistificazioni che riguardano la rappresentazione dei partigiani e la storia della Resistenza. Per chiarirne l’infondatezza è nato “Anche i partigiani però”, saggio della storica Chiara Colombini uscito per Laterza nella collana “Fact Checking. La storia alla prova dei fatti”.

Perché è necessario mettere la storia alla prova dei fatti?

«C’è una nuova vitalità dei luoghi comuni sulla Resistenza. Luoghi comuni critici e polemici che hanno una storia molto lunga e che – soprattutto grazie ai nuovi strumenti di comunicazione che hanno ridefinito i modi di informarci e dialogare – stanno ricevendo una pervasività e una forza considerevole, oltre che un rilancio continuo. Le semplificazioni e le banalizzazioni connaturate a questi luoghi comuni si sposano bene con l’incisività e la velocità del linguaggio della rete. Il tutto è reso ancora più complicato dal fatto che leggiamo gli eventi sradicandoli dal contesto in cui si sono verificati, rappresentandoli come parte dell’eterno presente in cui viviamo. Questo fa sì che gli eventi legati alla Resistenza, eventi di quasi 80 anni fa, vengano appiattiti sul presente e per questo deformati».

Quante persone coinvolse la Resistenza?

«La Resistenza non fu un’esperienza maggioritaria. Nei giorni della Liberazione – momento di massima espansione – la Resistenza contava circa 250mila partigiani: una minoranza, dunque, rispetto ai 44 milioni di abitanti dell’Italia di allora. Il mio libro si concentra sulla Resistenza armata, ma la Resistenza ha diverse forme di mobilitazione al proprio interno, il che fa sì che quella minoranza di cui stiamo parlando sviluppi attorno a sé anche un’area di collaborazione, oltre alla presenza di altre aree di opposizione all’occupazione tedesca e al fascismo che è complesso quantificare.

Chi erano i partigiani?

«Nella Resistenza, quella armata in particolare, confluisce una molteplicità di figure molto diverse tra loro: ci sono gli “antifascisti storici”, con ruoli direttivi, che hanno una posizione antifascista già nel ventennio e hanno portato avanti la loro opposizione a costo di galera ed esilio. Ci sono quelli che diventano antifascisti successivamente, vivendo il disastro della guerra. Ci sono i politici; ci sono i militari che l’8 settembre, malgrado lo sfascio dell’esercito, decidono di non cedere le armi e di continuare la loro battaglia contro tedeschi e fascisti. Sempre in ambito militare, in un’Italia spaccata in due dal fronte, ci sono anche quelli che non possono tornare al Sud, nelle zone d’origine, e questo spiega la larga partecipazione di meridionali alla Resistenza dell’Italia centro-settentrionale. Ci sono le donne, in prevalenza impegnate in forme di Resistenza non armata, ma spesso coinvolte anche in azioni a sostegno di quella armata. Ci sono i giovanissimi, spesso renitenti alla leva, che ricevendo la chiamata alle armi della Repubblica Sociale decidono di darsi alla macchia. Di fronte a una molteplicità tanto articolata, la rappresentazione stereotipata secondo la quale la Resistenza è solo una cosa da “rossi”, da comunisti, si rivela deformante. Tra quelli che hanno le idee più chiare e prendono la decisione di resistere e mobilitarsi ci sono orientamenti diversi che si riflettono nella composizione delle brigate: le Garibaldi sono legate al Pci; le Giustizia e Libertà al Partito d’azione; le Matteotti al Psi; le formazioni cattoliche; le autonome, con un orientamento prevalentemente militare ma non solo. Al di là di questa pluralità di orientamenti, che si traducono anche in progetti politici diversi per il futuro dell’Italia, è superficiale pensare che appartenere a una formazione che si richiama ad un partito significhi militare in quel partito. Non può che essere così in un Paese che viene da vent’anni di dittatura, in cui la formazione politica – soprattutto per i più giovani – è stata inesistente e/o irregimentata dalle organizzazioni di massa del regime. Detto questo, le differenze politiche esistono, ed esistono anche cifre riguardo il contenuto delle varie formazioni della Resistenza. Sicuramente le formazioni Garibaldi sono quelle che hanno dato un contributo numerico maggiore: si stima intorno al 50% del totale, seguite dal 20% di Giustizia e Libertà. Le Brigate Garibaldi erano le più organizzate e, insieme a Gl, convinte di un’azione incisiva e non “attendista” e godevano, inoltre, dell’enorme attrattiva simbolica delle vittorie dell’Armata Rossa».

I partigiani sono responsabili della violenza nazi-fascista?

«Il ragionamento che porta a considerarli responsabili è fortemente intrecciato al giudizio secondo il quale la Resistenza è stata inutile perché l’Italia sarebbe stata liberata comunque dagli alleati. Cosa tanto più grave, secondo questo luogo comune, in quanto i partigiani, con le loro azioni, suscitano la reazione dell’occupante e dei fascisti e la rappresaglia si abbatte sui civili inermi. Questo ragionamento trascura un fatto, messo in luce dallo storico Alessandro Portelli, secondo il quale l’azione militare e la rappresaglia sono due momenti diversi separati da un ordine militare. Il 70% delle stragi avviene nel quadro della lotta alle bande: le stragi sono legate all’azione degli occupanti per reprimere la Resistenza. L’Atlante delle stragi nazifasciste ha messo in evidenza come molte stragi avvengano prima ancora che il movimento partigiano si sia consolidato e sia diventato un reale pericolo per il regime: la sola minaccia dell’esistenza di una forza irregolare che si contrappone all’occupazione è intollerabile. La violenza delle stragi è dunque legata alle necessità militari dell’occupazione; tende a crescere nei momenti in cui le forze tedesche si devono spostare per consolidare le linee di difesa. Quindi è un po’ più complesso del discorso che fa ricadere sulle spalle dei partigiani la colpa della violenza».

La violenza è un punto di riflessione importante nel libro.

«La violenza è un tema centrale nel mio libro per due ragioni: perché è sulla violenza che convergono gli attacchi più insidiosi alla Resistenza e perché questo non è un argomento soltanto delle voci contrarie, è un problema ampio che attiene al nostro tipo sensibilità che ci fa inorridire di fronte alla violenza. Il punto, però, non è pensare se il rifiuto della violenza è eticamente e politicamente corretto, perché questo sguardo non è produttivo in termini di comprensione storica. Non si può prescindere dal contesto in cui si svolge la Resistenza, un contesto non impregnato, ma fondato sulla violenza. Stiamo parlando di una guerra totale, di una guerra civile, di un’occupazione che si basa sul comune arbitrio: è l’occupazione, insieme alla guerra, che definisce il contesto di violenza. I partigiani scelgono di reagire a quel contesto e scelgono di reagire con l’uso della violenza. Noi dobbiamo cercare di analizzare questa cosa superando il disagio da “gente del 2021”».



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