La Nuova Sardegna

Miseria e furore, storia di Pietro il partigiano sardo

di Antonietta Langiu
Miseria e furore, storia di Pietro il partigiano sardo

Antonietta Langiu e l’epopea di un pastore Dalla guerra ai lager sino alla Resistenza 

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Pubblichiamo le pagine iniziali del libro di Antonietta Langiu “Pietro, il partigiano sardo. Memorie di una scelta”, pubblicato dall’editore Manni (144 pagine, 16,00 euro).

* * *di Antonietta Langiu

Sarebbe ripartito, pensò, guardando il terreno arido e brullo solcato dalle cicatrici che un’estate torrida e senza pioggia aveva inferto a quel piccolissimo fazzoletto di terra che il suocero gli aveva appena dato in affido.

«Tra poco ti crescerà famiglia, e dovrai farla fruttare questa terra!», gli aveva detto; lui, Ainzu, che proveniva da una famiglia quasi agiata e non aveva mai amato il lavoro. Per decenni non aveva apportato nessuna miglioria in quella zolla di terra appena fuori del paese, oltre Funtana Inzas. Non era mai stato portato a termine neppure il muretto a secco con cui gli antenati lo avevano in parte delimitato, distruggendo e portando via i sassi più piccoli dal nuraghe vicino.

Il sole aveva ripreso a picchiare sempre più forte e in maniera impietosa in quel mezzogiorno d’agosto. Pietro si riparò sotto un albero semi-rinsecchito di mandorlo e guardò sconsolato la distesa gialla dalla crosta dura e screpolata, dove neanche le ortiche lungo i muretti avevano resistito alla sete.

Cosa avrebbe potuto fare, lui, Pietro, contro la forza del sole e l’avarizia di una natura così avversa e matrigna? Si sentì sconfitto, ancora sconfitto… Una sconfitta senza armi questa volta, ma forse più bruciante in quella sua terra isolana che aveva considerato come la culla che lo aveva accolto e lo aveva protetto da piccolo, e dove aveva riportato, in quegli anni bui di una guerra terribile e senza fine, tutti i suoi sogni… Solo là essi erano al riparo da ogni efferatezza, là in su laccu de oltigiu, nella culla di sughero vicina al camino, fatta dondolare col piede dalla madre che filava e gli cantava sos mutos sardos, i canti sardi fino allo stordimento e al sonno.

Poi anche questi suoi viaggi nei sogni erano stati seppelliti da una guerra che diventava sempre più crudele e impari: non era più una lotta con armi alla pari fra popoli diversi e di cultura diversa che si battevano per un ideale (ma esistono e sono mai esistite armi alla pari e ideali così alti che portano gli uomini a morire?). Erano le storture apportate da teorie che discriminavano gli esseri umani in base al loro preteso valore; erano le ideologie funeste e terribili che si erano sovrapposte ad una lotta in qualche modo leale, anche se in guerra niente è leale e niente è scontato.

Che cosa faceva lì, sotto quel sole a picco, spinto e trascinato da un vento che si era levato improvviso e diventava sempre più impetuoso? Si infilava tra le pietre dei muretti, facendole suonare, sollevava con violenza polvere e foglie, trascinandole lontane in una specie di vortice folle che lui avrebbe voluto seguire. Dove, ancora non lo sapeva, ma certo lo avrebbe portato lontano…

Si lasciò andare lentamente lungo il tronco dell’albero, si sedette e chiuse gli occhi. Con le mani nude cominciò a grattare con rabbia la terra screpolata, sollevando piccole zolle aride che si imbevevano del sangue che gli colava dal le lacerazioni lungo le dita della mano e che buttava in aria, lontano da sé, quasi avesse voluto liberarsi di quel prammu ’e terra, di quel palmo di terra che non era certo sua e che non avrebbe mai voluto.

«Sono anch’io una delle tante zolle senza sangue e senza vita», pensò, «non posso finire come loro. Devo, devo andarmene. Nessuno piangerà per me, nessuno avrà voglia di cercarmi, nessuno potrà mai trovarmi. Potrei morire, forse, ma non è questo il luogo, non lo è più, ormai. Ho camminato tanto nel freddo e nel gelo, o sotto un sole cocente; ho sudato, ho versato sangue, ho visto spesso la morte in faccia. Le ho sputato a volte; altre avrei voluto abbracciarla: “Eccomi, sono qua, prendimi e portami con te, dove vuoi tu, ma non lasciarmi qui; voglio allontanarmi dal branco, da questi esseri che non sono più uomini, ma animali spogliati di ogni dignità, e animale io stesso”. Non mi ha voluto allora; non può volermi adesso, e neppure io lo voglio, qui. Ognuno dovrebbe essere libero di scegliersi il luogo; il tempo è più difficile, ma questo, lo so, non è il momento. Devo chiudere un cerchio che ho aperto lontano; devo ritrovarne la traccia e prendere in ma no la trama di ciò che è stato iniziato. La trama di quella che è stata la mia vita in un momento terribile; quella di più vite e di una in particolare, che si è appena affacciata in questo mondo marcio, pieno di brutture e di macerie. Triste sarà quella vita che non ritrova vicino a sé colui che gli ha dato origine, e una culla in cui sognare. Non posso non esserci… devo, devo ritornare là a qualunque costo. Mi aspettano, ne sono sicuro; mi hanno dato tanto, forse avrebbero sacrificato anche la vita, e hanno riposto in me ogni speranza. E io cosa faccio?»

©2021 Piero Manni s.r.l.

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