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Lino Banfi: «Ho fatto più di cento film, ora voglio girare in Sardegna»

L’attore pugliese si racconta: gli inizi difficili, il grande successo, la pandemia


16 maggio 2021 di Alessandro Pirina


Pochi personaggi hanno la sua trasversalità. Pochi artisti riescono a riunire nel proprio fan club nonni e bambini, juventini e romanisti, meridionali e settentrionali, Berlusconi e Di Maio. Lino Banfi può essere considerato un patrimonio universale dello spettacolo, forse perché nella sua lunga carriera - il debutto risale al 1954 - l’unico suo referente è stato il pubblico. Da quando faceva i primi spettacoli in seminario fino a oggi che ha uno spazio tutto suo nel pomeriggio di Raiuno - dove il lunedì e il venerdì riesce a ridare il sorriso a questa Italia intristita dal Covid -, passando per film, fiction, varietà e innumerevoli sketch.

Banfi, come sta vivendo questa pandemia?
«Guardi, io bene, perché dopo due o tre mesi ho preso una decisione. Mi sono detto: io di questa malinconia, ipocondria, maledetta pandemia che non è casa mia, cosa devo fare? E ho scelto di lavorare. Di solito i buoni marchi fanno i saldi di fine stagione, io ho fatto quelli di inizio stagione. Se prima per un film prendevo 100 lire, ora lo faccio per 50. Ho capito che avrei fatto più cose in un periodo di tamponamenti continui. E infatti ho girato due film in pandemia. Uno in Puglia con Ronn Moss...».



Il Ridge di Beautiful?
«Sì, un film mezzo in pugliese, mezzo in inglese. Faccio una bella partecipazione. Poi con Greg sono protagonista di “Vecchie canaglie”, opera prima di Chiara Sani, che ho girato a Bologna. È un film molto attuale, parla di maltrattamenti agli ospiti delle case di riposo. Ho saputo che purtroppo ci sono stati casi anche in Sardegna».

E poi è anche tornato in tv a “Oggi è un altro giorno”.
«Sono andato ospite da Serena Bortone, è andata molto bene e mi hanno detto: perché non torni? Anche il direttore di Raiuno, Stefano Coletta: “Lino, la gente vuole te”. E così ho questo spazio chiamato Lino nazionale. Anche se molti mi chiamano Lino d’Italia. Ora ho chiesto a Mattarella di diventare Lino di Mameli. Insomma, questa è stata la mia politica nella pandemia».

Si è vaccinato?
«Vaccinatissimi sia io che mia moglie. Ma finché non vaccinano tutti continuano a tamponarmi ogni volta che vado in Rai».



Lei ha vissuto, anche se bambino, il periodo della guerra: pensa che ci siano similitudini con la pandemia?
«Questo paragone lo abbiamo fatto tutti, ma non è la stessa cosa. Oggi non c’è la fame di quel periodo. E poi quando c’erano i bombardamenti la paura era molto diversa. Sentivi lo scoppio e poi andavi a scoprire parenti e amici tra i morti. Vedevi con i tuoi occhi quello che succedeva. Oggi c’è questa cosa che non sappiamo se è uomo, donna o asessuato. Questo strano male che ti va venire la tosse, ti prende i polmoni e in certi casi ti uccide. Ancora non l’abbiamo capita tutta. Forse neanche i virologi sanno bene come muoversi, e infatti ogni giorno esce qualcosa di nuovo».

È vero che il suo talent scout fu il vescovo del seminario in cui studiava?
«In verità, loro mi hanno cacciato insieme a un altro un po’ impertinente come me, che poi è diventato un importante cardiochirurgo. Eravamo raghezzi che volevamo scoprire cose, poco adatti alla vita da seminario. Ci dissero: “meglio sbattervi fuori oggi che avere due cattivi sacerdoti domani”. Io avevo 14 anni, eravamo a metà anno scolastico e scoppiai a piangere. L’allora vescovo di Andria, monsignor Di Donna, oggi fatto santo, mi disse: “Zagaria, mi meraviglio di te che piangi, ogni volta che vengo a vederti mi viene da ridere”».



In seminario faceva gli spettacoli?
«Qualunque ruolo facessi la gente rideva. Il rettore si arrabbiò: perché ridono? E io: “ma dico quello che c’è scritto”. Lui: “ma lo dici con una faccia curiosa”. “Ma questa è la mia faccia”, fu la mia risposta. E lui aggiunse: “il tuo ruolo è fare ridere le persone”. Ecco perché dopo tanti anni queste persone mi sono rimaste impresse».

Ha mai pensato che sarebbe potuto diventare monsignore?
«Quando arrivavano i fratelli di mio padre da Canosa dicevano: “questo c’ha la faccia del cardinale”. E mio zio Michele - quello comico che mi ha insegnato cose tipo “ti spezzo la noce del capocollo” - rispondeva: “perché mettere limiti alla provvidenza, lui sarà pepe”».

I suoi inizi furono difficilissimi, arrivò a fare la fame. Cosa la spingeva a resistere?
«Io arrivavo da una famiglia umile, ma stavamo bene. C’era il famoso franchising: tu davi dieci chili di ravanelli e in cambio ricevevi tre polli. Io però volevo fare questo lavoro e me ne andai a 17 anni, troppo presto. Purtroppo vissi tutte le cose tristi di quel periodo. Tipo: non si affittano case ai meridionali. Ai tempi eravamo considerati peggio dei migranti oggi. Anche nelle peggiori pensioncine ti facevano pagare dalla sera prima. Ma io li fregai. Cancellai la N di Andria e così risultavo veneto, di Adria. Mostravo la carta di identità, passavo per uno del nord ed evitavo discussioni. A quei tempi però io avevo il paraocchi. Dicevo: che mi frega se dormo alla stazione di Milano con i cartoni come i mendicanti, tanto un giorno firmerò autografi, farò cinema e tv. Gli altri mi guardavano come si guardano i pazzi. Ma ho avuto ragione io».

Che ruolo ha avuto nella sua carriera sua moglie Lucia con cui sta dal 1952?
«Mia moglie ha condiviso tutte le mie tristezze. Lei aveva un negozio da parrucchiera ma volle avventurarsi con un pazzo come me. Io le dissi: voglio fare l’artista, in Puglia non posso rimanere, devo andare a Roma. Lei lasciò tutto e venne con me e insieme siamo passati sotto le forche caudine di quegli anni. Sono 59 anni che siamo sposati, l’anno prossimo nozze di diamante».

Il successo arriva con la cosiddetta commedia sexy: rifarebbe tutti i film che ha fatto?
«Ma sì, li rifarei tutti. Forse con più calma, magari non due in due mesi. Ma non dipendeva da me. Sono stati comunque una grande gavetta. Oggi molti giornalisti si sono ricreduti e quei film sono considerati cult».

Fenech, Bouchet, Antonelli, Guida: aveva una preferita tra le sue storiche partner?
«Sicuramente la Fenech, perché è quella con cui ho lavorato di più. Siamo diventati amici. Un rapporto che c’è ancora oggi. Edwige vive in Portogallo e ogni tanto ci facciamo qualche telefonatina. La chiamo sempre “amore” con la erre moscia francese».

Gli anni Ottanta sono stati la sua consacrazione: star di cinema e tv. Anche grazie ai suoi personaggi: su tutti Oronzo Canà. Come nasce?
«Ogni domenica sera prendevo l’aereo per andare a Milano per una trasmissione che facevo in radio con Anna Mazzamauro. Spesso lo prendeva anche Nils Liedholm. Sapeva che ero romanista e aveva visto qualche mio film. Un giorno mi disse: “tu devi fare l’allenatore Oronzo Pugliese, che nascondeva un gallo dentro l’impermeabile e quando il Bari segnava lo apriva”. Tempo dopo ne parlai al produttore Luciano Martino che voleva fare un film sul calcio, “L’allenatore nel pallone”. Sul nome decidemmo di tenere Oronzo, ma il cognome non potevamo. Martino propose Zagaria, ma non era da allenatore. Fu io a scegliere Canà, perché la moglie si doveva chiamare Mara. Mara Canà».

Villaggio, Boldi, Calà, De Sica, Manfredi: qual è stato il suo partner ideale?
«Con Villaggio ho girato parecchio. Era uno con tanti difetti, non azzeccava mai gli orari: era unico al mondo. Ma era talmente bravo. E poi non provava nessuna invidia per i colleghi. Lo ammiravo tanto».

Da “Un difetto di famiglia” a “Il padre delle spose”: lei è stato tra i primi a parlare di omosessualità nelle fiction Rai. Che pensa del Ddl Zan?
«Ancora prima della fiction con Manfredi avevo toccato il tema in un film di Steno, “Dio li fa e poi li accoppia”, in modo un po’ esagerato. Io facevo il cugino salumiere di Dorelli. Oggi quel personaggio non l’avrei fatto così esasperato, anche se alla fine venne fuori un bel film. Fortunatamente oggi possiamo dire che stiamo superando questa stupida omofobia».

Arriviamo a nonno Libero, un personaggio che l’ha trasformata nel nonno d’Italia.
«Quando lessi la prima sceneggiatura di questo format spagnolo non mi piacque molto. Un sindacalista troppo franchista, che amava troppo questo dittatore. Non volevo fare un nonno così, in Italia non eravamo pronti ad accettare un personaggio così controcorrente. Fu Carlo Bixio, grandissimo produttore, a dirmi: “te lo cuci addosso come meglio credi”. Libero nacque con convinzioni di sinistra, ma piano piano la moglie lo convinse ad andare in chiesa, di nascosto faceva anche qualche preghiera. Insomma, si è modellato nel tempo ed è diventato il nonno che tutti vorrebbero avere».

Lei non ha mai nascosto di essere di centrodestra, grande amico di Berlusconi. Chi le piace oggi?
«A me piace l’uomo. Chiunque arrivi, che sia di sinistrissima o di destrissima, e ci divento amico io lo voto. So che non è giusto, ma l’ho sempre pensata così».

Le fecero male le polemiche quando Di Maio la scelse per l’Unesco?
«Ma no, alla fine furono poche. Lo stesso presidente dell’Unesco ha capito e ha detto: “un personaggio come Banfi ci vuole, perché comunica con i giovani, Quando parliamo noi non ci guardano neanche in faccia”. E comunque Di Maio è uno di quelli che mi piacciono».

Una parola è troppa e due sono poche, Madonna benedetta dell’incoroneta, la Bizona, porca puttena: che effetto le fa che i suoi modi di dire siano entrati nel linguaggio degli italiani?
«Ci sono addirittura dei politici che quando un collega dice una stupidata fanno con la mano: “continua, continua”. O c’è chi parla della bizona, dello schema 5-5-5. Non è detto che in futuro non si faccia un vocabolarietto Banfi».

Più di cento film, tante fiction e varietà, ma in Sardegna non ha mai lavorato, anche se due anni fa si era parlato di un film ad Alghero diretto da Cesare Furesi.
«Io sto morendo dalla voglia di girare in Sardegna perché la voglio conoscere. Sono stato poche volte, solo per ritirare qualche premio, ma mai in vacanza come tanti colleghi attori. Fatemi venire. Io non so nuotare ma a tavola sono ittico dipendente e al mare ci starei tutto il giorno».

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