Tutti i segreti di D’Amato nell’Italia dei misteri
Il volume di Giacomo Pacini “La spia intoccabile” ricostruisce il ruolo dei servizi segreti in Italia negli anni delle stragi e della guerra fredda
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È notizia di poche settimane fa: a Bologna è iniziato il processo che cercherà di stabilire se Paolo Bellini, ex militante tra le file neofasciste di Avanguardia Nazionale, sia stato il quinto esecutore materiale della strage alla stazione ferroviaria del 2 agosto 1980, in cui persero la vita 85 persone e ne rimasero ferite più di 200. L’attenzione di accusa e difesa sarà inoltre puntata su eventuali depistatori, ma anche se non soprattutto sul possibile ruolo, in qualità di mandanti, organizzatori o finanziatori, di Licio Gelli, del banchiere e piduista Umberto Ortolani, del direttore de “Il Borghese” Mario Tedeschi e di Federico Umberto D’Amato. A quest’ultimo, il meno noto dei quattro per ragioni che si capiranno presto, e al suo lavoro di quasi mezzo secolo Giacomo Pacini ha dedicato un libro di enorme interesse, specie alla luce del processo di Bologna, intitolato “La spia intoccabile” (Einaudi, 290 pagine, 28 euro).
D’Amato è stato il massimo esponente dei servizi segreti italiani del secondo Novecento, il solo a guadagnarsi, per giunta in anni complicatissimi come quelli della Guerra Fredda, della strategia della tensione e del terrorismo, rispetto e stima a livello internazionale. Al punto da avere a lungo presieduto il cosiddetto Club di Berna, che riuniva «periodicamente i principali capi dei servizi di sicurezza interna dell’Europa occidentale», talvolta allargando le sue riunioni a «britannici, svizzeri e anche statunitensi», per coordinare la lotta al terrorismo nel Vecchio Continente. La vita e la carriera di D’Amato – entrato in Polizia poco più che ventenne e da subito attivo, e con successo, per conto degli Alleati nella parte finale del Secondo conflitto mondiale – sono legate indissolubilmente a quello che è l’altro protagonista del volume di Pacini, ovvero l’Ufficio Affari Riservati (Uar), l’organismo del ministero degli Interni che per più di un verso raccolse l’eredità dell’Ovra, la «struttura spionistico/informativa» segreta nata nel 1927 per «scovare e reprimere qualunque tipo di attività antifascista».
D’Amato fu prima pedina indispensabile e poi direttore dell’Uar, e dopo che esso fu sciolto nel 1974, continuò comunque a occuparsi di ciò di cui si era sempre occupato grazie al nuovo incarico di capo della Polizia di frontiera. Struttura piramidale «alla cui sommità stava D’Amato», l’Ufficio Affari Riservati vantava un’ampia ramificazione di squadre periferiche composte da sottufficiali di pubblica sicurezza – i quali erano liberi di muoversi in assoluta autonomia, senza cioè dover riferire alle questure anche in caso di notizia di reati, come invece avrebbe imposto la loro posizione – e un’altrettanto ampia infiltrazione di propri uomini in partiti politici, quotidiani, sindacati e movimenti extraparlamentari. L’archivio dell’Uar, recuperato solo in parte, sembra il vaso di Pandora: dalle sue scatole e dai suoi faldoni emergono pezzi di ordigni usati negli attentati sui treni dell’agosto 1969 e mai consegnati agli inquirenti, vari tentativi di accusare innocenti e «coprire gli effettivi responsabili», rapporti ancora tutti da chiarire, ma che lasciano il dubbio della stretta collaborazione, con figure come Stefano Delle Chiaie e Delfo Zorzi. Nonché il fondato sospetto che fu di D’Amato la regia del Golpe Borghese (per quanto in chiave di “colpo d’ordine” e non di colpo di stato). Un pozzo, oscuro, di cui si deve ancora vedere il fondo.
D’Amato è stato il massimo esponente dei servizi segreti italiani del secondo Novecento, il solo a guadagnarsi, per giunta in anni complicatissimi come quelli della Guerra Fredda, della strategia della tensione e del terrorismo, rispetto e stima a livello internazionale. Al punto da avere a lungo presieduto il cosiddetto Club di Berna, che riuniva «periodicamente i principali capi dei servizi di sicurezza interna dell’Europa occidentale», talvolta allargando le sue riunioni a «britannici, svizzeri e anche statunitensi», per coordinare la lotta al terrorismo nel Vecchio Continente. La vita e la carriera di D’Amato – entrato in Polizia poco più che ventenne e da subito attivo, e con successo, per conto degli Alleati nella parte finale del Secondo conflitto mondiale – sono legate indissolubilmente a quello che è l’altro protagonista del volume di Pacini, ovvero l’Ufficio Affari Riservati (Uar), l’organismo del ministero degli Interni che per più di un verso raccolse l’eredità dell’Ovra, la «struttura spionistico/informativa» segreta nata nel 1927 per «scovare e reprimere qualunque tipo di attività antifascista».
D’Amato fu prima pedina indispensabile e poi direttore dell’Uar, e dopo che esso fu sciolto nel 1974, continuò comunque a occuparsi di ciò di cui si era sempre occupato grazie al nuovo incarico di capo della Polizia di frontiera. Struttura piramidale «alla cui sommità stava D’Amato», l’Ufficio Affari Riservati vantava un’ampia ramificazione di squadre periferiche composte da sottufficiali di pubblica sicurezza – i quali erano liberi di muoversi in assoluta autonomia, senza cioè dover riferire alle questure anche in caso di notizia di reati, come invece avrebbe imposto la loro posizione – e un’altrettanto ampia infiltrazione di propri uomini in partiti politici, quotidiani, sindacati e movimenti extraparlamentari. L’archivio dell’Uar, recuperato solo in parte, sembra il vaso di Pandora: dalle sue scatole e dai suoi faldoni emergono pezzi di ordigni usati negli attentati sui treni dell’agosto 1969 e mai consegnati agli inquirenti, vari tentativi di accusare innocenti e «coprire gli effettivi responsabili», rapporti ancora tutti da chiarire, ma che lasciano il dubbio della stretta collaborazione, con figure come Stefano Delle Chiaie e Delfo Zorzi. Nonché il fondato sospetto che fu di D’Amato la regia del Golpe Borghese (per quanto in chiave di “colpo d’ordine” e non di colpo di stato). Un pozzo, oscuro, di cui si deve ancora vedere il fondo.
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