“Apettando i barbari” Kavafis ci parla ancora
Konstantinos P. Kavafis – nato e morto a Alessandria d’Egitto – ha autorizzato in vita solo centocinquantatrè poesie, cui si deve aggiungere un’ultima poesia postuma, “Nei dintorni di Antiochia”,...
2 MINUTI DI LETTURA
Konstantinos P. Kavafis – nato e morto a Alessandria d’Egitto – ha autorizzato in vita solo centocinquantatrè poesie, cui si deve aggiungere un’ultima poesia postuma, “Nei dintorni di Antiochia”, scritta a letto già malato nel 1933, pochi mesi prima di morire a settant’anni. In lui probabilmente albergava lo stesso desiderio di Franz Kafka, ma – per fortuna nostra – mai esaudito: che la sua opera fosse distrutta per sempre.
Come Catullo
Diciamolo chiaro: è stato, seppure in declinazione omosessuale, il Catullo del Novecento. Partito simbolista (e parnassiano) è arrivato alla fine a essere semplicemente Kavafis, come i più grandi della generazione successiva: Proust, Gide, Eliot, Pessoa. Il solo capitolo della poesia amorosa già basterebbe a consacrarlo: ma Kavafis non è Penna. E’ un poeta di crisi e trapasso di civiltà: tra Pessoa e Borges, senza tentazioni metaletterarie.
Lirica e Storia
Ecco: a Kavafis interessano in modo particolare le stagioni culturali e politiche di splendore sulle quali si stanno addensando i primi nembi delle future catastrofi: l’età ellenistica, quella di Giuliano l’Apostata. In tal senso, una delle sue poesie più rappresentative, sin dal titolo, è “Aspettando i barbari”, con quel suo senso di inquietante incombenza. Ma che funzione ha la Storia nelle sue liriche? Certamente non un interesse antiquario, tanto meno filologico. La Storia di Kavafis non è quella degli storici, impegnati a colmare il vuoto che le fonti ci lasciano, ma fa del vuoto il suo punto di forza.
Risarcimenti
Ciò che colpisce il poeta non è quanto viene conclamato, ma taciuto: magari per un risarcimento. Prendete una poesia come “Cesarione”, lo sfortunato figlio illegittimo di Cesare e Cleopatra: «La storia ti riserva/poche righe e così più/libera è la mente di ricrearti». Cesarione: il più struggente rappresentante di tutti gli sconfitti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Come Catullo
Diciamolo chiaro: è stato, seppure in declinazione omosessuale, il Catullo del Novecento. Partito simbolista (e parnassiano) è arrivato alla fine a essere semplicemente Kavafis, come i più grandi della generazione successiva: Proust, Gide, Eliot, Pessoa. Il solo capitolo della poesia amorosa già basterebbe a consacrarlo: ma Kavafis non è Penna. E’ un poeta di crisi e trapasso di civiltà: tra Pessoa e Borges, senza tentazioni metaletterarie.
Lirica e Storia
Ecco: a Kavafis interessano in modo particolare le stagioni culturali e politiche di splendore sulle quali si stanno addensando i primi nembi delle future catastrofi: l’età ellenistica, quella di Giuliano l’Apostata. In tal senso, una delle sue poesie più rappresentative, sin dal titolo, è “Aspettando i barbari”, con quel suo senso di inquietante incombenza. Ma che funzione ha la Storia nelle sue liriche? Certamente non un interesse antiquario, tanto meno filologico. La Storia di Kavafis non è quella degli storici, impegnati a colmare il vuoto che le fonti ci lasciano, ma fa del vuoto il suo punto di forza.
Risarcimenti
Ciò che colpisce il poeta non è quanto viene conclamato, ma taciuto: magari per un risarcimento. Prendete una poesia come “Cesarione”, lo sfortunato figlio illegittimo di Cesare e Cleopatra: «La storia ti riserva/poche righe e così più/libera è la mente di ricrearti». Cesarione: il più struggente rappresentante di tutti gli sconfitti.
©RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
