Delitti, passioni e misteri, una Barbagia in chiave noir
di MARCELLO FOIS
“Ferro recente”, il romanzo di Marcello Fois, in edicola da venerdì prossimo come seconda uscita della serie proposta ai lettori dalla Nuova Sardegna
4 MINUTI DI LETTURA
Pubblichiamo le pagine iniziali del romanzo di Marcello Fois “Ferro recente”, che venerdì prossimo sarà in edicola (a 7,50 euro oltre il prezzo del quotidiano) come seconda uscita della collana della Nuova Sardegna “I maestri sardi del giallo”.
* * *di MARCELLO FOIS
Nuoro, 28 agosto 1980.
Davide controllò l’imboccatura del vicolo alle sue spalle dallo specchietto retrovisore della vecchia Escort: tutto sembrava tranquillo. Sul sedile, al suo fianco, sonnecchiava un ragazzo. Aveva sì e no quindici anni.
– Silvano, hai sonno? – chiese Davide.
Il ragazzo rispose con un cenno del capo e uno sbadiglio.
– Che cavolo stiamo aspettando? – domandò sistemandosi nel sedile.
– Tu non ti preoccupare, – sentenziò Davide, – tra mezz’ora al massimo ce ne andiamo a dormire.
Francesca si sporse dalla stradina che portava al retro del grosso palazzo del Banco di Sardegna e fece un gesto con la mano verso la Ford. Davide la intercettò dallo specchietto e fece prontamente scattare gli abbaglianti per due volte: segno che andava tutto bene.
La ragazza fece un giro su se stessa rivolgendosi all’altro capo della stradina, proprio allo sbocco verso il Corso Garibaldi, e accennò col braccio verso Mauro che scalpitava ansiosamente. A poca distanza da lui Enrico e Maria erano intenti a sistemare un pacco sotto lo sportello della cassa continua della banca.
– Tutto a posto, – sussurrò Maria. – Francesca controlla il vicolo e Davide la strada –. Poi, pensierosa: – Che matto a portarsi il ragazzino appresso –. Strinse la spalla a Enrico in un gesto complice.
Enrico imprecò per la poca luce. – Maria, se non la tieni bene quella pila non ci vedo un accidente!
Maria sistemò la pila illuminando le mani di Enrico che lavoravano intorno a una fitta rete di contatti elettrici in cima al pacco. – Mi sa che domani devono deviare la sfilata. Eh sì, questa festa del Redentore se la ricorderanno proprio, – rifletté Maria controllando il fascio di luce.
– È rudimentale, – constatò Enrico senza ascoltarla, – ma tra un’ora farà un botto che lo sentono a Istiritta. Che ore sono adesso, precisamente? – chiese. – Devo sistemare il timer.
Maria guardò l’orologio e sorrise. – Le due, – rispose.
Enrico fece scattare la lancetta del piccolo orologio collegato ai fili elettrici che prese a ticchettare. – Bene, – concluse alzandosi in piedi, – possiamo andare.
Maria gli afferrò il braccio. – Non abbiamo finito, – gli disse sfilandosi lo zainetto di cuoio che portava sulle spalle, dal quale estrasse una bomboletta di vernice spray.
Enrico sorrise accarezzandole il viso. Poi afferrata la bomboletta cominciò a tracciare nel muro del palazzo di fronte allo sportello della cassa continua una stella a cinque punte con le iniziali F e R.
Mauro fu il primo a vedere la luce blu lampeggiante. Abbandonò con uno scatto la sua postazione raggiungendo Maria ed Enrico. – I carabinieri, – esclamò senza preoccuparsi del tono di voce. – I carabinieri!
Maria si voltò sentendo il rumore delle auto che avanzavano da corso Garibaldi a grande velocità. – Oh, merda! – riuscì a pronunciare con un filo di voce, e intanto cominciò a sbracciarsi nella direzione di Francesca.
Francesca percepì il pericolo e vide i compagni che si muovevano verso di lei. Senza pensare si diresse correndo verso la Ford. – Qualcosa è andato storto, – esclamò spalancando lo sportello dalla parte del passeggero.
Silvano si svegliò. Udì Davide che gli urlava di passare sul sedile posteriore. Ancora mezzo addormentato si buttò a peso morto dove gli era stato ordinato. – Che c’è? – chiedeva.
– Bisogna andare! – tagliò corto Davide. – Quanto cazzo ci mettono ad arrivare, – proruppe stizzito veden do che dall’imboccatura del vicolo non veniva nessuno.
A quel punto si sentirono gli spari. Prima una scarica di mitraglietta, poi colpi di pistola all’impazzata. Mauro comparve dal vicolo col viso stravolto. Il fiatone gli com primeva i polmoni e, per quanto articolasse, dalla sua bocca non uscivano che suoni incomprensibili.
Davide aveva messo in moto e innestato la retromarcia.
– Quanto cazzo ci mettono! – continuava a urlare.
Silvano guardò oltre il finestrino con il cuore che galoppava all’impazzata
– Che cosa succede? – chiese con un filo di voce. Mauro cominciò a tremare e a piangere.
– Colpa mia... – balbettò scrollando il capo.
Intanto Maria spuntò dal vicolo: non correva nemmeno. Avanzava come inebetita senza preoccuparsi di mettersi in salvo.
Fu un attimo: un carabiniere comparve alle sue spalle. – Alt! – ordinò.
Davide fece scattare lo sportello del cruscotto tirando fuori la P38 e sparò mirando verso il carabiniere.
* * *di MARCELLO FOIS
Nuoro, 28 agosto 1980.
Davide controllò l’imboccatura del vicolo alle sue spalle dallo specchietto retrovisore della vecchia Escort: tutto sembrava tranquillo. Sul sedile, al suo fianco, sonnecchiava un ragazzo. Aveva sì e no quindici anni.
– Silvano, hai sonno? – chiese Davide.
Il ragazzo rispose con un cenno del capo e uno sbadiglio.
– Che cavolo stiamo aspettando? – domandò sistemandosi nel sedile.
– Tu non ti preoccupare, – sentenziò Davide, – tra mezz’ora al massimo ce ne andiamo a dormire.
Francesca si sporse dalla stradina che portava al retro del grosso palazzo del Banco di Sardegna e fece un gesto con la mano verso la Ford. Davide la intercettò dallo specchietto e fece prontamente scattare gli abbaglianti per due volte: segno che andava tutto bene.
La ragazza fece un giro su se stessa rivolgendosi all’altro capo della stradina, proprio allo sbocco verso il Corso Garibaldi, e accennò col braccio verso Mauro che scalpitava ansiosamente. A poca distanza da lui Enrico e Maria erano intenti a sistemare un pacco sotto lo sportello della cassa continua della banca.
– Tutto a posto, – sussurrò Maria. – Francesca controlla il vicolo e Davide la strada –. Poi, pensierosa: – Che matto a portarsi il ragazzino appresso –. Strinse la spalla a Enrico in un gesto complice.
Enrico imprecò per la poca luce. – Maria, se non la tieni bene quella pila non ci vedo un accidente!
Maria sistemò la pila illuminando le mani di Enrico che lavoravano intorno a una fitta rete di contatti elettrici in cima al pacco. – Mi sa che domani devono deviare la sfilata. Eh sì, questa festa del Redentore se la ricorderanno proprio, – rifletté Maria controllando il fascio di luce.
– È rudimentale, – constatò Enrico senza ascoltarla, – ma tra un’ora farà un botto che lo sentono a Istiritta. Che ore sono adesso, precisamente? – chiese. – Devo sistemare il timer.
Maria guardò l’orologio e sorrise. – Le due, – rispose.
Enrico fece scattare la lancetta del piccolo orologio collegato ai fili elettrici che prese a ticchettare. – Bene, – concluse alzandosi in piedi, – possiamo andare.
Maria gli afferrò il braccio. – Non abbiamo finito, – gli disse sfilandosi lo zainetto di cuoio che portava sulle spalle, dal quale estrasse una bomboletta di vernice spray.
Enrico sorrise accarezzandole il viso. Poi afferrata la bomboletta cominciò a tracciare nel muro del palazzo di fronte allo sportello della cassa continua una stella a cinque punte con le iniziali F e R.
Mauro fu il primo a vedere la luce blu lampeggiante. Abbandonò con uno scatto la sua postazione raggiungendo Maria ed Enrico. – I carabinieri, – esclamò senza preoccuparsi del tono di voce. – I carabinieri!
Maria si voltò sentendo il rumore delle auto che avanzavano da corso Garibaldi a grande velocità. – Oh, merda! – riuscì a pronunciare con un filo di voce, e intanto cominciò a sbracciarsi nella direzione di Francesca.
Francesca percepì il pericolo e vide i compagni che si muovevano verso di lei. Senza pensare si diresse correndo verso la Ford. – Qualcosa è andato storto, – esclamò spalancando lo sportello dalla parte del passeggero.
Silvano si svegliò. Udì Davide che gli urlava di passare sul sedile posteriore. Ancora mezzo addormentato si buttò a peso morto dove gli era stato ordinato. – Che c’è? – chiedeva.
– Bisogna andare! – tagliò corto Davide. – Quanto cazzo ci mettono ad arrivare, – proruppe stizzito veden do che dall’imboccatura del vicolo non veniva nessuno.
A quel punto si sentirono gli spari. Prima una scarica di mitraglietta, poi colpi di pistola all’impazzata. Mauro comparve dal vicolo col viso stravolto. Il fiatone gli com primeva i polmoni e, per quanto articolasse, dalla sua bocca non uscivano che suoni incomprensibili.
Davide aveva messo in moto e innestato la retromarcia.
– Quanto cazzo ci mettono! – continuava a urlare.
Silvano guardò oltre il finestrino con il cuore che galoppava all’impazzata
– Che cosa succede? – chiese con un filo di voce. Mauro cominciò a tremare e a piangere.
– Colpa mia... – balbettò scrollando il capo.
Intanto Maria spuntò dal vicolo: non correva nemmeno. Avanzava come inebetita senza preoccuparsi di mettersi in salvo.
Fu un attimo: un carabiniere comparve alle sue spalle. – Alt! – ordinò.
Davide fece scattare lo sportello del cruscotto tirando fuori la P38 e sparò mirando verso il carabiniere.
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