In omaggio con La Nuova i libri di cinque autori sardi
di Costantino Cossu
A partire da lunedì 7 giugno i racconti di Mannuzzu, Mannironi, Costa, Ruju e Tetti
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Grandi autori sardi” è una collana di libri che, a partire da lunedì prossimo, la Nuova Sardegna regala ai propri lettori. Sono cinque volumi che raccolgono racconti brevi firmati (in ordine di uscita) da Salvatore Mannuzzu, da Piero Mannironi, da Enrico Costa, da Salvator Ruju e da Gianni Tetti. Una cinquina che spazia nel tempo e tra i generi. Si va dal poligrafo Enrico Costa, storico della Sassari di fine Ottocento e narratore ironico e sottile, sino a una delle firme più promettenti della narrativa scritta in Sardegna nel nuovo millennio, quella di Gianni Tetti.
Due estremi in mezzo ai quali ci sono: Salvator Ruju, che ha dato come pochi altri al dialetto sassarese dignità letteraria; Piero Mannironi, giornalista eccellente che nell’ultima fase della sua vita si è cimentato con successo anche nella scrittura narrativa; Salvatore Mannuzzu, voce altissima della letteratura europea del Novecento.
Il volume dedicato a Mannuzzu, in edicola con la Nuova lunedì 7 giugno, contiene tre racconti – “Donne in aeroporto”, “Padre e figlio” e “La faccia oscura della luna” – accompagnati da alcuni testi critici sull’autore di Massimo Onofri e da alcune interviste che Mannuzzu ha concesso, nel corso del suo lungo percorso letterario, alla Nuova Sardegna e al quotidiano Il Manifesto. «Mannuzzu – scrive Massimo Onofri – ci affida i suoi incerti e problematici eroi, magari con le parole d’un narratore altrettanto disorientato e straniero. Ma conservando l’ostinazione – che è poi un’impossibile speranza – che gli atti relativi dell’esistenza si trasformino, per una misteriosa alchimia della scrittura, in atti assoluti».
Di Piero Mannironi proponiamo un’anticipazione: un testo narrativo tratto da un romanzo che il giornalista della Nuova Sardegna ha lasciato compiuto ma inedito prima della sua prematura scomparsa e che sarà pubblicato nei prossimi mesi. E’ la storia – ci informa Pier Luigi Rubattu nell’introduzione – di Leonardo Piras, giovane pastore di Bosa, e del suo incontro con Dimas, capo di una comunità greca venuta a stabilirsi nell’isola.
Poi c’è Enrico Costa. «Io sono una specie di sua discepola. Costa ha scritto tanti romanzi sardi caldi di amor patrio, pieni d’entusiasmo o di tristezza per le bellezze o per le miserie dell’isola». Grazia Deledda riconosceva così, in una lettera del 1893, il debito verso una delle figure più caratteristiche dell’intellettualità sarda della seconda metà dell’Ottocento. Scrive Sante Maurizi nell’introduzione al volume: «Poligrafo è forse l’etichetta che meglio riassume l’attività eclettica, quasi frenetica, di Costa. Per il quale, però, la scrittura era parte di un impegno totale nell’animare la vita culturale di quella Sassari che Enrico vedeva crescere “in continuo progresso” per il sorgere di nuovi quartieri, monumenti, scuole, istituti di credito, fabbriche».
A introdurre il libro su Salvator Ruju è invece Salvatore Tola, che scrive: «Il percorso di Ruju va dalla fine dell’Ottocento agli anni della Rinascita, col succedersi delle correnti culturali e letterarie, per un verso, e per l’altro delle sue inclinazioni, dei suoi interessi. Che si manifestavano nella molteplicità delle forme: dalla poesia alla prosa, dalla critica alla collaborazione con i quotidiani, le riviste. E poi il bilinguismo, coltivato lungo tutta la vita».
Di Gianni Tetti, infine, sarà proposto ai lettori il racconto “Il fuoco di San’Antonio”, un inedito. «Le ossessioni, i mostri, la città di Sassari – scrive nell’introduzione Roberto Sanna – che in una visione distopica diventa sede di una grande, imprevedibile e tragico evento. Imprevedibile ma non impossibile nelle opere di Gianni Tetti, che in questo racconto ribalta nella sua città un’altra situazione che tutti siamo abituati a vivere di riflesso attraverso i racconti dei mezzi di informazione: lo scoppio di una guerra, le battaglie in strada, le atrocità, la fuga e la disperazione. Lu Patiu di Lu Diàlu, uno degli incroci più significativi del centro storico sassarese, in questo racconto diventa improvvisamente un incrocio di un luogo qualsiasi del Medio Oriente, o dell’Africa o forse anche dei Balcani».
Due estremi in mezzo ai quali ci sono: Salvator Ruju, che ha dato come pochi altri al dialetto sassarese dignità letteraria; Piero Mannironi, giornalista eccellente che nell’ultima fase della sua vita si è cimentato con successo anche nella scrittura narrativa; Salvatore Mannuzzu, voce altissima della letteratura europea del Novecento.
Il volume dedicato a Mannuzzu, in edicola con la Nuova lunedì 7 giugno, contiene tre racconti – “Donne in aeroporto”, “Padre e figlio” e “La faccia oscura della luna” – accompagnati da alcuni testi critici sull’autore di Massimo Onofri e da alcune interviste che Mannuzzu ha concesso, nel corso del suo lungo percorso letterario, alla Nuova Sardegna e al quotidiano Il Manifesto. «Mannuzzu – scrive Massimo Onofri – ci affida i suoi incerti e problematici eroi, magari con le parole d’un narratore altrettanto disorientato e straniero. Ma conservando l’ostinazione – che è poi un’impossibile speranza – che gli atti relativi dell’esistenza si trasformino, per una misteriosa alchimia della scrittura, in atti assoluti».
Di Piero Mannironi proponiamo un’anticipazione: un testo narrativo tratto da un romanzo che il giornalista della Nuova Sardegna ha lasciato compiuto ma inedito prima della sua prematura scomparsa e che sarà pubblicato nei prossimi mesi. E’ la storia – ci informa Pier Luigi Rubattu nell’introduzione – di Leonardo Piras, giovane pastore di Bosa, e del suo incontro con Dimas, capo di una comunità greca venuta a stabilirsi nell’isola.
Poi c’è Enrico Costa. «Io sono una specie di sua discepola. Costa ha scritto tanti romanzi sardi caldi di amor patrio, pieni d’entusiasmo o di tristezza per le bellezze o per le miserie dell’isola». Grazia Deledda riconosceva così, in una lettera del 1893, il debito verso una delle figure più caratteristiche dell’intellettualità sarda della seconda metà dell’Ottocento. Scrive Sante Maurizi nell’introduzione al volume: «Poligrafo è forse l’etichetta che meglio riassume l’attività eclettica, quasi frenetica, di Costa. Per il quale, però, la scrittura era parte di un impegno totale nell’animare la vita culturale di quella Sassari che Enrico vedeva crescere “in continuo progresso” per il sorgere di nuovi quartieri, monumenti, scuole, istituti di credito, fabbriche».
A introdurre il libro su Salvator Ruju è invece Salvatore Tola, che scrive: «Il percorso di Ruju va dalla fine dell’Ottocento agli anni della Rinascita, col succedersi delle correnti culturali e letterarie, per un verso, e per l’altro delle sue inclinazioni, dei suoi interessi. Che si manifestavano nella molteplicità delle forme: dalla poesia alla prosa, dalla critica alla collaborazione con i quotidiani, le riviste. E poi il bilinguismo, coltivato lungo tutta la vita».
Di Gianni Tetti, infine, sarà proposto ai lettori il racconto “Il fuoco di San’Antonio”, un inedito. «Le ossessioni, i mostri, la città di Sassari – scrive nell’introduzione Roberto Sanna – che in una visione distopica diventa sede di una grande, imprevedibile e tragico evento. Imprevedibile ma non impossibile nelle opere di Gianni Tetti, che in questo racconto ribalta nella sua città un’altra situazione che tutti siamo abituati a vivere di riflesso attraverso i racconti dei mezzi di informazione: lo scoppio di una guerra, le battaglie in strada, le atrocità, la fuga e la disperazione. Lu Patiu di Lu Diàlu, uno degli incroci più significativi del centro storico sassarese, in questo racconto diventa improvvisamente un incrocio di un luogo qualsiasi del Medio Oriente, o dell’Africa o forse anche dei Balcani».
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