Dominique, Cyrano e il tramonto dell’Occidente
di MASSIMO ONOFRI
Mi trovo ad Alghero con degli amici seduto al tavolo d’una libreria che funge anche da wine bar: sorseggio una bibita artigianale allo zenzero, dopo aver già goduto d’una agrumata, bevanda ricavata...
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Mi trovo ad Alghero con degli amici seduto al tavolo d’una libreria che funge anche da wine bar: sorseggio una bibita artigianale allo zenzero, dopo aver già goduto d’una agrumata, bevanda ricavata invece dall’arancio e dal mandarino.
Mi si siede accanto Dominique – così dice di chiamarsi– , un ambulante che viene dal Senegal e che ha vissuto molti anni nella detestata Francia. Mi chiede di offrirgli un bicchiere di vermentino ghiacciato, con un tono che non permette rifiuti. «Poi – aggiunge perentorio – mi offrirai anche del danaro». Accetto: e farò tutto come mi comanda. Comincia a incalzarmi con una serie di domande senza preoccuparsi di ascoltare le mie risposte: «Conosci Cyrano de Bergerac? E Honoré de Balzac? E Claude Lévi-Strauss? Hai mai letto Il piacere del testo di Roland Barthes? Io l’ho letto a Parigi nel 1973. Maledetti parigini! Razzisti veri: in Italia sì che si vive bene. E in Sardegna ancora meglio».
Mai vista una cosa del genere: un africano affetto da narcisismo patologico, eguale a quello che potrebbe patire un occidentale bianco fallico e dominante, di quelli da condanna inappellabile, senza nemmeno bisogno di proclamarsi femministi. Dominique è un ciclone e non si ferma più. A un certo punto, però, si zittisce per celebrare il filosofo che proclamò la morte dell’Onnipotente (proprio lui, il cui nome significa “devoto a Dio”): «Io sono Nietzsche. E vivo pericolosamente. Tu invece sei Massimo (il mio nome, almeno, l’aveva recepito), come il gladiatore di Russell Crowe». Infine mi guarda fisso e poi mi dice che sono un uomo molto bello e che ho 42 anni (io, per altro, quasi sessantenne).
Mi chiedo se tutto ciò sia la dimostrazione di quello che Oswald Spengler chiamava “Il tramonto dell'Occidente” o, più persuasivamente, del suo definitivo trionfo.
Mi si siede accanto Dominique – così dice di chiamarsi– , un ambulante che viene dal Senegal e che ha vissuto molti anni nella detestata Francia. Mi chiede di offrirgli un bicchiere di vermentino ghiacciato, con un tono che non permette rifiuti. «Poi – aggiunge perentorio – mi offrirai anche del danaro». Accetto: e farò tutto come mi comanda. Comincia a incalzarmi con una serie di domande senza preoccuparsi di ascoltare le mie risposte: «Conosci Cyrano de Bergerac? E Honoré de Balzac? E Claude Lévi-Strauss? Hai mai letto Il piacere del testo di Roland Barthes? Io l’ho letto a Parigi nel 1973. Maledetti parigini! Razzisti veri: in Italia sì che si vive bene. E in Sardegna ancora meglio».
Mai vista una cosa del genere: un africano affetto da narcisismo patologico, eguale a quello che potrebbe patire un occidentale bianco fallico e dominante, di quelli da condanna inappellabile, senza nemmeno bisogno di proclamarsi femministi. Dominique è un ciclone e non si ferma più. A un certo punto, però, si zittisce per celebrare il filosofo che proclamò la morte dell’Onnipotente (proprio lui, il cui nome significa “devoto a Dio”): «Io sono Nietzsche. E vivo pericolosamente. Tu invece sei Massimo (il mio nome, almeno, l’aveva recepito), come il gladiatore di Russell Crowe». Infine mi guarda fisso e poi mi dice che sono un uomo molto bello e che ho 42 anni (io, per altro, quasi sessantenne).
Mi chiedo se tutto ciò sia la dimostrazione di quello che Oswald Spengler chiamava “Il tramonto dell'Occidente” o, più persuasivamente, del suo definitivo trionfo.
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