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Il mondo all’ombra del Dragone cinese

Il mondo all’ombra del Dragone cinese

“Cigni neri su Pechino” di Edward Burman e Plinio Innocenzi: una guida per capire la Cina e la sua influenza

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La Cina è vicina! Lo slogan dei ragazzi del ’68 innamorati del maoismo a più di mezzo secolo di distanza assume un altro significato: da minaccia di una cruenta e prossima “rivoluzione culturale” diviene la certezza che nessun angolo del mondo – e l’Europa in particolare – possa considerarsi “lontano”, o forse anche al sicuro, dall’influenza del gigante asiatico. Fondamentale è saperne di più, liberarsi dalla bolla di preconcetti e false informazioni che provengono da una parte e dall’altra di quella che una volta era l’impenetrabile “cortina di bambù”. “Cigni neri su Pechino” (Castelvecchi, 150 pagine, 16,50 euro) è un lavoro agile ma densissimo di informazioni storiche e sull’attualità della Cina di oggi, su quali sono le radici che hanno portato il comunismo maoista verso il capitalismo con caratteristiche cinesi e una civiltà agricola a diventare la seconda potenza mondiale e la fabbrica del mondo.

Autori di questo imperdibile “manuale per capire la Cina” sono Edward Burman, scrittore e divulgatore, docente universitario, studioso dell’Esercito di terracotta, (innamorato della civiltà della Sardegna a cui ha dedicato uno dei suoi ultimi libri) prematuramente scomparso l’anno scorso e Plinio Innocenzi professore ordinario di scienza dei materiali presso l’Università di Sassari e con una lunga esperienza di Cina dove ha vissuto otto anni come consigliere scientifico dell’Ambasciata d’Italia. Due personalità legate da una forte amicizia e accomunate da una vasta e variegata conoscenza della cultura umanistica e scientifica, dalla scelta della Sardegna come casa e dalla pluriennale esperienza di vita in Asia e in Cina in particolare, esperienze a livelli altissimi nel mondo della ricerca scientifica e della cultura.

Professor Innocenzi, intanto quali sono i cigni neri che volteggiano su Pechino?

«Abbiamo preso in prestito l’immagine dal libro di Taleb (The Black Swan) che la usa per definire un evento imprevedibile che cambia i piani e le aspettative. L’arrivo di Trump, intanto, che ha individuato nella Cina un antagonista non più solo ideologico ma sistemico. Trump ha deciso di contrastare l’inarrestabile espansione commerciale del Dragone, praticamente il produttore quasi esclusivo nel mondo di beni di prima necessità. Squilibrio messo in evidenza dalla pandemia, quando tutti noi abbiamo scoperto che era la Cina a produrre le mascherine. Questo ha cambiato la percezione della Cina nel mondo, un mondo che non è stato in grado di arrestare il Covid-19 con le stesse misure draconiane messe in atto in Cina. Il dopo pandemia è ancora tutto da capire, alla luce anche dell’elezione di Biden in Usa».

Xi Jinping, a capo del Pcc, dell’esercito e protagonista del dopo Tienanmen?

«Xi Jinping si è affermato come uomo forte, unico al comando, a capo di esercito e Partito, un leader carismatico secondo la narrazione del Pcc paragonabile solo al Grande Timoniere Mao. Il processo di lenta apertura alla democrazia iniziato da Deng Xiaoping si è bruscamente interrotto. Ricordo che quando l’allora Primo Ministro Wen Jiabao, esponente dell’ala riformista del partito in carica dal 2003 al 2013, chiese a Romano Prodi la prefazione del suo libro di memorie, Prodi gli rispose come mi ha poi riferito: “Tanto non te la faranno pubblicare mai”. Cosa che ovviamente si è verificata, ma cosa sosteneva Wen Jiabao? Che la democrazia, la libertà di ricerca non sono un’esclusiva del capitalismo. Parole che oggi porterebbero diritto in carcere. Ecco l’accentramento del potere è un’altra ala scura sul cielo di Pechino».

Lei e Burman avete fatto anche un’analisi sulle radici storiche che hanno portato la Cina a questa posizione, quali sono?

«Intanto la cosiddetta questione dell’umiliazione, la Cina ha una cultura millenaria, era una nazione potente schiacciata dai “barbari” occidentali dell’impero britannico nei due secoli scorsi. Questa retorica è stata rispolverata in chiave nazionalista negli ultimi anni, la lotta di classe maoista si è trasformata nell’amore per lo Stato e per la patria e quindi per il partito. A seconda del bisogno è stato rispolverato anche il confucianesimo. Poco dopo il mio arrivo in Cina vicino Piazza Tienanmen, fu eretta una imponente statua di Confucio si stagliava su un piedistallo. Solo pochi giorni dopo, forse per la percezione che le cose stavano cambiando, la statua venne smontata in una notte. Il nazionalismo sta alimentando una narrazione che raggiunge spesso la xenofobia».

Quanto la rottura degli equilibri economici potrebbe convenire alla Cina, quanto il commerciante si potrebbe avvalere della fine dell’acquirente?

«Sono cose difficili da prevedere, prima di tutto perché l’uomo è un essere irrazionale, e i comportamenti distruttivi fanno parte della storia dell’umanità. Il vero pericolo, che noi abbiamo percepito come probabile, potrebbe essere l’invasione di Taiwan. Xi ha parlato apertamente di soluzione militare per riappropriarsi dell’isola che viene considerata come una provincia ribelle. Taiwan non viene riconosciuta ufficialmente come stato indipendente e si trova in una sorta di limbo giuridico pur essendo di fatto autonoma e con alle spalle ormai una storia che la porta verso una traiettoria distinta rispetto alla Cina continentale».

Lei è stato consigliere scientifico dell’ambasciata italiana a Pechino, come ci vedono?

«Devo dire in una maniera del tutto differente da altri stati occidentali. Ci vedono come gli unici che, come loro, possono vantare una cultura millenaria. Ricordo il rispetto per il Presidente Napolitano durante la sua visita in Cina, l’affetto e l’emozione verso il vecchio comunista che aveva visitato il Paese negli anni ’50. Gli unici stranieri presenti nel monumento agli eroi cinesi a Pechino sono Marco Polo e Matteo Ricci. C’è poi la presenza ormai storica della comunità cinese in Italia, la più grande d’Europa, arrivata ormai alla terza e quarta generazione. D’altra parte i rapporti istituzionali dell’Italia con la Cina si fermano alla sola politica commerciale, affari per pochi ma non per tutti».

Lei ed Edward Burman siete legati alla Cina anche dalle vostre vite personali, le vostre mogli sono di origine orientale e avete famiglie multiculturali quanto è importante per capire questo?

«Le rispondo con una battuta: per capire l’Asia bisogna sposarsela. È davvero un mondo da comprendere senza il metro occidentale e solo attraverso una conoscenza diretta e un’apertura culturale che ci deve far affrontare la diversità come una straordinaria occasione di arricchimento personale».

Che uomo era Edward Burman?

«Edward era un acuto osservatore, una persona di grande e profonda cultura e un entusiasta della vita che lo portava a porsi sempre nuove sfide. Una di queste è stata quella di scegliere la Sardegna come nuova casa. Alla Sardegna ha dedicato un bellissimo libro, un viaggio culturale pieno e personale alla scoperta di una cultura straordinaria che lui voleva far conoscere al mondo».



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