Perché la medicina non è una scienza esatta
di Eugenia Tognotti
Un saggio di Daniele Coen fa il punto sulla natura e sui confini della disciplina anche alla luce dell’esperienza pandemica
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Mente infuriava la pandemia Covid-19, le previsioni sbagliate, le dichiarazioni discordanti o addirittura contrapposte di virologi, immunologi, epidemiologi, infettivologi, biologi, genetisti, clinici e medici, hanno fatto discutere . Tra i delusi nella speranza di una verità sfuggente si è aperto un dibattito che con diversi toni e accenti ruotava intorno ad un’antica questione: ma la medicina è una scienza? E andando oltre: è una scienza esatta al pari delle scienze dure (fisica, matematica, biologia)?
Una risposta a questi interrogativi si trova in un saggio appena arrivato in libreria dal significativo titolo «L’arte della probabilità. Certezze e incertezze della medicina» (Raffaello Cortina Editore). L’autore, Daniele Coen, medico d’urgenza, per molti anni direttore del Pronto soccorso di Niguarda a Milano, esordisce raccontando un suo personale guaio di salute: un mal di schiena tormentoso che aveva combattuto con fasce elastiche e aspirine. Ai tanti colleghi delle più diverse branche mediche che incrociava nel corridoi dell’ospedale rispondeva meccanicamente bene , fino a quando non si era deciso a chiedere un parere, constatando con sorpresa di non averne ricevuto due uguali, in una gamma che andava dal cortisone ai massaggi shiatsu all’iscrizione ad un corso di ginnastica posturale ecc. Scrittore e divulgatore scientifico, l’autore accompagna il lettore «attraverso i territori dell’incertezza in medicina».
Il viaggio parte dal salasso, una delle più antiche, inutili (e talora pericolose) delle pratiche mediche che ha goduto della fiducia di medici e malati per quasi due millenni. La cavata di sangue si basava sul concetto di salute e malattia legato all’equilibrio dei quattro umori: sangue, flemma, bile nera, bile gialla. Al fine di sanare lo squilibrio, i medici rimuovevano il sangue in eccesso (la pletora): di cui febbre, apoplessia cefalea erano considerati sintomi. Tra le vittime illustri di questa pratica, nel 1540, il pittore e scultore Raffaello Sanzio, sottoposto al trattamento da un barbiere-chirurgo. Il grande artista era ammalato da quindici giorni nei quali non aveva evitato gli stravizi, tra cui « i piaceri amorosi», secondo Giorgio Vasari. I medici però, pensando che fosse «riscaldato», gli cavarono sangue, «di maniera che indebolito si sentiva mancare, là dove egli aveva bisogno di ristoro». Fu così che la medicina del tempo condannò a morte, all’età di 37 anni, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.
Non è un caso che l’autore evochi il salasso e la docilità alla tradizione che portava al suo uso incontrollato: il salasso, anche come medicina preventiva resta in campo fino all’Ottocento avanzato. Tanto che i contadini sardi vi si sottoponevano in massa prima che iniziasse la stagione malarica.
Tre sono gli elementi che convergono a fare della medicina una scienza non esatta: l’insufficiente comprensione della fisiologia e della patologia umana; la fallibilità dei medici, che ogni giorno si trovano di fronte a casi per i quali non sono disponibili evidenze scientifiche, ma che pure esigono una decisione tempestiva, basata sul giudizio e l’esperienza; i possibili errori metodologici della ricerca clinica. A questo aspetto Coen dedica la parte centrale del libro, soffermandosi sulla nascita e l’evoluzione degli studi clinici e sul perché siano possibili conclusioni scorrette a dispetto dei poderosi progressi della medicina. Non sorprende, quindi, che il discorso prenda le mosse da quello che è ricordato come il primissimo studio condotto col metodo sperimentale su una malattia, lo scorbuto, dovuta a carenza di vitamina C. Incubo dei marinai, e terrore degli esploratori da quando le navi avevano cominciato a penetrare nell’Oceano indiano e nel Pacifico, è una delle più note malattie carenziali . E meritava tutto intero l’appellativo di «piaga del mare». Stando alle stime più attendibili, lo scorbuto, con la comparsa della navigazione d’altura, ha provocato più morti in mare di tutte le altre malattie messe insieme, includendo tempeste, naufragi, battaglie navali, disastri vari. Vasco da Gama perse due terzi del suo equipaggio mentre si recava in India nel 1499. E alcuni decenni dopo , nel 1520, Magellano vide morire suo fratello e oltre l'80 per cento del suo equipaggio, mentre attraversava il Pacifico. Insomma, la malattia, particolarmente distruttiva nei lunghi viaggi in mare «era sicuramente la più singolare e inspiegabile tra quelle che affliggevano il corpo il corpo umano» stando a fonti settecentesche . Nessuno riusciva a comprendere che cosa la provocasse. Le ipotesi, naturalmente, consideravano la presenza di qualcosa, tossina, virus, vapori, acqua salata, e non l’assenza o la carenza di qualcosa ( l’acido L- ascorbico o vitamina C). A venire a capo del mistero fu un chirurgo scozzese, imbarcato su una nave britannica, James Lind, che nel 1747 e concepì quello che è considerato uno dei primi esperimenti controllati al mondo. Scelse e divise dodici marinai malati in sei coppie , alloggiati e alimentati allo stesso modo: l'unica differenza era il loro trattamento durato 14 giorni. Lind diede a ciascuna coppia varie dosi giornaliere di una delle cure previste allora per lo scorbuto. Solo a due dei marinai furono date due arance e un limone al giorno. Affinché il trattamento risultasse abbastanza casuale, i marinai avevano anche ottenuto l'acqua d'orzo trattata con tamarindi e, occasionalmente, una dose lassativa di crema di tartaro. Dopo sei giorni i due marinai che avevano mangiato gli agrumi, guarirono. Era la prima volta che l’efficacia di una cura veniva dimostrata con un esperimento controllato da cui emergono con evidenza due elementi, centrali ancora oggi nella ricerca clinica: la necessità di non limitare la valutazione di un trattamento alle persone trattate , ma di confrontarle con altre non trattate (gruppo di controllo); la cura nella scelta di pazienti con caratteristiche simili sotto ogni aspetto.
Il libro offre innumerevoli suggestioni, affrontando anche la questione degli interessi che spingono alcuni filoni di ricerca, la pubblicazione dei risultati degli studi clinici e le scelte terapeutiche dei medici. Nel mettere sotto gli occhi dei lettori dubbi e passi indietro («scusate ci siamo sbagliati», «tutte le marce indietro»), l’autore strappa il velo che nasconde i misteri, i conflitti e le incertezze che si trovano nel cuore della medicina moderna, mostrandola nella sua verità, con un discorso parallelo, coraggioso e onesto: «Gli atti medici sostenuti da dati inoppugnabili di ricerca in realtà non sono molti. Ma nonostante le incertezze è sempre possibile fare scelte ragionevoli basandosi sulle migliori evidenze disponibili e sull’attenta valutazione dei bisogni di ogni singolo individuo».
Una risposta a questi interrogativi si trova in un saggio appena arrivato in libreria dal significativo titolo «L’arte della probabilità. Certezze e incertezze della medicina» (Raffaello Cortina Editore). L’autore, Daniele Coen, medico d’urgenza, per molti anni direttore del Pronto soccorso di Niguarda a Milano, esordisce raccontando un suo personale guaio di salute: un mal di schiena tormentoso che aveva combattuto con fasce elastiche e aspirine. Ai tanti colleghi delle più diverse branche mediche che incrociava nel corridoi dell’ospedale rispondeva meccanicamente bene , fino a quando non si era deciso a chiedere un parere, constatando con sorpresa di non averne ricevuto due uguali, in una gamma che andava dal cortisone ai massaggi shiatsu all’iscrizione ad un corso di ginnastica posturale ecc. Scrittore e divulgatore scientifico, l’autore accompagna il lettore «attraverso i territori dell’incertezza in medicina».
Il viaggio parte dal salasso, una delle più antiche, inutili (e talora pericolose) delle pratiche mediche che ha goduto della fiducia di medici e malati per quasi due millenni. La cavata di sangue si basava sul concetto di salute e malattia legato all’equilibrio dei quattro umori: sangue, flemma, bile nera, bile gialla. Al fine di sanare lo squilibrio, i medici rimuovevano il sangue in eccesso (la pletora): di cui febbre, apoplessia cefalea erano considerati sintomi. Tra le vittime illustri di questa pratica, nel 1540, il pittore e scultore Raffaello Sanzio, sottoposto al trattamento da un barbiere-chirurgo. Il grande artista era ammalato da quindici giorni nei quali non aveva evitato gli stravizi, tra cui « i piaceri amorosi», secondo Giorgio Vasari. I medici però, pensando che fosse «riscaldato», gli cavarono sangue, «di maniera che indebolito si sentiva mancare, là dove egli aveva bisogno di ristoro». Fu così che la medicina del tempo condannò a morte, all’età di 37 anni, uno dei più grandi artisti di tutti i tempi.
Non è un caso che l’autore evochi il salasso e la docilità alla tradizione che portava al suo uso incontrollato: il salasso, anche come medicina preventiva resta in campo fino all’Ottocento avanzato. Tanto che i contadini sardi vi si sottoponevano in massa prima che iniziasse la stagione malarica.
Tre sono gli elementi che convergono a fare della medicina una scienza non esatta: l’insufficiente comprensione della fisiologia e della patologia umana; la fallibilità dei medici, che ogni giorno si trovano di fronte a casi per i quali non sono disponibili evidenze scientifiche, ma che pure esigono una decisione tempestiva, basata sul giudizio e l’esperienza; i possibili errori metodologici della ricerca clinica. A questo aspetto Coen dedica la parte centrale del libro, soffermandosi sulla nascita e l’evoluzione degli studi clinici e sul perché siano possibili conclusioni scorrette a dispetto dei poderosi progressi della medicina. Non sorprende, quindi, che il discorso prenda le mosse da quello che è ricordato come il primissimo studio condotto col metodo sperimentale su una malattia, lo scorbuto, dovuta a carenza di vitamina C. Incubo dei marinai, e terrore degli esploratori da quando le navi avevano cominciato a penetrare nell’Oceano indiano e nel Pacifico, è una delle più note malattie carenziali . E meritava tutto intero l’appellativo di «piaga del mare». Stando alle stime più attendibili, lo scorbuto, con la comparsa della navigazione d’altura, ha provocato più morti in mare di tutte le altre malattie messe insieme, includendo tempeste, naufragi, battaglie navali, disastri vari. Vasco da Gama perse due terzi del suo equipaggio mentre si recava in India nel 1499. E alcuni decenni dopo , nel 1520, Magellano vide morire suo fratello e oltre l'80 per cento del suo equipaggio, mentre attraversava il Pacifico. Insomma, la malattia, particolarmente distruttiva nei lunghi viaggi in mare «era sicuramente la più singolare e inspiegabile tra quelle che affliggevano il corpo il corpo umano» stando a fonti settecentesche . Nessuno riusciva a comprendere che cosa la provocasse. Le ipotesi, naturalmente, consideravano la presenza di qualcosa, tossina, virus, vapori, acqua salata, e non l’assenza o la carenza di qualcosa ( l’acido L- ascorbico o vitamina C). A venire a capo del mistero fu un chirurgo scozzese, imbarcato su una nave britannica, James Lind, che nel 1747 e concepì quello che è considerato uno dei primi esperimenti controllati al mondo. Scelse e divise dodici marinai malati in sei coppie , alloggiati e alimentati allo stesso modo: l'unica differenza era il loro trattamento durato 14 giorni. Lind diede a ciascuna coppia varie dosi giornaliere di una delle cure previste allora per lo scorbuto. Solo a due dei marinai furono date due arance e un limone al giorno. Affinché il trattamento risultasse abbastanza casuale, i marinai avevano anche ottenuto l'acqua d'orzo trattata con tamarindi e, occasionalmente, una dose lassativa di crema di tartaro. Dopo sei giorni i due marinai che avevano mangiato gli agrumi, guarirono. Era la prima volta che l’efficacia di una cura veniva dimostrata con un esperimento controllato da cui emergono con evidenza due elementi, centrali ancora oggi nella ricerca clinica: la necessità di non limitare la valutazione di un trattamento alle persone trattate , ma di confrontarle con altre non trattate (gruppo di controllo); la cura nella scelta di pazienti con caratteristiche simili sotto ogni aspetto.
Il libro offre innumerevoli suggestioni, affrontando anche la questione degli interessi che spingono alcuni filoni di ricerca, la pubblicazione dei risultati degli studi clinici e le scelte terapeutiche dei medici. Nel mettere sotto gli occhi dei lettori dubbi e passi indietro («scusate ci siamo sbagliati», «tutte le marce indietro»), l’autore strappa il velo che nasconde i misteri, i conflitti e le incertezze che si trovano nel cuore della medicina moderna, mostrandola nella sua verità, con un discorso parallelo, coraggioso e onesto: «Gli atti medici sostenuti da dati inoppugnabili di ricerca in realtà non sono molti. Ma nonostante le incertezze è sempre possibile fare scelte ragionevoli basandosi sulle migliori evidenze disponibili e sull’attenta valutazione dei bisogni di ogni singolo individuo».
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