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Paolo Fresu racconta l’epopea del jazz

Paolo Fresu racconta l’epopea del jazz

In un libro edito da Centaura i protagonisti di un genere musicale e di uno stile di vita che hanno segnato il ’900

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Il colpo di pistola che la notte di San Silvestro del 1912 condusse, a soli 11 anni, Louis Armstrong in quel riformatorio dove poi imparò a suonare la tromba in modo straordinario. Oppure l’innamoramento della celebre baronessa Pannonica de Koenigswarter per l’espressionismo musicale di Thelonious Monk, con lei che per mecenatismo raccolse dalla strada il grande pianista, ubriaco e cacciato via da un locale, ridandogli col tempo la forza di ricominciare a esibirsi. E ancora John Coltrane, considerato il “Signore del sassofono”, al punto che la African Orthodox Church gli ha dedicato una chiesa. Aneddoti e frammenti di vita rubati al libro “La storia del jazz in 50 ritratti” (Centaura, 173 pagine, 19,90 euro), nel quale il trombettista di Berchidda Paolo Fresu, con l’ausilio del giornalista Vittorio Albani e dell’illustratore Riccardo Gola, ripercorre l’epopea del genere musicale nato ai primi del Novecento come afro-americano e poi rivelatosi in grado di conquistare tutto il mondo. Un volume di tipo enciclopedico e ricco di curiosità che si dovrebbe gustare mentre contemporaneamente si ascoltano i dischi degli artisti citati, di fatto tutti i mostri sacri viventi e no, anche se inevitabilmente ogni lettore troverà almeno un nome escluso dall’elenco.

La rigida selezione

È lo stesso Fresu a precisarlo. «Selezionare cinquanta artisti non è stato per nulla facile – spiega –, tant’è che all’inizio, quando l’editore mi ha proposto questo progetto, ho detto di no. Poi ci ho ripensato perché mi piacciono le sfide e perché mi ha convinto l’illustratore Riccardo Gola, che è anche un contrabbassista di jazz, e di cui il lavoro grafico era stato già adocchiato per alcune copertine della mia etichetta discografica. Ovviamente – prosegue il jazzista globe-trotter ma orgogliosamente sardo –, ridurre la storia del jazz a cinquanta nomi può risultare limitante, ma oltre alle schede realizzate da Vittorio Albani, ho scritto un lungo testo introduttivo che è anche il racconto dell’epopea di questo genere musicale vista attraverso i miei occhi e i miei ascolti. A ben vedere, quindi, i ritratti son ben più di cinquanta nel momento in cui si ripercorre la storia del jazz attraverso l’intreccio delle storie e delle relazioni, artistiche ed umane, di molti personaggi».

Gli esclusi

Come si diceva, anche se le grandi star ci sono tutte, qualche artista è stato gioco forza scartato dall’elenco. E certo non con entusiasmo: «Ho dovuto eliminare nomi come quelli dell’arrangiatore e direttore d’orchestra Fletcher Henderson, ma anche Woody Herman e Fats Waller. Il batterista Kenny Clark e i trombettisti Clifford Brown e Fats Navarro, oltre che il pianista Ahmad Jamal. Diciamo che avrei voluto mettere anche molti più musicisti europei, ma con soli cinquanta nomi a disposizione sarebbe stato delittuoso tralasciare alcuni artisti del jazz americano dai quali l’evoluzione di questa musica non può prescindere. Per fortuna abbiamo trovato uno spazio al francese Michel Petrucciani». Proprio quest’ultimo, prima di morire nel ’99, ha avuto una storia personale e artistica strabiliante: colpito già alla nascita dall’osteogenesi imperfetta (malattia genetica anche nota come “Sindrome delle ossa di cristallo”, che non gli permise di superare l’altezza di 102 centimetri) e per suonare utilizzò un particolare marchingegno realizzato dal padre per raggiungere i pedali del pianoforte.

Le vite romantiche

Un personaggio altamente romantico, ma non certo l’unico tra quelli raccontati nelle schede di questa specialissima lista. «Per me – rivela Fresu – romantici ce ne sono almeno due in particolare: Louis Armstrong per la sua storia e la sua carriera straordinaria, e Billie Holiday per la sua voce che raccontava il mondo».

Creatività comune

Ma a proposito di biografie eccezionali, qual è – musica a parte – il filo rosso che lega le esistenze tanto diverse di questi artisti? «Io credo – argomenta l’ideatore e direttore artistico del festival Time in Jazz – che ogni vita sia autonoma e che questa vada letta, soprattutto per il jazz, in relazione al colore della pelle e al luogo in cui si è vissuto. Dovessimo trovare un punto in comune sarebbe la creatività e la perenne ricerca della libertà. Che per alcuni è significato, soprattutto nel periodo dagli anni Quaranta agli anni Sessanta, perdersi nel vortice della droga e dell’alcol». E allora il pensiero non può che andare al trombettista Chet Baker, il cui grandioso talento dovette sino alla morte in un hotel di Amsterdam nel 1988, dovette fare i conti con l’abuso di stupefacenti.

Gli italiani

Nell’elenco delle star compaiono anche un trombettista italiano (Enrico Rava) e un italo-americano, Nick La Rocca, nato a New Orleans nel 19889, e diventato celebre per aver inciso – il 26 febbraio 1917 – il primissimo disco jazz. «Enrico Rava – sottolinea Fresu – non poteva non esserci. Non tanto come musicista italiano, ma come musicista del mondo. Perché ha dato vita alla nuova vague del jazz europeo attraverso una riconoscibile cantabilità tutta italiana e perché ha attraversato, dagli anni Sessanta a oggi, una buona parte della storia di questa musica. È stato anche il primo musicista jazz italiano a farcela e a vivere sia a Buenos Aires che a New York, e a incidere per la Ecm di Monaco di Baviera».

Il mangiadischi

Schede a parte, tra le pagine più gustose del libro ci sono quelle introduttive dove Paolo Fresu rivela il suo primissimo approccio alla musica grazie all’acquisto di un mangiadischi verde pisello che ancora conserva. «Ricordo che andammo a comprarlo a Sassari nel negozio di Griscenko – scrive –, partimmo dal paese con tutta la famiglia stipata dentro la Cinquecento familiare di mio padre, carica di balle di fieno e bidoni del latte, e tornammo a casa con l’acquisto che mi avrebbe cambiato la vita. Però non c’eravamo posti il problema dei dischi. E così, per una settimana, potemmo solo guardarlo intensamente, quell’oggetto dal design avveniristico (per quei tempi)».

Il jazz del futuro

Alla fine della lettura sorgerà spontanea una domanda: tra cento anni si potrà fare un libro uguale con altri 50 musicisti jazz di questo calibro nati nel terzo millennio? «Non potessimo farlo (seppure noi non ci saremo) significherà che il jazz non è più la musica del presente e che non si è evoluta nel tempo – conclude Fresu–. Diffidando da quelli che credono che il jazz sia morto con la scomparsa di Coltrane, di Davis e di Parker, sono convinto che questa musica abbia ancora molto da dire e che lo stia facendo».



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