La Nuova Sardegna

Scrittura e memoria, tra vivi e defunti la fitta tela del dialogo

di Francesco Borrasso
Scrittura e memoria, tra vivi e defunti la fitta tela del dialogo

Nel libro “Due vite” il critico scrittore racconta la storia  di due cari amici scomparsi: Rocco Carbone e Pia Pera 

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Ogni decennio qualcuno prova a dirci che il romanzo è morto. Ma la fiction non muore, non muore mai. Resta sempre salda perché gli uomini hanno bisogno di immaginare e di leggere storie immaginate. È però vero che negli ultimi anni ha preso piede in maniera massiccia, in Italia, l’autofiction. Termine che fu usato per la prima volta dallo scrittore francese Serge Doubrovsky, durante gli anni Settanta, nella prefazione al suo romanzo “Fils”, dove scrisse che questa particolare forma narrativa consisteva nel raccontare la propria vita come avventura del linguaggio. Fu allora un modo per andare contro le avanguardie e ancora oggi è una maniera di narrare che prova a riportarci alla purezza, a qualcosa di atavico. La narrazione dell’io, quindi, il racconto in prima persona di un autore che narra di sé e di quello che ruota o ha ruotato intorno alla sua esistenza.

Autofiction. Molti sono gli esempi a cui si può far riferimento. Si possono ricordare Hervé Guibert, scrittore e fotografo francese che nel suo libro All’amico che non mi ha salvato la vita (Guanda,1991) ci racconta della sua sieropositività, o Phlippe Forest che con Tutti i bambini tranne uno (Alet, 2005), narra la morte della figlia piccola Pauline a causa di un cancro, proseguendo e poi mettendo su pagina tutto quello che è accaduto nella sua vita successivamente a questo dramma, con libri come Per tutta la notte (Alet, 2006) dove esplora il suo rapporto coniugale dopo il lutto e L’amore nuovo (Alet 2009): l’incontro con una donna che lo porterà alla separazione dalla moglie. Per Forest l’autobiografia è soprattutto il racconto dell’indicibile, l’esplorazione di quello spaccato di vita che toglie ogni tipo di suono alle parole; unico modo per affrontare il dolore è quello di scriverne, facendolo diventare di carta.

Dire di sé. Così nel nostro Paese abbiamo assistito ad una pioggia di libri autobiografici, ma scrivere di se stessi può essere un rischio, c’è bisogno di una scrittura precisa, forte, una scrittura capace di reggere la verità. C’è un autore che con la sua opera si è cimentato in maniera pregevole con il racconto dell’io. È Emanuele Trevi, il più votato nella cinquina del Premio Strega resa nota giovedì scorso. Nel 2019 ha pubblicato Sogni e favole (Ponte alle grazie), racconto ambientato agli inizi degli anni Ottanta, un caleidoscopio di personaggi che hanno partecipato almeno per un po’ alla sua esistenza, tra cui il fotografo di ritratti Arturo Patten, che lo scrittore trova in lacrime dentro un cineclub romano dove lavorava e che, da quel momento, diventa per lui una sorta di consigliere; poi la poetessa Amelia Rosselli, amica del padre psicanalista, raccontata nei suoi primi deliri schizofrenici e il critico Cesare Garboli. Nel 2021 ha visto le stampe, invece, un libro che possiamo annoverare tra le letture migliori di questo periodo: Due vite (Neri Pozza), il testo con il quale Trevi corre ora per lo Strega 2021.

Stare al mondo. Pagine dolorose e magnifiche, dove l’autore ci racconta la storia di due cari amici morti: Rocco Carbone e Pia Pera. Il primo deceduto a causa di un incidente mentre andava in motorino, la seconda a causa della SLA. Un pezzo della vita dell’autore, un andirivieni continuo tra un passato remoto e un passato vicino con alcuni squarci, brevi, su un presente composto da spiccioli ricordi, piante che diventano feticci, luoghi che assumono le sembianze dei fantasmi. Chi era Rocco Carbone? Uno scrittore, perennemente in lotta con se stesso e con gli altri, per Trevi soprattutto un legame. Altro affetto era Pia Pera, traduttrice e scrittrice e, infine, corpo decadente, corpo al cospetto del quale l’autore ha sofferto per l’irrimediabile disfacimento della malattia. In queste due opere dello scrittore romano, in questi due memoir, ciò che maggiormente risalta è il peso che ogni personaggio è costretto a trascinarsi dietro, il carico dello stare al mondo che sembra consumarsi solo al momento della dipartita.

In mezzo agli spiriti. Per Trevi il ricordare è una materia viva, accesa e scottante e ci conduce in mezzo agli spiriti. Una scrittura, la sua, sempre elegante e sincera, che si fa mezzo, che diventa un convincente tramite tra i vivi e i morti. Ed è proprio questo il suo scrivere: una confessione, è poter comunicare con i defunti. Ogni parola scelta per le sue pagine è infatti come un cero acceso alla loro memoria.



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