«La storia di Sgargy ci dice ciò che siamo diventati»
di Michela Calledda
Il giornalista Giomaria Bellu parla del suo nuovo libro, “I bambini della luna” La storia vera di Angelo Di Carlo, che si diede fuoco davanti a Montecitorio
6 MINUTI DI LETTURA
L’11 agosto del 2012, in seguito a un licenziamento, Angelo Di Carlo, Sgargy per gli amici, attivista e militante ambientalista, si dà fuoco davanti a Montecitorio. L’uomo, cinquantatreenne, originario di Anguillara, vedovo e padre di un figlio, riporterà gravi ustioni sull’85% del corpo e morirà in ospedale il 18 agosto, dopo 8 giorni di atroce agonia. È da questo fatto di cronaca, tristissimo eppure presto ingoiato dalla calura agostana, che parte “I bambini della luna” il nuovo libro di Giovanni Maria Bellu. Un romanzo-reportage che intende ricostruire la vita difficile e precaria di Angelo Di Carlo, facendola incontrare con quella di un reporter specializzato in “Suicidi della Crisi” ma disoccupato a causa della chiusura del giornale per il quale lavorava.
La cronaca. Il narratore e Sgargy sono coetanei e come Barack Obama, Osama Bin Laden, Angela Merkel, Giovanni Brusca, John Turturro, Steve Jobs, Ali Agca, Sharon Stone, e molti altri appartengono alla generazione de “I bambini della Luna”. Spiega Bellu: «Esistono molti modi per definire una generazione: una generazione condivide ricordi, fasi economiche, raggruppa tutte le persone segnate dagli stessi eventi. Il mio metro è lo sbarco sulla Luna, un evento gigantesco e traumatico. Sei un bambino, stai leggendo “Dalla terra alla luna” di Jules Verne e di colpo ci vieni catapultato dentro e quella storia diventa vera: è un fatto incredibile e per certi versi traumatico». I bambini della luna sono dunque i “baby boomers” nati tra il 1955 e il 1963. Per essere un Bambino della Luna bisogna essere stati bambini nel mitico luglio del 1969: abbastanza piccoli per vivere quell’evento dentro le fantasie dell’infanzia e abbastanza grandi per capire che quello che stava accadendo era un fatto enorme. Sono anni pieni e densi che vedono la sconfitta della poliomielite che aveva colpito migliaia di bambini e terrorizzato milioni di genitori, anni di crescita e di intenso progresso scientifico e tecnologico, per questo quello di Bellu è anche un romanzo generazionale che, come spiega lo stesso autore, intende raccontare «il grande inganno dell’inarrestabilità del progresso e il disastro dei vecchi che non trasferirono ai figli e ai nipoti - la generazione che oggi governa il mondo - la memoria della guerra e della Resistenza».
Ian Palach italiano. E anche per questo che, tra i tanti “Suicidi della Crisi” Bellu sceglie proprio la storia di quello che il narratore definisce più volte come lo Jan Palach italiano: nel fallimento del progetto iniziale e nel fallimento dell’intenzione di Angelo Di Carlo c’è il fallimento di una generazione intera che, dice Bellu «ha sfondato il debito pubblico, determinato l’inquinamento globale, sbranato tutto quello che si poteva sbranare. Forse la prima generazione che ha la responsabilità di aver distrutto il pianeta e nonostante tutto è incapace di fare i conti con le proprie responsabilità e non vuole farsi da parte». La scelta iniziale nasce da una valutazione puramente giornalistica: era strano che un evento tanto drammatico - non era mai successo prima che un disoccupato si desse fuoco davanti a un ramo del Parlamento - che rientrasse così perfettamente nei criteri fondamentali di notiziabilità, scomparisse così rapidamente dai giornali.
Il reportage. «L’idea – racconta ancora Bellu – era quella di fare un saggio, una biografia. Sono perciò andato ad Anguillara e Forlì (città nella quale Sgargy era trapiantato), ho contattato i parenti e gli amici. Ho lavorato come se avessi dovuto scrivere un reportage. Poi mi sono reso conto che questa notizia, obiettivamente grossa, produceva una vicenda che era, nella sua sequenza, banale. E allora mi sono chiesto perché per me questa vicenda fosse così importante e perché mi avesse colpito tanto. Io consideravo quella vicenda un’ingiustizia: la volontà di Angelo Di Carlo era quella di fare un atto politico di grandissima rilevanza e invece ha fallito perché erano sbagliati i criteri. Angelo aveva una falsa idea del mondo, si rivolgeva a un mondo che non esisteva più. E anche io avevo una falsa idea quando pensavo di fare un saggio. Un modo per uscire da questo ingorgo era quello di raccontare le mie motivazioni, quelle di Sgargy e la loro origine. Per esser più libero ho cambiato completamente impostazione e ho inventato un narratore che, come è ovvio, mi somiglia ma ha una biografia diversa dalla mia. Io non ho un fratello, ho una diversa storia professionale, non ho avuto, per fortuna, quel livello di difficoltà, però conosco queste situazioni: so cosa succede quando un giornale chiude, so di tanti colleghi in difficoltà estrema. Il narratore non è in difficoltà estrema, però è in difficoltà. L’ho messo in una condizione che, dal punto di vista narrativo, mi consentisse di incrociare le scoperte che il giornalista/narratore faceva sulla vita di Angelo Di Carlo con la sua biografia che è anche una biografia generazionale».
Piani narrativi. Un romanzo che si sviluppa su tre piani narrativi, dunque: la biografia di Angelo Di Carlo, quella del narratore e, sullo sfondo, quella di una generazione alla quale viene fatto l’enorme dono della democrazia con il grande rimosso, però, della memoria della guerra. Un libro che mette al centro i rapporti familiari tra genitori e figli e tra fratelli. C’è Santino, il fratello maggiore con il quale Sgargy aveva litigato per questioni di eredità; c’è Michele, il fratello sessantottino del narratore e soprattutto c’è Andrea, quel figlio che Sgargy ha cresciuto dopo la morte della moglie e per il quale, prima di consumare il gesto estremo, ha messo al riparo dal fuoco uno zainetto contenente 160 euro: «È qui il vero colpo di scena – dice Bellu – quello che sconquassa l’impianto che avevo pensato: il figlio poco più che ventenne di Angelo Di Carlo, il militante incallito e perfetto per vestire i panni dello Jan Palach verde, è un nazista convinto, che ha tatuata sul cranio la scritta mors tua vita, vita mea» in un finale incredibile e quasi paradossale. E poi ci sono le vicende biografiche che in una serie di suggestive coincidenze si intersecano con le “vicende lunari”.
Coincidenze. «Coincidenze perfette – racconta Bellu – Neil Armstrong, il primo uomo a posare il piede sul suolo lunare muore il 25 agosto del 2012, una settimana dopo la morte tragica di Angelo Di Carlo e come Angelo Di Carlo chiede che le sue ceneri vengano disperse. Nella Tuscia, sua terra di origine, Angelo Di Carlo era un fotografo dilettante ma molto appassionato, aveva collaborato con la Tribuna del Lago, giornale ambientalista del Lago di Bracciano - molto importante e conosciuto - il cui direttore era quel Ruggero Orlando che insieme a Tito Stagno fece la telecronaca dello sbarco lunare e, ancora, che in quello studio televisivo seduto tra il pubblico ci fosse Santino, fratello maggiore di Sgargy e all’epoca aviere». Un libro a metà tra realtà e finzione per raccontare una storia vera e dimenticata, utile a ricordarci come siamo diventati ciò che siamo.
La cronaca. Il narratore e Sgargy sono coetanei e come Barack Obama, Osama Bin Laden, Angela Merkel, Giovanni Brusca, John Turturro, Steve Jobs, Ali Agca, Sharon Stone, e molti altri appartengono alla generazione de “I bambini della Luna”. Spiega Bellu: «Esistono molti modi per definire una generazione: una generazione condivide ricordi, fasi economiche, raggruppa tutte le persone segnate dagli stessi eventi. Il mio metro è lo sbarco sulla Luna, un evento gigantesco e traumatico. Sei un bambino, stai leggendo “Dalla terra alla luna” di Jules Verne e di colpo ci vieni catapultato dentro e quella storia diventa vera: è un fatto incredibile e per certi versi traumatico». I bambini della luna sono dunque i “baby boomers” nati tra il 1955 e il 1963. Per essere un Bambino della Luna bisogna essere stati bambini nel mitico luglio del 1969: abbastanza piccoli per vivere quell’evento dentro le fantasie dell’infanzia e abbastanza grandi per capire che quello che stava accadendo era un fatto enorme. Sono anni pieni e densi che vedono la sconfitta della poliomielite che aveva colpito migliaia di bambini e terrorizzato milioni di genitori, anni di crescita e di intenso progresso scientifico e tecnologico, per questo quello di Bellu è anche un romanzo generazionale che, come spiega lo stesso autore, intende raccontare «il grande inganno dell’inarrestabilità del progresso e il disastro dei vecchi che non trasferirono ai figli e ai nipoti - la generazione che oggi governa il mondo - la memoria della guerra e della Resistenza».
Ian Palach italiano. E anche per questo che, tra i tanti “Suicidi della Crisi” Bellu sceglie proprio la storia di quello che il narratore definisce più volte come lo Jan Palach italiano: nel fallimento del progetto iniziale e nel fallimento dell’intenzione di Angelo Di Carlo c’è il fallimento di una generazione intera che, dice Bellu «ha sfondato il debito pubblico, determinato l’inquinamento globale, sbranato tutto quello che si poteva sbranare. Forse la prima generazione che ha la responsabilità di aver distrutto il pianeta e nonostante tutto è incapace di fare i conti con le proprie responsabilità e non vuole farsi da parte». La scelta iniziale nasce da una valutazione puramente giornalistica: era strano che un evento tanto drammatico - non era mai successo prima che un disoccupato si desse fuoco davanti a un ramo del Parlamento - che rientrasse così perfettamente nei criteri fondamentali di notiziabilità, scomparisse così rapidamente dai giornali.
Il reportage. «L’idea – racconta ancora Bellu – era quella di fare un saggio, una biografia. Sono perciò andato ad Anguillara e Forlì (città nella quale Sgargy era trapiantato), ho contattato i parenti e gli amici. Ho lavorato come se avessi dovuto scrivere un reportage. Poi mi sono reso conto che questa notizia, obiettivamente grossa, produceva una vicenda che era, nella sua sequenza, banale. E allora mi sono chiesto perché per me questa vicenda fosse così importante e perché mi avesse colpito tanto. Io consideravo quella vicenda un’ingiustizia: la volontà di Angelo Di Carlo era quella di fare un atto politico di grandissima rilevanza e invece ha fallito perché erano sbagliati i criteri. Angelo aveva una falsa idea del mondo, si rivolgeva a un mondo che non esisteva più. E anche io avevo una falsa idea quando pensavo di fare un saggio. Un modo per uscire da questo ingorgo era quello di raccontare le mie motivazioni, quelle di Sgargy e la loro origine. Per esser più libero ho cambiato completamente impostazione e ho inventato un narratore che, come è ovvio, mi somiglia ma ha una biografia diversa dalla mia. Io non ho un fratello, ho una diversa storia professionale, non ho avuto, per fortuna, quel livello di difficoltà, però conosco queste situazioni: so cosa succede quando un giornale chiude, so di tanti colleghi in difficoltà estrema. Il narratore non è in difficoltà estrema, però è in difficoltà. L’ho messo in una condizione che, dal punto di vista narrativo, mi consentisse di incrociare le scoperte che il giornalista/narratore faceva sulla vita di Angelo Di Carlo con la sua biografia che è anche una biografia generazionale».
Piani narrativi. Un romanzo che si sviluppa su tre piani narrativi, dunque: la biografia di Angelo Di Carlo, quella del narratore e, sullo sfondo, quella di una generazione alla quale viene fatto l’enorme dono della democrazia con il grande rimosso, però, della memoria della guerra. Un libro che mette al centro i rapporti familiari tra genitori e figli e tra fratelli. C’è Santino, il fratello maggiore con il quale Sgargy aveva litigato per questioni di eredità; c’è Michele, il fratello sessantottino del narratore e soprattutto c’è Andrea, quel figlio che Sgargy ha cresciuto dopo la morte della moglie e per il quale, prima di consumare il gesto estremo, ha messo al riparo dal fuoco uno zainetto contenente 160 euro: «È qui il vero colpo di scena – dice Bellu – quello che sconquassa l’impianto che avevo pensato: il figlio poco più che ventenne di Angelo Di Carlo, il militante incallito e perfetto per vestire i panni dello Jan Palach verde, è un nazista convinto, che ha tatuata sul cranio la scritta mors tua vita, vita mea» in un finale incredibile e quasi paradossale. E poi ci sono le vicende biografiche che in una serie di suggestive coincidenze si intersecano con le “vicende lunari”.
Coincidenze. «Coincidenze perfette – racconta Bellu – Neil Armstrong, il primo uomo a posare il piede sul suolo lunare muore il 25 agosto del 2012, una settimana dopo la morte tragica di Angelo Di Carlo e come Angelo Di Carlo chiede che le sue ceneri vengano disperse. Nella Tuscia, sua terra di origine, Angelo Di Carlo era un fotografo dilettante ma molto appassionato, aveva collaborato con la Tribuna del Lago, giornale ambientalista del Lago di Bracciano - molto importante e conosciuto - il cui direttore era quel Ruggero Orlando che insieme a Tito Stagno fece la telecronaca dello sbarco lunare e, ancora, che in quello studio televisivo seduto tra il pubblico ci fosse Santino, fratello maggiore di Sgargy e all’epoca aviere». Un libro a metà tra realtà e finzione per raccontare una storia vera e dimenticata, utile a ricordarci come siamo diventati ciò che siamo.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Sardegna per le tue notizie su Google
