Storia popolare dei sardi e della Sardegna

Dalla preistoria alla globalizzazione un volume  che cerca lettori oltre la cerchia degli specialisti

Esce per Laterza “Storia popolare dei sardi e della Sardegna” (287 pagine, 20 euro) di Luciano Marrocu. Un excursus dalla preistoria alla globalizzazione. Ne abbiamo discusso con l’autore.

Cominciamo dal titolo, e in particolare dall’aggettivo popolare, che indica, immagino, un’intenzione precisa. Quale?

«Beh, popolare nel doppio senso: di una storia “dei sardi” come nel titolo e di una storia che possa interessare una platea vasta di lettori, molto al di là della cerchia degli specialisti. Di certo il mio non vuol essere un libro di divulgazione: se divulgare significa semplificare non mi interessa, né credo interessi i lettori dei libri di storia che non sono tantissimi ma sono in genere molto esigenti. Credo che compito degli studiosi di storia, sopratutto in un lavoro di sintesi come il mio, sia di trovare una misura che tenga insieme chiarezza e problematicità».

Il libro è dedicato, oltre che a Giulio Angioni, anche a Francesco Manconi, autore di testi importanti sulla Sardegna spagnola. Anche il tuo libro dedica a questa fase della storia sarda molto spazio. Perché?

«C’è stato poi un mio personale gusto nel raccontare come le élites (sopratutto nobiliari) sarde siano tra il XIV e il XVIII direttamente coinvolte nelle vicende europee. Non mi riferisco solo ai tercios sardi nella guerra dei Trent’anni ma anche, per esempio, al fatto che la turbinosa partita tra Castelví e Alagón che segna la seconda metà del Seicento si gioca non solo a Cagliari ma anche per certi versi, sopratutto) a Madrid».

Quali sono gli elementi di rottura e quelli di continuità tra la Sardegna spagnola e quella sabauda?

«Nel caso della Sardegna spagnola le élites locali – nobili e letrados – per quanto sviluppino un atteggiamento anche rivendicativo nei confronti di Madrid non soffrono di nessun tipo di marginalità culturale. Il passaggio ai Savoia rappresenta per queste stesse élites un trauma non da poco: si veda il vero e proprio disprezzo che i primi viceré sabaudi nutrono non solo (e non tanto) per i sardi in genere ma sopratutto per la nobiltà sarda. Parlando di Sardegna sabauda bisogna però sottolineare l’importante progetto di modernizzazione riformistica promosso da Bogino».

Altro nodo affronti è quello delle vicende “rivoluzionarie” del 1793-96...

«Negli ultimi decenni del Settecento prende forma un ceto di intellettuali e una borghesia (rurale e urbana) colta che proprio nel corso della “Sarda rivoluzione” sarà capace di allargare lo sguardo al mondo delle campagne e ai villaggi ancora imprigionati nella morsa del feudalesimo. Dà esiti importanti in questa fine Settecento l’incontro tra un ceto di colti di formazione illuministica e il sentimento antifeudale, che si sposa all’aspirazione alla proprietà perfetta, che anima il mondo dei villaggi».

Quando nasce la “questione sarda”? Possiamo definirla nei suoi tratti storici essenziali?

« “La questione sarda” moderna nasce quando dopo l’Unità i gruppi dirigenti locali pongono di fronte agli occhi del governo nazionale la estrema arretratezza e povertà della Sardegna. Questo è un modo, per loro, di qualificarsi sulla scena politica nazionale e insieme per rapportarsi al “popolo sardo”, ai suoi bisogni sopratutto economici e alle sue aspirazioni. Posta la “questione sarda”, sopratutto attraverso le inchieste parlamentari di fine Ottocento, sono diverse le strategie che ne derivano. C’è chi punta con qualche successo sulla legislazione speciale (Cocco Ortu), altri come Deffenu polemizzano contro i protezionismi che danneggiano la Sardegna e dicono all’Italia “lasciateci fare”, altri ancora (siamo a questo punto alla nascita del Partito sardo d’Azione) mettono le cose su un terreno squisitamente politico e puntano sull’autonomia».

Come si colloca la “questione sarda” nel processo di costruzione dell’unità nazionale italiana?

«Per il ceto politico locale mettere in calendario in Parlamento e di fronte all’opinione pubblica nazionale italiana una “questione sarda” è un modo di chiedere in cambio di una perfetta integrazione della Sardegna il riconoscimento di bisogni sopratutto ma non solo economici dell’isola in qualche modo speciali. Questo il main stream: ciò non esclude che esistano correnti politico culturali più spiccatamente rivendicative, che usano le categorie del coloniale e del semi coloniale per definire i rapporti con lo Stato italiano, sino all’indipendentismo».

Che senso ha parlare di “identità sarda” oggi, nel contesto della globalizzazione?

«Su questo punto preferisco parlare per me, considerando che il rapporto con le sue varie “identità” ognuno se lo gioca come crede. Per quanto mi riguarda l’autorivelazione della mia “identità sarda” ha coinciso con la scoperta, fatta a circa trent’anni, che nonostante una educazione assolutamente italofona non solo capivo perfettamente il campidanese ma, alla bisogna, lo sapevo anche parlare. Una specie di miracolo “identitario”. Per rimanere sul terreno linguistico-identitario, sono decisamente orgoglioso del fatto che Efisio Vincenzo Melis, l’autore di ‘Ziu Paddori’, leggesse in anteprima la commedia a mia nonna paterna, sua cugina prima e come lui di Guamaggiore, dove io passavo parte delle mie vacanze da bambino e dove, probabilmente senza saperlo, ho imparato il campidanese.



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