La Nuova Sardegna

Nelle pagine di Enrico Costa la “verità” del bandito Tolu

di Salvatore Tola
Nelle pagine di Enrico Costa la “verità” del bandito Tolu

Il libro dello scrittore sassarese domani in regalo con la Nuova Sardegna  per la collana “Grandi Autori Sardi”. Un uomo fedele a un suo codice d’onore

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Al rientro nel suo studio, una sera del novembre 1895, racconta Enrico Costa, trovò un vecchio che lo aspettava: era l’ex bandito Giovanni Tolu, uno dei più famosi se non il più famoso di quel tempo in Sardegna. Anche perché non era finito in prigione o ucciso dalle forze dell’ordine, come la maggior parte dei suoi compagni; non solo: dopo aver messo fine alle sue mirabolanti avventure aveva vissuto a lungo e pacificamente in una tenuta della Nurra, insieme alla famiglia della figlia; poi, finalmente arrestato e sottoposto a processo a Frosinone, era stato clamorosamente assolto nonostante le numerose colpe, in considerazione di quella sua buona condotta.

Nel corso degli anni, spiegò a Costa, si erano dette su di lui tante «fandonie», e si erano stampate una quantità di «inesattezze» che, giunto ormai all’età di settantaquattro anni, gli premeva rettificare: «Ecco perché voglio narrare la mia storia, ed ecco perché lei dovrà scriverla!», concluse. Lo scrittore fece all’inizio qualche difficoltà, disse che l’impresa non era così semplice, che bisognava studiare i modi e trovare un editore. In realtà si rendeva conto che gli si presentava un’occasione straordinaria, e l’accordo fu ben presto raggiunto: poco tempo dopo Tolu, che si era sistemato in città, iniziò a recarsi ogni giorno a casa sua e, esprimendosi «ora in buon sardo, e ora in cattivo italiano», a raccontare la sua lunga storia, a partire dai dissapori con la giovane moglie relativi ai rapporti che la legavano al parroco del paese, Florinas.

In un primo momento Costa aveva pensato di riportare sì «una storia vera», ma tutta sua «nell’ordine e distribuzione delle scene», ovvero di «romanzarla» un po’ come aveva fatto anni prima scrivendo di un altro bandito, «Il muto di Gallura»; ma poi, rendendosi conto della precisione e della fedeltà ai fatti con cui Tolu procedeva nel suo racconto, decise di riprodurla tale e quale sulla pagina, convinto di contribuire così anche a una migliore conoscenza del fenomeno del banditismo nella Sardegna del nord; tanto è vero che avrebbe aperto il libro con alcune «Pagine storiche» sui «Banditi del Logudoro». Gli incontri quotidiani tra i due andarono avanti per quasi un mese e mentre il manoscritto, che avrebbe raggiunto le 450 cartelle, si andava ingrossando, nel racconto si succedevano le fughe e gli scontri a fuoco, gli incontri con gli altri banditi e gli scambi di aiuto con pastori e contadini. Ed emergeva che Tolu era rimasto fedele a un suo codice d’onore che comprendeva sì la reazione violenta verso chi lo aveva ingannato o cercava di tradirlo, ma escludeva il furto e il delitto compiuto come sicario, ossia per incarico di altri e magari a pagamento. Ma tra tutte quelle vicende ce n’era una alla quale il bandito teneva in modo particolare: il terribile scontro con i carabinieri che lo avevano circondato a monte Fenosu, e dal quale si era salvato gettandosi alla cieca dall’alto di una roccia. Un gesto così rischioso che si era sparsa la notizia che fosse morto; mentre se l’era cavata con qualche contusione. Per questo, ha raccontato Manlio Brigaglia, ogni sera, quando finiva di raccontare, e allontanandosi vedeva che Costa si affacciava per salutarlo, gli ripeteva: «Cavaliè, mi raccomando, su saltu!».

Da subito Costa aveva individuato e coinvolto un editore: Giuseppe Dessì, il migliore allora in Sardegna, col quale già da tempo collaborava e a giugno del 1896, consegnando il fascicolo, gli consentì di dare inizio al lavoro di composizione. Nel frattempo l’amicizia col bandito si era rafforzata e, come racconta alla fine del libro, andò un giorno a fargli visita, nella tenuta di Lèccari, dove fu accolto con grande affetto: «Giovanni Tolu era di buon umore, e mi colmava di cortesie». Nel congedarlo gli disse: «Ci vedremo tra pochi giorni» convinto di poter assistere insieme a lui all’uscita delle prime copie del libro dalla tipografia. Ma questo sogno non si realizzò: colpito qualche giorno dopo dal carbonchio, morì il 4 luglio. «Il superbo bandito che riuscì a sfuggire alle palle di cento fucili – commenta Costa – che nessun nato di donna giunse mai ad atterrare, morì anch’esso di morte violenta, avvelenato da un insetto».

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